sabato 7 febbraio 2015

Il professore disincantato e l'assessore pragmatico

Alessandro mi disse : "andare in bicicletta è l'attività giusta per te. E' uno dei pochi sport che si praticano da seduti! Uno sport per sedentari, perfetto per i pigri come te”. Io sorrisi, perché in fondo la battuta non era male, e pensai: “Cosa ne può capire lui di questa fatica di terra, di fango e di catrame e sudore, lui che è un uomo di mare e di vento”. Pensai pure che, prima o poi, gli avrei fatto cambiare idea a proposito della bicicletta. E così è stato.
Alcuni giorni fa mi ha telefonato e con un tono di voce che era come una doppia sottolineatura a matita sotto una frase importante, mi ha detto: “ Ci vediamo domenica mattina al solito posto. Mi raccomando vedi di non arrivare in ritardo come tuo solito”.
Avrei voluto controbattere che la sua accusa di mancanza di puntualità era priva di fondamento ma non me ne ha lasciato il tempo e ha proseguito con lo stesso tono: “Non mi far fare brutte figure. Viene a pedalare con noi una persona che conosco da poco e a cui tengo molto. E' un professore universitario che si occupa di ambiente. Vedrai ti piacerà di sicuro, avete molte interessi in comune a parte l'incolmabile divario culturale". E' questo il bello degli amici, hanno sempre parole di conforto da regalare. "Quindi mi raccomando, non ci fare aspettare”.

L'appuntamento è per le otto e mezza di fronte ai cancelli del parco di Villa Litta Toselli che si affacciano sul canale Villoresi. Preso dall'ansia di quella accorata doppia sottolineatura calcolo male i tempi ed arrivo con una ventina di minuti di anticipo. Inganno l'attesa osservando i movimenti di una famigliola di anatre che risale senza sforzi apparenti la corrente d'acqua. Alle 8,48, quando il mio interesse per l'etologia si è già ampiamente esaurito, arriva Alessandro in compagnia del suo nuovo amico. Mi limito ad indicare il polso sinistro sul quale dovrebbe stare l'orologio. Lui mi regala un sorriso a trentasei denti e l'accenno di un'amichevole alzata di spalle. Su una cosa ha ragione: il professore mi piace sin da subito, mi colpiscono la candida barba ben curata e la stretta di mano decisa e priva di fretta. Malgrado l'aspetto da maturo intellettuale il professore si dimostra di gamba svelta e riuscirà a mantenere senza problemi l'andatura che Alessandro ha deciso di imporre. Durante la pedalata lungo gli sterrati del parco delle Groane parliamo dei vantaggi dell'uso quotidiano della bicicletta, di mobilità sostenibile e delle politiche che, a nostro parere, le  amministrazioni dovrebbero adottare a riguardo. A essere sinceri bisogna dire che, malgrado l'affanno causato dall'andatura sostenuta, sono soprattutto io a parlare. Mi infervoro, non mi pare vero di poter riversare tutta la mia logorrea ciclabile su di un interlocutore tanto qualificato. Il professore mi ascolta con interesse e Alessandro con rassegnazione. Sono rimasto lusingato dall'interesse che il professore mi ha dimostra, ma a posteriori mi viene da pensare che avesse sentito troppe volte gli stessi argomenti e che attendesse con pazienza di fornirmi una lezione di disincanto. Infatti sulla via del ritorno, con studiata noncuranza, butta lì la frase di apertura della sua lezione: “A proposito delle politiche ecologiche che le amministrazioni dovrebbero adottare ho un gustoso aneddoto che mi piacerebbe raccontarvi”

Il professore pedalerà con buona gamba e racconterà con una dovizia di particolari e una capacita affabulatoria che non sono in grado di rendere appieno. Snocciolerà nomi, luoghi e dettagli che eviterò appositamente di indicare; innanzitutto perché preferisco focalizzare l'attenzione più sull'atteggiamento generale che sull'episodio in particolare e secondo perché sono un pavido che preferisce evitare grane. Ho il timore che il secondo sia il vero motivo ma il primo mi piace perché mi giustifica nobilmente.
Il racconto del professore è questo: "Alcuni anni fa, durante un volo nazionale, mi trovo fianco a fianco con l’assessore alla mobilità di una grande città del nord. Ci eravamo già conosciuti precedentemente per cui non fatichiamo a intavolare una cordiale conversazione. Dopo qualche gustosa malignità all'indirizzo di alcuni suoi compagni di giunta l'assessore mi parla con soddisfazione della recente introduzione della figura dell’ausiliario del traffico. “Figura che potrà validamente coadiuvare il vigile urbano” dice scandendo le parole come se stesse tenendo un comizio e accompagnandole con solenni gesti della mano “nel difficile ma indispensabile compito di controllo e repressione delle violazioni al codice della strada”. Ad un tratto stacca la schiena dalla poltrona e recita l'illuminazione di un'idea improvvisa. Una recita mal riuscita direi, perché secondo me l'idea l'aveva già in testa da tempo. Comunque, recitando male, mi butta lì la sua richiesta: "Secondo il suo parere è possibile elaborare uno studio che determini quale sia il numero ottimale delle persone da assumere per questo prezioso compito?". Io gli rispondo che è difficile calcolarlo a priori e che la pratica migliore può essere quella più semplice: procedere ad assumere gli ausiliari poco per volta, fino al raggiungimento della migliore fluidificità del traffico e alla completa dissuasione alle infrazioni da parte degli automobilisti. A quel punto l’assessore si adagia sullo schienale e si apre ad un candido sorriso, come quello di un nonno che rivela al nipotino ingenuo un'ovvietà della vita. “Forse non sono riuscito a spiegarmi bene” dice con un candore che mi sconcerta “ gli introiti delle multe sono una voce attiva importantissima per il bilancio comunale. Il nostro obbiettivo non è dissuadere dal compiere le infrazione, perché a quel punto verrebbe a mancarci un solido introito per le nostre casse. Quello che vorremmo trovare è il punto giusto per rimanere appena sotto quella soglia. Trovare la maggiore resa possibile nel rapporto tra gli introiti derivanti dalle contravvenzioni e i costi delle nuove assunzioni. Certo non vogliamo perdere di vista l'obiettivo di impedire che la viabilità si trasformi in un far west selvaggio ma non assumeremo gli ausiliari per debellare le infrazioni ma lo faremo per sanzionarne il più possibile.” Di fronte a quella spudorata affermazione sono rimasto basito e non sono riuscito a rispondere come avrei dovuto. Per il resto del volo mi sono trincerato dietro il paravento di un giornale e all'arrivo ci siamo salutati con cordialità".

Dopo il racconto del professore andiamo per un po' in fila indiana senza scambiare altre parole. Ognuno chiuso nel proprio pensiero ad elaborare qualche ragionamento che non trova soluzioni. Non so cosa pensino gli altri ma io sono amareggiato. Questa lezione di disincanto a proposito del pragmatismo miope della nostra classe politica non mi coglie impreparato ma mi fa, una volta di più, sorridere amaro. Di strada da fare c'è ne ancora tanta ma se vogliamo arrivare, importa poco se con un sorriso amaro o di fiducia, l'unica cosa che ci resta è pedalare.
Malgrado il pragmatismo degli assessori pregmatici.

giovedì 24 ottobre 2013

Il mal di schiena, la bicicletta e la camminata nordica. parte terza

Il gesto di pedalare e quello di camminare mi sembrano due gesti affini. Non per niente il buon vecchio Karl Christian Ludwig Drais von Sauerbronn, l’inventore della draisina (l'antenato ottocentesco della bicicletta, un attrezzo sterzante senza pedali e senza freni sul quale si stava a cavallo di un’asse poggiata su due ruote e si spingeva con i piedi) considerava la propria invenzione "la maniera migliore per camminare".  Studi scientifici hanno individuato numerose analogie tra queste due attività fisiche, potrei parlare della soglia anaerobica comune, del comune rilascio di endorfine benefiche, del ben distribuito carico di sforzo ma, diciamo la verità, non so nemmeno di cosa sto parlando, si tratta di nozioni tecniche che non sono assolutamente alla mia portata.
Mi limiterò a dire che pedalare e camminare aiutano a lavare i pensieri. Per lo meno questo è quello che succede a me. Mentre pedalo o cammino i pensieri mettono in ordine le priorità, filtrano il superfluo, non si lasciano fuorviare dalle sovrastrutture e dalle pippe mentali. Forse questo accade perché il corpo è concentrato sul proprio movimento naturale,  sullo sviluppo di gesti primari e istintivi e la mente si mette al passo focalizzando l'essenziale.

Camminare è un esercizio spirituale ha detto qualcuno. Non sono ben sicuro di avere capito cosa significhi questa affermazione ma quando l'ho sentita per la prima volta mi si è affacciata alla mente l'immagine della scuola peripatetica di Aristotele, degli allievi che passeggiavano al fianco del loro maestro e delle lezioni che legavano la capacità di comprensione al movimento.
Secondo me anche pedalare è un esercizio spirituale e per meglio dirlo prendo in prestito le parole di un romanzo che mi è caro: “Le parole si accordano al ritmo della pedalata, a quello del suo respiro. Soffio e suono, cadenza, battito e rumore, attesa sospesa e ripartenza. Il ritmo, il ritmo si lega al suono, il ritmo, Andrea lo avverte, riconosce questi segnali, la testa è sgombra e lucida, preparata ad accogliere, cassa di risonanza, corda tesa pronta a vibrare. Cosi il miracolo si compie: la musica torna a visitarlo”.

Considerate le affinità tra il pedalare e il camminare ho pensato che non sarebbe stato un tradimento trascurare per un po' la mia ciclofilosofia e la mia amata bicicletta (che Marco ultimamente ha definita termosifone) per dedicarmi alla Camminata Nordica o come dicono quelli più cosmopoliti Nordik Walking. Non mi aspettavo però che da questa decisione derivassero dei fastidiosi problemi di adattamento. Non mi aspettavo che camminare con le bacchette da montagna lungo le pianeggianti campestri dell'hinterland Milanese potesse apparire tanto bizzarro agli occhi disincantati della gente di pianura. Credevo che alla mia rispettabile età avessi ormai imparato ad infischiarmene dei giudizi degli estranei ma, a quanto pare, non ho imparato a sufficienza.
Non è facile sopportare gli sguardi ironici delle persone che ti incrociano. E' necessaria una tempra forte e una buona dose di fiducia in se stessi per incassare le loro occhiate ironiche. Di solito incollano lo sguardo sulle bacchette, in viso gli si dipinge una espressione di ilare compatimento mentre nella mente gli affiorano spiritose domande del tipo: ma questo da dove arriva? Sta cercando funghi o non trova l'ingresso dello skylift. Ad alcuni questi interrogativi si possono leggere in faccia mentre altri, evidentemente più espansivi e spiritosi, non si fanno scrupolo di chiedere direttamente. In questo caso devo ammettere che si tratta di una buona opportunità per fare quattro chiacchiere con dei perfetti sconosciuti e per accumulare una buona dose di battute.
Poi ci sono quelli come il Gianni che con la sua aria da uomo di mondo e il suo clamoroso accento da bauscia milanese mi ha detto “capisco quelli che sbacchettano sui sentieri di montagna ma qua in pianura fanno proprio la figura dei pirla”. E' sempre bello ricevere l'incoraggiamento degli amici veri. Io gli ho risposto con una semplice domanda: “Perchè?”. Lui da principio ha tentato di arrampicarsi sui vetri nel vano tentativo di trovare una risposta razionale ma non riuscendo neppure a convincere se stesso ha chiosato con un lapidario: “alla fine comunque sei pirla lo stesso”. Grande capacità di sintesi la sua.
Alla fine dei conti una risposta convincente e razionale, non legata alle suggestioni o alle convenzioni, non l'ho ancora ricevuta da nessuno. Aspetto contributi alla discussione.
Da parte mia, per dare risposte a chi mi domanda a cosa servano le bacchette quando cammino, ripeto a memoria la definizione di Nordik Walking che ho trovato su wikipedia: ”Rispetto alla normale camminata, questa richiede l’applicazione di una forza ai bastoni a ogni passo. Ciò implica l’uso dell’intero corpo (con maggiore intensità) e determina il coinvolgimento di gruppi muscolari del torace, dorsali, tricipiti, bicipiti, spalle, addominali e spinali, assente nella normale camminata.
L'attività può generare un incremento fino al 46% nel consumo di energia rispetto alla camminata senza bastoni. È stato anche dimostrato l’aumento di resistenza della muscolatura del tronco superiore fino al 38% in sole dodici settimane. Il coinvolgimento forzato della muscolatura genera effetti superiori a quanto ottenibile con una normale camminata con gli stessi ritmi, come ad esempio: aumento generalizzato della forza e resistenza nei muscoli principali e nel tronco superiore, aumento significativo della frequenza del battito cardiaco a parità di ritmo, miglioramento delle vie vascolari ed efficienza dell’apporto di ossigeno, consumo di maggior quantità di calorie rispetto alla normale camminata, miglioramento di equilibrio e stabilità, alleggerimento significativo degli sforzi su anca, ginocchio e caviglie, riduzione degli sforzi sulla struttura ossea, maggior facilità nella risalita di pendii”. Con buona pace di quello che pensa il Gianni direi che a parte l'ultima annotazione tutte le altre sono valide in pianura quanto in montagna

Per concludere, durante le mie prime uscite con le bacchette provavo un certo imbarazzo, quasi una sorta di vergogna. Avevo il timore di apparire ridicolo e le occhiate ironiche non facevano altro che confermare il mio timore. Poi poco per volta ho preso coscienza del fatto che non avevo nulla di cui vergognarmi: non facevo nulla di illegale ne di scandaloso, facevo una cosa legittima, che mi dava soddisfazione e che, sopratutto, alleviava il mio dolore alla schiena. Mi sono guardato intorno e ho pensato che non potevo risultare più ridicolo dei tanti che caracollavano con la lingua penzoloni nel tentativo, spesso vano, di perdere una fetta del loro peso in eccesso. A ben guardare non potevo risultare più ridicolo nemmeno dei tanti jogger in splendida forma accessoriati delle loro braghette aderenti, dei loro Ipod sparati a palla nelle orecchie e dei loro cardiofrequenzimetri legati al braccio e nemmeno degli ansimanti cicloagonisti in trance agonistica inguainati nelle loro tutine multicolori a cavallo delle loro tecnologissime biciclette progettate per precipitarsi giù da ripidissime mulattiere di montagna.
Mi sono chiesto: perchè a queste figure è tranquillamente concessa la dignità di mostrare il proprio sudore e il proprio abbigliamento folkloristico lungo il domestico percorso ciclopedonale del canale Villoresi mentre le mie bacchette risultano bizzarre? Chi decide cosa è ridicolo e cosa non lo è se non le convenzioni e le abitudini in voga in un dato contesto storico? Le mie innocue bacchettine risultano bizzarre semplicemente perchè non ci sono altri Nordik Walker lungo il Villoresi in questo periodo storico. “E ci sarà pure un motivo perchè non ci sono 'sti Nordik Walker” potrebbe rispondere qualche fine umorista. Touchè.
Comunque ciò che oggi viene considerato strano non è detto che lo sia anche domani e quando ci saranno tanti altri camminatori di pianura le bacchette non risulteranno più tanto strane. Io per ora faccio da apripista. Certo che se l'apripista non viene seguito da altri camminatori rischia di fare proprio la figura dello scemo del villaggio o, nella migliore delle ipotesi, la figura del pirla. Speriamo che il Gianni non abbia ragione anche questa volta.

giovedì 10 ottobre 2013

Il mal di schiena, la bicicletta e la camminata nordica. parte seconda

La risposta alla domanda di Giovanni non l'ho trovata. In realtà neppure mi sono dato la pena di cercarla perché una volta chiusa alle spalle la porta della mansarda avevo già deciso di non farvi ritorno.
Io sono incuriosito e attirato da quelle pratiche, in sospetto odore di new age, che basano le proprie teorie sullo sviluppo delle energie individuali e sugli equilibri di corpo, mente e volontà, ma i modi da stregone di Giovanni mi avevano lasciato perplesso. Anche perché sono convinto che il confine tra queste pratiche e la cialtroneria sia talmente sottile che ci vuole poco a mettere i piedi  sia da una parte che dall'altra.
Questo è un mio punto di vista ed è certamente opinabile, ciò che non era opinabile era il fatto che dopo due sedute di manipolazioni il mio mal di schiena non era diminuito affatto ne era diminuita l'innaturale inclinazione della mia povera colonna vertebrale. E' questo il motivo principale che mi ha spinto a non fare più ritorno alla mansarda, indipendentemente dalle domande di Giovanni, profonde o cialtronesche che fossero.

Di Paola mi è rimasta in mente sopratutto una affermazione. L'aveva infilata tra uno scambio di banali frasi di circostanza mentre con mani esperte era intenta a sfibrare ogni singolo muscolo del mio corpo (mi rendo conto che qualsiasi cosa io scriva a riguardo dei massaggi scivola nella terra dei doppi sensi maliziosi, ma vi assicuro che non è mia intenzione). Paola aveva detto “pedalare è di sicuro un gesto salutare, ma non è propriamente naturale. E' un gesto che ha bisogno di un mezzo meccanico per prodursi, è un gesto ripetitivo che si protrae per lungo tempo in una posizione non naturale”. Per lei era logico e conseguente che se non ci si posiziona perfettamente sulla bicicletta a lungo andare si può essere soggetti a problemi fisici. Voleva forse dare ad intendere che il mio mal di schiena era causato da una scorretta posizione sulla sella?
Io, dalla mia scomoda posizione sottomessa, (ci risiamo con i doppi sensi) le avevo risposto che non ero d'accordo, non penso però che le mie improvvisate argomentazioni siano risultate convincenti. Un po' perché, sebbene dissentissi, avevo il dubbio che la sua affermazione avesse un fondo di verità, e un po' perché nelle mie condizioni disastrate ero poco credibile come testimonial degli effetti benefici della bicicletta.
A posteriori, guardando le cose con maggior lucidità mentre scrivo queste righe, mi sento di escludere che il mio mal di schiena fosse causato da una ipotetica postura sbagliata sulla bicicletta perché, tra il pessimo tempo dei mesi precedenti e un fastidiosissimo problema intestinale che mi affliggeva da tempo, in pratica avevo pedalato pochissimo in quel periodo. Anzi potrei persino avanzare l'ipotesi che fosse stata l'astinenza da bicicletta ad avere provocato il cedimento strutturale delle mie fragili vertebre.

Comunque a parte le teorie esoteriche, le domande imbarazzanti e le supposizioni sul mio stare in sella l'unico dato certo era che, malgrado le cure farmacologiche e le sedute di massaggi, mi trovavo ancora con la schiena dolorante. A ben guardare esisteva un altro dato certo: camminare lentamente mi dava sollievo.
“Il nostro corpo funziona in linea generale come quello di tutti gli altri esseri umani ma gli acciacchi, le posture, le peculiarità lo rendono particolare, solo nostro. Quindi chi meglio di noi con un po' di  attenzione, può capirlo. Esistono comportamenti atteggiamenti e reazioni comuni ma esistono anche dinamiche e modalità che sono solo nostre e che quindi dovremmo essere capaci di riconoscere, valutare e gestire.” Copio di sana pianta da un manuale di ginnastica posturale che ho preso in biblioteca e di cui ho letto solo l'introduzione. Con in mente queste parole, con la convinzione che fossero legge e con la consapevolezza che camminare poteva essere un rimedio ai miei problemi ho deciso che potevo aiutarmi da solo.
Camminando.
Ho comprato un paio di bacchetta da camminata nordica e sono partito come fossi Forrest Gump, solo molto più lento.

continua nella prossima puntata con la difficile esistenza del camminatore nordico da pianure

giovedì 3 ottobre 2013

Il mal di schiena, la bicicletta e la camminata nordica

“Ma lei cosa ha paura di perdere?”  mi ha domandato a bruciapelo, fissandomi dritto negli occhi, l'uomo in t-shirt bianca che mi era stato presentato non più di due minuti prima. 
"Glielo chiedo soprattutto in relazione ai figli. Ci pensi, faccia questo lavoro di analisi e mi risponderà la prossima volta che ci vediamo"
Nei due minuti che avevano preceduto la formulazione di quella imbarazzante domanda l'uomo in t-shirt bianca aveva controllato la mia colonna vertebrale franata verso sinistra, mi aveva fatto chiudere gli occhi, aveva imposto la sua mano destra sulla mia testa e aveva scandagliato con l'altra mano il mio addome imbarazzato sentenziando che avevo qualche problema al rene. Oppure al fegato adesso non ricordo con precisione, perdonatemi ma quel suo modo di fare assertivo e inquisitorio mi aveva un poco confuso.
Non che fossi completamente lucido anche prima, avevo appena terminato una seduta di fisioterapia sotto le mani energiche di Paola, (niente doppi sensi per favore) la socia dell'uomo dalle domande a bruciapelo, che di nome fa Giovanni e di professione fa l’osteopata.

Mi trovavo lì in quella mansarda inondata dal sole e riadattata ad ambulatorio perché cercavo qualcuno in grado di stabilizzare la mia schiena instabile. E' da qualche anno che periodicamente la mia schiena cede, senza un apparente motivo scatenante. Frana su se stessa bloccandosi dolorosamente. 
In realtà nelle ultime due occasioni non ho provato un forte dolore, la schiena si è indolenzita e si è accasciata sul lato sinistro “alla ricerca di una posizione antalgica” come ha sentenziato la mia dottoressa che, referti alla mano, mi ha diagnosticato una "anterolistesi di L5 su S1 per costituzionale ipoplasia del muro posteriore di L5". Tradotto in linguaggio più comprensibile: il congenito scivolamento anteriore di una vertebra su quella di sotto. In pratica un disturbo con cui dovrò abituarmi a convivere. Per contrastarne l'effetto destabilizzante la terapia migliore è tentare di irrobustire i muscoli dorsali e addominali in modo che aiutino a sorreggere la mia traballante impalcature di vertebre difettose.

Ho letto da qualche parte questa frase: “Il corpo si abitua a tutto, è capace, a lungo andare di sopportare e di convivere con i propri disturbi”. E leggendola mi è tornata alla mente  l'immagine di  zia Serafina, che mi faceva da balia da bambino. Sono ricordi lontani, offuscati dal tempo e dalla mia labile memoria. Ricordo però con chiarezza che la zia Serafina non riusciva a stare in piedi diritta, camminava piegata in avanti e leggermente piegata su un lato. Eredità di una vita faticosa e di qualche forma artritica poco curabile ai suoi tempi. Io la ricordo solo così, rattrappita e sorridente. Non ricordo di averla mai sentita lamentarsi. 
Magari si lamentava dei dolori e della fatica ma se lo faceva non lo faceva davanti al suo nipotino sensibile e delicato, che sarei io da piccolo. Oppure io, nipotino delicato e sensibile ma proiettato solo verso me stesso, egocentrico come ogni bambino, non badavo ai problemi altrui, anche a quelli di una zia a cui volevo tanto bene. Ad ogni modo, si lamentasse o meno , lei con i suoi problemi fisici ci conviveva, facevano parte, per lo meno ai miei occhi di nipotino, della normalità. Zia Serafina  aveva trovato la postura, l'angolazione che gli permetteva di continuare ad agire senza avvertire dolore.
Ma perché mi è tornata alla mente l'immagine rattrappita di zia Serafina?
Perché sono paranoico. Me ne frego se il corpo è comunque in grado di convivere con i propri acciacchi, io ho paura: sarò destinato alla medesima sorte di zia quando diventerò anziano? 
Non posso accettarlo, con tutti gli sforzi che faccio per mantenere un minimo di forma fisica e per tentare di resistere alla decadenza degli anni. Adesso che la vedo scritta la parola “sforzi” mi appare esagerata, caratterialmente non è che io sia proprio portato a sopportare grossi sforzi o sacrifici particolari, sono costituzionalmente pigro. Potrei azzardarmi a dire che mi impegno, ma se voglio essere sincero anche la parola impegno risulta un tantino esagerata nel mio caso. Insomma, indipendentemente dai termini corretti o meno, qualche attività fisica la svolgo eppure non soltanto non riesco a mantenermi in forma ma addirittura sono pieno di acciacchi.

Come al solito divago troppo e rischio di perdere il filo del discorso, quindi ricapitoliamo e torniamo a quella mansarda inondata dal sole con Giovanni dalle domande imbarazzanti e Paola dalle dita d'acciaio.

Ma ci torniamo nella prossima puntata

venerdì 2 agosto 2013

Il Lollo, l'onore messo in discussione e il tempo del trasferimento (parte seconda)

....Mentre in lontananza si inizia a scorgere la struttura che ospita la biblioteca propongo di svoltare a destra, per evitare l’ennesimo incrocio trafficato, e di imboccare una ciclabile tranquilla che allunga ulteriormente il tragitto. E questa volta il Lollo si impunta.
“Ma dai, Pà, non perdiamo ancora del tempo, tiriamo dritto che così arriviamo prima”.
Arrivare prima? Ma prima di chi? E cosa vuole dire perdere tempo? Cosa vuol dire guadagnarlo? E guadagnarlo per spenderlo in che modo?
Ci sono rimasto male, io pensavo che quello che stavamo facendo era guadagnare e godersi il tempo, viverlo pedalando in compagnia, personalmente avrei voluto che la nostra pedalata durasse ancora più  a lungo.
Io non giro in bicicletta per aggiungere giorni alla mia vita, giro in bicicletta per aggiungere vita ai miei giorni; cito a memoria una frase che ho letto non so dove e che mi pare adeguata alla situazione.

Ricordo, tra le tante fiabe che ho letto ad alta voce nel tentativo, il più delle volte vano, di far addormentare i bambini, di avere anche letto Il piccolo principe di Saint-Exupéry. Libro che mi ha annoiato (francamente a me pare un'opera sopravvalutata) ma che contiene un passo che allora mi aveva molto colpito: un dialogo tra il piccolo principe e un mercante di pillole che calmano la sete, ne basta una alla settimana e non si sente il bisogno bere". "Perché vendi questa roba?” chiede il piccolo principe. "Perché è una grossa economia di tempo che fa risparmiare 53 minuti a settimana". "e che cosa se ne fa di questi 53 minuti?". "se ne fa quel che si vuole".  "Io" conclude il piccolo principe” se avessi 53 minuti da spendere camminerei adagio verso una fontana”
Quello che il Lollo e io stavamo facendo non era camminare adagio verso una fontana?

Il Lollo ha chiesto di accorciare il tempo del viaggio per raggiungere prima la meta, come se il viaggio non fosse anch'esso tempo da vivere. Affrettarsi per guadagnare tempo, un concetto talmente radicato nel nostro quotidiano che persino un ragazzino di 13 anni ne subisce l’influenza.
Io potrei ammettere che il Lollo, sacrosantamente, si fosse soltanto stancato, sia di pedalare che di stare insieme al suo vecchio.
Quindi potrei ammettere che questi miei discorsi sul guadagnare tempo, sull'andare in relazione con l’arrivare, sui nefasti influssi della nostra società convulsa non centrano niente con questa storia.
Ma anche ammettendo tutto non posso mettere da parte questi discorsi, perché questa storia altro non era che un pretesto per sparare un pippotto sui vantaggi degli spostamenti in bicicletta.

Chiusi nell'abitacolo di un veicolo il tempo del trasferimento da un luogo all'altro, per una commissione ad esempio, diventa un non-tempo in passivo, sospeso nell'attesa di congiungere i due estremi di una linea. Un tempo considerato in perdita, sprecato, non utilizzato, a meno che non lo si passi chiacchierando amabilmente con un altro passeggero oppure che il DJ dall'autoradio non ci faccia buona compagnia.
Al contrario con la bicicletta il tempo dello spostamento è un tempo vissuto pienamente, un tempo in attivo. Con la bicicletta si usa il verbo andare declinandolo al gerundio (tranquilli non si tratta di grammatica): andando, come usa dire il buon Emilio Rigatti, il tempo del presente si perpetua lasciandoti agio di guardarti intorno, di assaporare il momento, il qui e ora.
La bici restituisce valore al tempo e allo spazio che separa i due punti di un tragitto, restituisce un significato differente al termine andare rispetto a quello odierno, un significato più simile a quello che possedeva in passato quando andare da un luogo all’altro doveva per forza di cose tener conto dell’andando.

Ah dimenticavo, magari qualcuno è curioso di saper come è andata a finire con il libro del quale la biblioteca reclamava la restituzione. Lui se ne stava tranquillo nel suo scaffale, sul ripiano “resoconti di viaggio” nella sala C della biblioteca medesima. Si erano semplicemente scordati di caricarlo nel loro sistema informatico.
Forse avrei fatto meglio a telefonare senza andare di persona.
Così non avrei perso tutto quel tempo.

Viale Rembrandt