venerdì 9 novembre 2012

Arrivederci a primavera


Sarà vero, come ha detto il Ledda qualche sera fa dopo il secondo giro di aperitivi, che la maggior parte delle persone agiscono e compiono delle azioni soprattutto per il gusto di raccontarle?
E, alla luce di questa considerazione, io provo maggiore soddisfazione nell'andare in bicicletta o nel fabbricare il racconto di quell'andare?
Si trova nella risposta a queste due domande il senso del rapporto tra esperienza e letteratura o più in generale tra il fare e il raccontare, tra il fare e il mostrare di aver fatto?
Mi sto ponendo queste domande oziose, alle quali del resto non sono in grado di fornire risposte sensate, perché ho come l’impressione che ultimamente le mie escursioni in bicicletta siano subordinate ai resoconti che da loro potrebbero derivare.
Come se vivessi l’esperienza dell'agire sopratutto per poterla documentare, per poterla riferire. Come se l'esperienza fosse accessoria rispetto al gesto di raccontarla.
Lo dimostrerebbe il fatto che durante il mio girovagare a pedali mi impongo sempre più frequenti soste per scattare immagini imperdibili o per appuntare pensieri illuminanti che l’umanità non può  rischiare di perdere.
Prendo appunti su qualsiasi cosa mi sembri buona per essere tramutata in pagina scritta; con tanto di espressione ispirata dipinta sul viso.
Ma ho il dubbio che questo mio comportamento talvolta mi porti a non godere a pieno dell'esperienza che sto vivendo perché sono impegnato mentalmente a metterla giù in bella copia, a cercare il punto, il capitolo in cui potrebbe essere inserita.
Un po quello che mi capita quando filmo le gare di ginnastica artistica di mia figlia: sono talmente impegnato a far entrare nell'inquadratura i movimenti del suo esercizio che non ho modo di emozionarmi. Vedo l'esercizio nella sua interezza solo in differita, a casa sullo schermo del televisore. Bello, ma non è la stessa cosa che viverlo dal vivo. Realizzo un documento che potremo riguardare a distanza di anni, ma non mi godo l'avvenimento nel momento in cui sta accadendo.

Lo so cosa potreste contestarmi: che queste sono pippe da velleitari pseudo intellettuali mutuate da letture mal digerite.
Probabilmente avete anche ragione, e possiamo togliere il probabilmente, ma se il Ledda, al netto dei due Spriz bevuti, avesse ragione allora converrebbe evitare la fatica, il sudore, il vento e l'endorfina? Converrebbe saltare a piè pari l’azione per passare direttamente alla narrazione, per apparecchiare un platonico ciclismo letterario soggetto a invenzioni, a iperboli e metafore, a piccoli aggiustamenti della realtà?
Forse converrebbe, se io provassi meno soddisfazione nell'andare in bicicletta che nel fabbricare il racconto di quell'andare.
Ma per fortuna ancora preferisco godere del momento, preferisco pedalare piuttosto che trascrivere.
E per dimostralo, sopratutto a me stesso, mi fermo qui e solitario mi dirigo, in sella alla mio fido destriero a pedali, in direzione di un rosso tramonto.
Senza portarmi appresso il taccuino, lo prometto.

P.S.
Non sono mai stato bravo negli addii.
Se posso li evito o cerco di farli passare come degli arrivederci.
Ma forse questo è veramente un arrivederci, un arrivederci a primavera.
Quello che c'è di sicuro è che vado in letargo.
Io e questo blog.
Magari ci rincontriamo al risveglio, in quella che mi auguro sia la primavera della bicicletta.

sabato 3 novembre 2012

Il Naviglio Grande parte seconda: pedalando controcorrente


“Eppure qua ci sono già stato” dico a me stesso mentre guardo l'antico ponte in pietra che scavalca il Naviglio Grande.
“Eppure qua ci sono già stato” ripeto a me stesso mentre poggio il piede sul parapetto e guardo sotto di me lo scorrere solenne dell'acqua.
Le acque del Naviglio viste da questa posizione possiedono un incedere solenne e la loro potenza addomesticata ha su di me un effetto quasi ipnotico.
Rimarrei ore in questa posizione, ad aspettare pazientemente che prima o poi passi il cadavere del nemico (perdonate il mio brutto vizio di infilare nelle frasi delle inopportune citazioni fuori contesto che il più delle volte corrono il rischio di trasformare perle di saggezza, orientali o no, in banali battute poco spiritose).
Comunque non posso rimanere fermo sul ponte, in primo luogo perché non ho nemici di cui aspettare il cadavere (ecco, ci sono ricascato nuovamente), in secondo luogo perché Castelletto era la meta che mi ero prefissato ed è quindi ora di tornare indietro ma sopratutto perché il ponte è alquanto stretto, ci passa una automobile per volta e la mia bici ed io risultiamo di intralcio.
Sono già stato trafitto da troppo occhiate infastidite ed ostili, mi tocca rassegnarmi ed abbandonare la mia posizione di incantato osservatore.

Mentre pedalo lungo la strada del ritorno lasciandomi alle spalle il ponte di Castelletto di Cuggiono regolo la mia velocità a quella della corrente e frugo nella memoria per cercare di capire quando ero già salito su quel ponte.
Sono talmente perso tra le immagini confuse dei miei ricordi che non mi  rendo conto con quanta indolenza sto pedalando.
Ho l'andatura di un garzone di fornaio che fischietta all'alba tra le vie silenziose di un borgo addormentato. Anche questa è una citazione e forse questa volta non è nemmeno inopportuna considerato il mio spirito fischiettante.
E' la citazione di uno spot pubblicitario di parecchi anni addietro sui cui polverosi fotogrammi in bianco e nero che si stanno srotolando nella mia mente si sovrappone inaspettata l'immagine di un ponte antico che scavalca un grosso canale. Mi vedo in sella alla mia preistorica mountain bike multicolore. Faccio un rapido calcolo: saranno passati quasi trentanni. Le immagini si ricompongono poco per volta, fotogramma per fotogramma, pezzo a pezzo come un puzzle che si credeva incompleto.
Rivedo il gruppo di amici con cui avevo condiviso la gita. Rivedo il mio stupore davanti a quel luogo che mi pareva cosi bello, così differente dalla realtà dell’hinterland milanese in cui vivevo.

Ora che i ricordi tornano a galla per associazione mi rendo conto che, poco o tanto, ho sempre usato la bicicletta come mezzo di trasporto.
Da ragazzino per forza di cose, era l’unico mezzo che potevo permettermi ed è stato il mezzo ideale per  esplorare le vie del paese e poi quelle dei paesi limitrofi e poi i sentiero persi tra i campi e i magri boschetti del circondario, per conoscere e poter far mia la fetta di mondo che mi era concessa.
La bicicletta è stata il primo passo verso l'indipendenza.
Ha rappresentato il destriero che mi ha consentito di avventurarti alla scoperta del mondo e di allargare gli orizzonti del  territorio che sentivo mio.
Riscoprire la bicicletta in età matura è stato per me come fare rivivere l’infanzia, l’adolescenza e tutto il gusto e il piacere legato alla scoperta, all'esplorazione, alla novità.

Mi rendo conto anche di essermi lasciato fuorviare dai ricordi e di aver tradito la sequenza cronologica di questo racconto. Permettetemi quindi di ristabilire un poco d'ordine e di ripartire dal punto in cui mi ero fermato la volta precedente: da castelletto di Abbiategrasso, dove il Naviglio Grande, che fino a quel momento tagliava la pianura  sull'asse est-ovest, sterza con una brusca curva a gomito in direzione Nord.

Pedalo controcorrente lungo un percorso agevole, tracciato lungo le tranquille alzaie asfaltate.
Le alzaie, per chi non ne fosse a conoscenza, sono le strade che corrono a fianco dei canali e dalle quali in passato cavalli,  buoi o uomini trainavano, mediante una fune, le barche contro corrente.
Ad Albairate mi imbatto in una azienda agricola dotata di un distributore automatico di latte fresco. Sarà l’arsura oppure il gusto per la novità ma trovo quel latte veramente delizioso.
Ingordo come sono me ne  concedo tre bicchiere senza chiedermi se sia cosa indicata per chi, accaldato come me, deve ancora percorrere parecchi chilometri sotto un sole a picco.
Riparto con il timore di un qualche scompenso intestinale.
Mi guardo intorno senza fretta. A differenza di quanto accade con altri mezzi di locomozione che ci permettono soltanto occhiate fugaci rendendoci spettatori di una scena che velocemente si srotola incorniciata nello schermo di un parabrezza, la bicicletta permette non soltanto di apprezzare al meglio il panorama che ci circonda ma di entrarci, non soltanto come spettatore ma come parte integrante dello spettacolo.

I navigli lombardi hanno profondamente segnato nel tempo la storia e le attività del territorio che attraversano; hanno dato origine a un nuovo paesaggio naturale ed umano che si è legato in stretta simbiosi a queste vie d’acqua.
Lungo le sponde del canale e' un alternarsi di vegetazione rigogliosa, di cascine in disuso, di dimore nobiliari impreziosite da parchi e giardini affacciati sull'acqua che in passato furono meta di villeggiatura della nobiltà milanese. Si susseguano a pochi chilometri uno dall'altro piccoli centri urbani: Cassinetta di Lugagnano con il suo benemerito Prg a crescita zero, Robecco sul Naviglio con il suo simil castello del XVII° secolo, Ponte Vecchio e Ponte Nuovo di Magenta teatro della battaglia ricordata ormai soltanto per la celeberrima canzoncina che si impara all'asilo.
A Boffalora Ticino una piazzetta silenziosa lascia specchiare i tavoli dei suoi bar all'aperto direttamente sulle acque del canale. A Bernate Ticino mi fermo a riempire la borraccia sotto le mura di una abbazia del 12° secolo. Sulla riva opposta vedo abitazioni affacciate sul canale con l’attracco per la barca davanti alla porta d’ingresso. Guardo queste case, la natura che le circonda e immagino come sarebbe bello poter vivere qui, sulla riva di un corso d’acqua addomesticato, possente e tranquillo, e lungo una pista ciclopedonale su cui le automobili sono bandite.
Poi immagino anche le zanzare d’estate e l’umidità di inverno è tutto il romanticismo da cui ero stato  pervaso svanisce immediatamente.

Mi fermo a consumare il mio pasto all'ombra della recinzione di una villa patrizia.
Ho con me una “schiscetta” stracolma di insalata di riso.I non Milanesi sono invitati a informarsi  autonomamente sul significato di tale sostantivo. Ho portato la schiscetta per non fermarmi a mangiare in un bar; non voglio gravare sull'economia familiare e sul mio strisciante senso di colpa. Senso di colpa che deriva dalla mia educazione cattolica sempre alla ricerca di peccati da attribuirsi e dalla consapevolezza che oggi mia moglie sta facendo il proprio dovere al lavoro, i bimbi stanno facendo il loro dovere a scuola mentre io, sfaccendato e in vena di rispolverare ricordi, porto a spasso “il bimbo che è in me”. Perdonatemi ancora: anche quest'ultima era una citazione.
Fortunatamente, a differenza mia, il bimbo che è in me non si lascia impressionare troppo dai sensi di colpa e a pancia piena si dirige fischiettando verso Castelletto di Cuggiono.
Da lontano vedo un ponte in pietra, una villa antica che lo sovrasta da un'altura e folgorato da un ricordo dico a me stesso: “eppure qua ci sono già stato”.

lunedì 3 settembre 2012

#Salvaiciclisti lancia #30elode: petizione popolare per limite 30 km/h in tutte le aree residenziali d'Italia

Per questa volta nessun ciclo-racconto.
Come regola questo blog raccoglie soltanto racconti, foto o video autarchici ( nel senso realizzati esclusivamente da me) sulla bicicletta e sui corollari cultural-ecologic-sostenibil-socializzant che le ruotano intorno. Ma è una regola che mi sono autoimposto e che, con la medesima autorità, posso anche infrangere, questa volta, quindi, mi limiterò al copia e incolla di una iniziativa che ritengo importante:

"#Salvaiciclisti lancia #30elode: petizione popolare per limite 30 km/h in tutte le aree residenziali d'Italia.

2.556 ciclisti e 7.625 pedoni uccisi sulle strade italiane è il tragico bollettino degli ultimi 10 anni di quella che sempre più somiglia ad una guerra.
Per porvi freno, il movimento #salvaiciclisti ha oggi lanciato una petizione on line (change.org/30elode) indirizzata ai presidenti di Camera e Senato,  al presidente della Commissione Trasporti alla Camera, Mario Valducci e, per conoscenza, ad altri parlamentari ed esponenti del panorama politico italiano per chiedere la riduzione dei limiti di velocità massima all’interno delle aree residenziali a 30 km/h ad eccezione delle arterie a scorrimento veloce.
“30 km/h significa offrire l’opportunità a chi conduce dei veicoli motorizzati di reagire prontamente ed evitare gli impatti che si possono verificare in strada: bambini che giocano, pedoni , ciclisti o anche animali che attraversano all’improvviso.”si legge sul sito del movimento che si batte per una mobilità  che rimetta al centro le persone.
La richiesta dei 30 km/h è uno dei punti fondanti del manifesto di #salvaiciclisti e del’iniziativa “Caro Sindaco” che lo scorso febbraio generarono grande dibattito sui social media e portarono 63 senatori e i sindaci di oltre 100 città ad aderire alle richieste del movimento.
Oltre all’annuncio del lancio della petizione, sul sito del movimento è stata anche inserita una presentazione che include un sunto della letteratura scientifica disponibile, delle esperienze provenienti nel resto del mondo e una confutazione punto per punto dei soliti pregiudizi che solitamente circondano la mitigazione del traffico. 
Sfogliandola si ha la possibilità di scoprire che ogni morto sulle strade costa mediamente alla società oltre 1,3 milioni di euro e che, riducendo la velocità a 30 km/h, oltre a dimezzare il numero di morti e feriti in città, sarebbe agevolato anche lo sviluppo dei bambini, ormai impossibilitati a vivere la strada. Per contro, i tempi di percorrenza media per gli automobilisti aumenterebbero di appena il 3%.
“Uno degli obiettivi - fanno sapere dal movimento -  è instaurare un dibattito sano e scevro da pregiudizi infondati riguardo al tema della sicurezza sulle nostre strade anche in vista della Settimana Europea della Mobilità che si terrà dal 16 al 22 settembre”
La petizione lanciata dal movimento #salvaiciclisti segue di pochi giorni l’annuncio della sperimentazione del limite di 30 km/h all’interno della cerchia dei navigli nel Comune di Milano. Tutto lascia credere che il dibattito in proposito sarà molto acceso e che il Parlamento italiano dovrà presto o tardi schierarsi. Per seguire la vicenda su twitter, l’hashtag di riferimento è #30eLode"

Questo il testo della petizione:

"Caro Onorevole
Secondo i dati INAIL, ogni giorno 57 pedoni sono coinvolti in incidenti stradali 2 dei quali perdono la vita; di questi il 35% viene investito sulle strisce pedonali. In totale fanno 730 pedoni morti all’anno.
Un pedone può essere ucciso dall’imprudenza, dalla disattenzione, dalla non curanza, in ogni caso dall’eccessiva velocità. Per rendersene conto basta pensare che investire una persona a 50, a 75 o a 100 km/h equivale a spingerla giù dal balcone del terzo, del settimo o del tredicesimo piano di un palazzo. Le possibilità di sopravvivenza ad un impatto di questo tipo non serve neppure calcolarle.
730 pedoni e 260 ciclisti l’anno uccisi sulle strade italiane sono un tributo troppo alto da pagare per l’ebbrezza della velocità ed è per questo che chiediamo che venga immediatamente introdotto il limite di velocità massimo di 30 KM/H in tutte le aree residenziali d’Italia, con eccezione delle arterie a scorrimento veloce. 
Si stima che ridurre di un solo chilometro orario la velocità media nel nostro Paese farebbe diminuire la mortalità stradale del quattro per cento. Ridurre la velocità media di 20 km/h significa dimezzare i decessi sulla strada.
Chiediamo solo di poter attraversare la strada ed essere sicuri di arrivare sani e salvi dall’altra parte. Non chiediamo troppo, vero?
Con la presente le chiediamo di voler intraprendere le necessarie iniziative in sede legislativa."

venerdì 31 agosto 2012

Video: Canale Villoresi in bicicletta, parte terza da Lainate a Monza



.....Il “Vilures”, come lo chiamano dalle mie parti, è il canale irriguo più esteso d'Italia, preleva le proprie acque dal fiume Ticino per scaricarle nell’Adda dopo un percorso di 86 km da ovest verso est lungo l’alta pianura a nord di Milano.
I lavori di realizzazione cominciarono nel 1877 e vennero completati nel 1890 concretizzando l'idea dell'ingegnere Eugenio Villoresi di irrigare le terre a nord di Milano, terre che, per la loro natura permeabile, erano poco adatte alla coltivazione e soggette a periodiche siccità.
“Non mi darò pace” aveva sentenziato il visionario ingegnere ”sino a che non avrò eliminato il paradosso di una cospicua parte della Lombardia, la regione più ricca di acque, afflitta dal flagello delle arsure deleterie”.
La rete di distribuzione si addentra nei territori da irrigare in maniera capillare grazie ad un centinaio di bocche di derivazione, dal canale principale si dipartono 19 canali diramatori per un attuale sviluppo complessivo di 250 km.

Allo stato attuale, oltre alla sua valenza irrigua che anno dopo diminuisce con la diminuzione dei terreni  coltivati, il canale con le sue alzaie, le sue pertinenze e i residui terreni verdi che lo fiancheggiano ha assunto un valore fondamentale nella difesa dell’ambiente naturale nelle zone fortemente urbanizzate che attraversa.
Rappresenta una sorta di corridoio verde, una fascia ecologica in grado di collegare tra loro i parchi esistenti nella zona settentrionale della provincia di Milano: il parco del Ticino, quello del Roccolo, il parco delle Groane, quello del Grugnotorto, del Molgora e infine il parco dell’Adda.
Rappresenta l'asse portante della futura dorsale verde: una rete ecologica di territorio protetto che intende raggruppare tutti i parchi della parte settentrionale della provincia di Milano con l’obbiettivo di porre un freno alla continua dissipazione del territorio
All'interno di questo progetto ha un valore strategico fondamentale la realizzazione lungo il corso d'acqua di un percorso ciclabile ininterrotto denominato Ciclovia n°40 che rappresenterà la spina dorsale dell'intera cintura di verde.
La Ciclovia n°40 fa parte di un progetto denominato MiBici avviato dalla provincia di Milano per promuovere e sviluppare una mobilità ciclabile intercomunale.
Un piano che nel corso dei prossimi anni si propone di realizzare piste ciclabili sicure e connesse tra loro all'interno di una rete efficiente, completa e continua.
L'obbiettivo e quello di  creare le condizioni affinché la bicicletta non venga considerata soltanto un mezzo utile per il tempo libero, ma diventi uno strumento effettivo di spostamento quotidiano.
Allo stato attuale il percorso dalle sponde del fiume Ticino fino a Monza è quasi completamente ciclopedonale, ad eccezione di alcuni attraversamenti di strade a viabilità ordinaria a cui bisogna prestare particolare e alle interruzioni ad Arconate, Parabiago e Senago.

Io e il mio fido destriero metallico di solito ci immettiamo sull’alzaia all’altezza di una grossa vasca di derivazione, il "Vascun" appunto, in località “Il Cucù”.
Ai tempi in cui ero ragazzo l'acqua qui era talmente inquinata e ricoperta di schiume dai mille colori cangianti che era impensabile anche soltanto immergerci un piede pena la corrosione del medesimo......segue su http://iquadernidelciclante.blogspot.it/2012/02/canale-villoresi-da-garbagnate-milanese.html

lunedì 27 agosto 2012

Il professore disincantato e l'assessore pragmatico


Alessandro una volta mi disse che andare in bicicletta era l'attività giusta per me: “ E' uno dei pochi sport che si praticano da seduti. Uno sport per sedentari, perfetto per i pigri come te”.
Io sorrisi, perché in fondo la battuta non era male, e pensai: “Ma che vuoi che ne capisca di questa fatica di terra e fango e catrame e sudore, lui che è un uomo di mare e di vento”.
Pensai pure che, prima o poi, gli avrei fatto cambiare opinione a riguardo della bicicletta. E così è successo
Un cambiamento di opinione sufficiente non tanto a fargli trascurare le sue amate vele e le sue tavole, che rimangono ancora le sue prime passioni, ma perlomeno a fargli apprezzare i piaceri di una pedalata in compagnia.
Pochi giorni fa mi telefona e, con un tono di voce che è come una doppia sottolineatura a matita sotto una frase importante, mi dice: “ Ci vediamo domenica mattina al solito posto. Mi raccomando vedi di non arrivare in ritardo come tuo solito”.
Vorrei controbattere che questa accusa di mancanza di puntualità è priva di qualsiasi fondamento ma non me ne lascia il tempo e prosegue con lo stesso tono: “Non mi far fare brutte figure. Viene a pedalare con noi una persona che ho conosciuto da poco e a cui  tengo molto. E' un professore universitario che si occupa di ambiente. Vedrai ti piacerà di sicuro, avete molte interessi in comune a parte l'incolmabile divario culturale." E' questo il bello degli amici, hanno sempre buone parole da regalare. "Quindi te lo ripeto: mi raccomando, non ci fare aspettare”.

L'appuntamento è per le otto e mezza di fronte ai cancelli del parco di Villa Litta Toselli
Preso dall'ansia di quella accorata doppia sottolineatura calcolo male i tempi ed arrivo con una ventina di minuti di anticipo .
Inganno l'attesa osservando i movimenti di una famigliola di anatre che risale senza sforzi apparenti la corrente del canale Villoresi.
Alle 8,48, quando il mio interesse per l'etologia si è già ampiamente esaurito, arriva Alessandro in compagnia del suo nuovo amico. Mi limito ad indicare il polso sinistro sul quale dovrebbe stare l'orologio. Lui mi regala un sorriso a trentasei denti e l'accenno di un'amichevole alzata di spalle.
Su una cosa ha ragione: il professore mi piace sin da subito, mi colpiscono la candida barba ben curata e la stretta di mano decisa e priva di fretta.
Quella barba da saggio erudito abbinata alla professione e alla mia innata tendenza alla subalternità nei confronti della figura dell'intellettuale mi mettono una certa soggezione.
Malgrado l'aspetto da maturo intellettuale il professore si dimostra di gamba svelta e manterrà senza problemi l'andatura che Alessandro ha deciso di imporre.
Durante la pedalata lungo gli sterrati del parco delle Groane parliamo dei vantaggi dell'uso quotidiano della bicicletta, di mobilità sostenibile e delle politiche che, a nostro parere, le  amministrazioni dovrebbero adottare a riguardo. Devo dire che, malgrado la mia soggezione e l'affanno causato dall'andatura sostenuta, sono soprattutto io a parlare. Mi infervoro, non mi pare vero di poter riversare tutta la mia logorrea ciclabile su di un interlocutore tanto qualificato. Il professore mi ascolta con interesse e Alessandro con rassegnazione. Sono rimasto lusingato dall'interesse che il professore mi ha dimostra, ma a posteriori mi viene da pensare che avesse sentito troppe volte gli stessi argomenti e che attendesse con pazienza di fornirmi una lezione di disincanto.
Infatti sulla via del ritorno, con studiata noncuranza, butta lì la frase di apertura della sua lezione: “A proposito delle politiche ecologiche che le amministrazioni dovrebbero adottare ho un gustoso aneddoto che mi piacerebbe raccontarvi”

Il professore pedalerà con buona gamba e racconterà con una dovizia di particolari e una capacita affabulatoria che non sono in grado di rendere appieno. Snocciolerà nomi, luoghi e dettagli che eviterò appositamente di indicare; innanzitutto perché preferisco focalizzare l'attenzione più sull'atteggiamento generale che sull'episodio in particolare e secondo perché sono un pavido che preferisce evitare grane. Ho il timore che il secondo sia il vero motivo ma il primo mi piace di più perché mi giustifica nobilmente.

L'aneddoto è questo: "Alcuni anni fa, durante un volo nazionale, mi trovo fianco a fianco con l’assessore alla mobilità di una grande città del nord. Ci eravamo già conosciuti precedentemente per cui non fatichiamo a intavolare una cordiale conversazione. Dopo qualche gustosa malignità all'indirizzo di alcuni suoi compagni di giunta l'assessore mi parla con soddisfazione della recente introduzione della figura dell’ausiliario del traffico. “Figura che potrà validamente coadiuvare il vigile urbano” parla scandendo le parole come se stesse tenendo un comizio e le accompagna con solenni gesti della mano  “nel difficile ma indispensabile compito di controllo e repressione delle violazioni al codice della strada”. Ad un tratto stacca la schiena dalla poltrona e recita l'illuminazione di un'idea improvvisa. Una recita mal riuscita direi, perché secondo me l'idea l'aveva già in testa da tempo. Comunque, recitando male, mi butta lì la sua richiesta: "Secondo il suo parere è possibile elaborare uno studio che determini quale sia il numero ottimale delle persone da assumere per questo prezioso compito?". Io gli rispondo che è difficile calcolarlo a priori e che la pratica migliore può essere quella più semplice: procedere ad assumere gli ausiliari poco per volta, fino al raggiungimento della migliore fluidificità del traffico e alla completa dissuasione alle infrazioni da parte degli automobilisti. A quel punto l’assessore si adagia sullo schienale e si apre ad un sorriso candido, come quello di un nonno che rivela al nipotino ingenuo un'ovvietà della vita. “Forse non sono riuscito a spiegarmi bene” dice con un candore che mi sconcerta “ gli introiti delle multe sono una voce attiva importantissima per il bilancio comunale. Il nostro obbiettivo non è dissuadere dal compiere le infrazione, perché a quel punto verrebbe a mancarci un solido introito per le nostre casse. Quello che vorremmo trovare è il punto giusto per rimanere appena sotto quella soglia. Trovare la maggiore resa possibile nel rapporto tra gli introiti derivanti dalle contravvenzioni e i costi delle nuove assunzioni. Certo non vogliamo perdere di vista l'obiettivo di impedire che la viabilità si trasformi in un far west selvaggio ma non assumeremo gli ausiliari per debellare le infrazioni ma lo faremo per sanzionarne il più possibile.” Di fronte a quella spudorata affermazione sono rimasto basito e non sono riuscito a rispondere come avrei dovuto. Per il resto del volo mi sono trincerato dietro il paravento di un giornale e all'arrivo ci siamo salutati con cordialità”.

Dopo il racconto del professore andiamo per un po' in fila indiana senza scambiare altre parole.
Ognuno chiuso nel proprio pensiero ad elaborare qualche ragionamento che non trova soluzioni.
Non so cosa pensino gli altri ma io sono amareggiato.
Questa lezione di disincanto a proposito del pragmatismo miope della nostra classe politica non mi coglie impreparato ma mi fa, una volta di più, sorridere amaro.
Di strada da fare c'è ne ancora tanta ma se vogliamo arrivare, importa poco se con un sorriso amaro o di fiducia, l'unica cosa che ci resta è pedalare. Malgrado gli assessori pregmatici.

lunedì 20 agosto 2012

L'istintiva saggezza del corpo e il ciclante contemplativo


Il corpo ragiona meglio della mente.
Come frase d'apertura sarebbe perfetta se non prestasse il fianco alle classiche battute dei classici amici permeati dal classico umorismo da bar: “Se stai parlando della tua di mente allora è verissimo, perché sono tante le cose che ragionano meglio di lei”.
Con la signorilità che mi contraddistingue ignorerò bellamente le ipotetiche battutacce degli amici, eviterò di polemizzare sulla loro infantile mancanza di serietà e coraggiosamente confermerò la frase di apertura.
Con una leggera e compromissoria variazione. Sono il re dei compromessi io.
Il corpo, a volte, ragiona meglio della mente.
O per lo meno conosce istintivamente cosa è meglio per lui, senza lasciarsi condizionare da sovrastrutture, desideri indotti o ragionamenti contorti, e in caso di necessità invia segnali che la mente deve avere soltanto l'umiltà di decifrare.
Dico questo perché qualche giorno fa ho fatto una bella pensata. Io e la mia mente perennemente insoddisfatta.
Ho pensato di apportare qualche leggera modifica all'assetto della mia bicicletta.
Due aggiustamenti di poco conto.
Primo aggiustamento: alzare un tantino la sella per permettere una maggiore estensione della gamba con conseguente aumento della spinta dinamica.
Secondo aggiustamento: sostituire il mozzo del manubrio con un uno più lungo in modo da raggiungere una posizione maggiormente aerodinamica durante la pedalata.

Simili decisioni avrebbero dovuto sin da subito suonarmi come campanelli dall'allarme. Stavano a significare che il mio “platonico ciclismo contemplativo” cominciava a cedere ai virili richiami della performance agonistica.
Maggior aerodinamicità vuole dire testa bassa e occhi puntati sul tachimetro, in gara con se stesso e con gli altri.
Vuole dire abbandonare la posizione eretta del ciclante curioso per rannicchiarsi nella testosteronica posizione del cicloagonista che guarda soltanto dritto davanti a sé.

Fortunatamente il corpo, a volte, ragiona meglio della mente.
E, bontà sua, mi è venuto in soccorso.
Per l’esattezza è stato il ginocchio a suggerirmi che non sono strutturalmente portato per la perfomance agonistica.
Ha iniziato a dolermi dopo pochi chilometri di pedalata aggressiva.
Questa volta non sono stato cocciuto come mio solito ed ho accolto il suggerimento. Perché ne ho riconosciuto l'istintiva saggezza.
Ho abbassato la sella e la mia foga e sono tornato alla posizione che più mi è consona. La posizione del ciclante contemplativo che, con la dovuta calma, a testa alta e petto in fuori osserva tutto ciò che lo circonda.
Con buona pace del tachimetro che sbadiglia.

domenica 12 agosto 2012

La maremma, il cammello a pedali e la mitologia meteorologica


Mai come quest’anno i meteorologi hanno dato tanta prova della loro fervida immaginazione.
Hanno creato una singolare mitologia meteorologica per poter battezzare in modo adeguato i vari anticicloni tropicali che si sono succeduti nell’arco di questa torrida estate.
Caronte, Lucifero, Minosse, nomi evocativi e inquietanti che, per quanto posso immaginare, nelle intenzioni dei fantasiosi uomini del meteo dovevano servire da avvertimento.
Manca all’appello Fetonte con il suo carro solare fuori controllo, persino loro devono averlo considerato eccessivo.
Eppure malgrado questi mitologici avvertimenti mi sono ugualmente ritrovato, in bicicletta, sotto un sole impietoso ad affrontare una sterrata polverosa e riarsa all'interno del parco regionale della Maremma. Circondato da ulivi accecati dalla luce, assordato dallo strepitio delle cicale e alla ricerca di un luogo chiamato Cala di Forno.
Anche questo è un nome che è tutto un programma.
Alla ricerca di Cala da Forno scortato da Caronte.
Soltanto il sommo Dante avrebbe potuto architettare una simile pena.
E io me la sono autoinflitta. Ha ragione mia moglie quando dice che sono poco furbo.

Spiegare come mai, al posto di raggiungere la Cala, mi sia ritrovato tra le bancarelle del mercato settimanale di Grosseto non è cosa facile.
Penso abbia a che fare con l’abitudine, tipica del ciclante, di lasciarsi trasportare dalle suggestioni e dalle conseguenze di decisioni sbagliate prese davanti ad un bivio privo di indicazioni.
Per onore di cronaca devo dire che Cala di Forno è all'interno di una zona protetta,  non avrei comunque potuto raggiungerla se non partecipando alle escursioni organizzate dall’Ente Parco.
Altra fatto difficile da spiegare è come sia finito, lungo la strada del ritorno, a camminare, trascinando la bici a mano, lungo la massicciata della ferrovia.
Potrei giustificarmi dicendo che cercavo una scorciatoia e non l’ho trovata.
Cercavo una scorciatoia perché l’area del Parco è un’area chiusa, a piedi e in bicicletta non si esce.
A nord c’è il fiume Ombrone, a ovest il mare e a est la ferrovia e la via Aurelia che in questo tratto è una superstrada impossibile da attraversare e da percorrere con la bicicletta.
La zona interna del parco è un paradiso per le biciclette ma lungo il perimetro esterno la viabilità è stata progettata esclusivamente in funzione delle auto.

Forse a questo punto è necessario fare un poco d’ordine e dare una parvenza di sequenza cronologica coerente a questo racconto.
Potrei ricominciare dalla scena in cui io e Idalgo, il proprietario dell'agriturismo che ci ha ospitato durante queste vacanze, condividiamo l’ombra di una pergola di gelsomini.
Io gli parlo dei confini del Parco, invalicabili per le biciclette, e Idalgo si fa pensieroso, con la solennità che soltanto un contadino maremmano settantenne con un nome tanto altisonante può possedere.
Dopo un lunga pausa esclama: “ Ma sai che ciai ragione. Maremma Maiale” giuro ha detto maremma maiala “ Però un varco nascosto esiste. Un varco per scavalcare Aurelia e ferrovia e portarti sulle colline usando la bicicletta”.
Un varco sterrato che passa sotto un solenne filare di pini marittimi e che porta alla strada per le colline. Per i borghi medioevali di Manciano, Montemerano e Pitigliano, per Saturnia e le sue terme, luogo Dantesco anche questo con le sue vasche naturali fumanti di acqua sulfurea.
Il giorno successivo a quella chiacchierata rivelatrice parto, come avevo progettato, alla ricerca della Cala di Forno, accompagnato dalle cicale e dal fiato soffocante di Minosse ma dopo qualche chilometro il richiamo di quel varco nascosto mi attrae a se e non voglio resistergli.
Passo sotto L’Aurelia e la ferrovia, infilo la sterrata contornata da un lungo filare di pini marittimi e finalmente raggiungo le colline. Mi accontento di salire fino a Montiano. Divoro due fenomenali panini con la porchetta seduto su una panchina con  vista panoramica su colline che paiono dipinte da un Mondrian etrusco, appagato e meno rigoroso.
Con lo stomaco esultante e soddisfatto giro la bici e mi abbandono completamente alla discesa tanto che non mi accorgo di aver oltrepassato il bivio del ritorno e mi ritrovo sulla strada per Grosseto.

Ecco spiegato come mi sono ritrovato a comperare una maglietta bianca ad una bancarella del mercato piuttosto che sdraiato sulla candida sabbia di Cala di Forno.
La mia cocciutaggine mal riposta spiega invece come mi sia ritrovato ad arrancare sui binari della ferrovia alla ricerca di una scorciatoia, di un altro varco che evidentemente non esiste.
Prima di essere definitivamente disidratato da Minosse raggiungo la stazione dismessa di Rispescia e scavalcando la recinzione rientro in strada nel territorio del parco.

Faccio scorta d'acqua neanche fossi un cammello a pedali e decido di raggiumgere la spiaggia per chiudere in bellezza la giornata da ciclante.
Costeggio per un tratto il fiume Ombrone. Negli spazi che si aprono tra la vegetazione riflette una  luce abbagliante sebbene l’acqua sia torbida e limacciosa.
Metto le ruote sulla ciclabile che porta a Marina di Alberese. Otto chilometri di pista in sede protetta che si snodano attraverso una prateria che regala lo spettacolo inconsueto di un orizzonte che si perde in lontananza.
Una Pampa brulla popolata da vacche Chianine al pascolo e da mandrie di cavalli bradi sorvegliati ancora dagli eredi di quei Butteri che, così narra la leggenda, sfidarono e batterono in abilità i cowboy di Buffalo Bill.
Prima di poggiare la bici sulla sabbia devo attraversare una pineta incontaminata solcata da una serie di canali scolmatori che ai tempi della bonifica, in periodo fascista, servirono per stappare queste terre alle paludi malariche.
Sarebbe bello superare la macchia mediterranea e raggiungere una delle numerosi torri di avvistamento costruite, in tempi più difficili dei nostri, sui rilievi lungo la costa per sorvegliare l'arrivo di navi saracene.
Ma non tutto è raggiungile in bicicletta. Per cui mi accontento, mi siedo sulla sabbia e guardo il mare. In lontananza il profilo dell’Argentario e dell'isola del Giglio.
Si alza un refolo di vento e me la rido.
Alla faccia di Caronte e degli allarmistici uomini del meteo.

giovedì 21 giugno 2012

La strada del ciclopendolare



"Anche questa mattina mezzora di coda per fare sei chilometri da casa al lavoro " mi lamento mentre mi accascio sulla sedia della mia scrivania.
"A lamentarti sei capace, ma tu cosa fai per migliorare la situazione?" mi risponde Andrea senza neppure alzare gli occhi dallo schermo del computer.
Andrea è un mio collega ed è un tipo diretto e poco diplomatico; peculiarità che sovente me lo rendono indigesto. Non è tipo che si perde in grandi discorsi, ma spesso non sono necessari grandi discorsi per comprendere verità semplici. E' stata sufficiente la sua risposta secca e indigesta per sbattermi in faccia le mie contraddizioni e per partorire una presa di coscienza, tanto banale quanto inequivocabilmente vera: se voglio che le cose cambino devo essere io stesso, in prima persona, a compiere i piccoli gesti necessari al cambiamento...continua su http://iquadernidelciclante.blogspot.it/2012/02/una-dichiarazione-di-intenti.html
Ora il luogo di lavoro è cambiato e i Km non sono più 6 ma sono i 25.
Ma una volta inforcata la bicicletta non rimane che pedalare.

lunedì 11 giugno 2012

La Valganna, l'adrenalina e l'apparizione della Madonna (parte seconda)


…........Quando si allontana soddisfatto, caracollando sotto il peso della sua scorta di bottiglie piene di acqua miracolosa, mi stacco dal muretto al quale ero rimasto poggiato fino a quel momento e scendo i tre gradini che mi separano dalla vasca della fontana.
Ma non trovo il rubinetto, c’è solo una polla d’acqua che sgorga dalle pietre rosse.
Non ricordo di aver mai bevuto prima direttamente da una sorgente. C’è sempre stato un rubinetto, un tubo, un accrocchio, insomma un intermediario tra me, uomo del ventesimo secolo e la fonte.
Mi accorgo che il palo al quale ho poggiato il mio fedele destriero a pedali sorregge un cartello dal quale apprendo di trovarmi chino alla fonte di San Gemolo, la fonte dei sassi rossi. La leggenda vuole che a renderli di quel colore sia stato il sangue del santo ucciso in quel luogo da dei briganti.
Un santo importante qui in zona: poco più in là trovo una cappella eretta a ricordo del suo martirio
e raggiunto l’abitato di Ganna, visito l’insediamento monastico della badia eretta a suo nome.
I chiostri dei conventi non smettono mai di incantarmi. Immagino ci sia il raggiungimento di una qualche perfezione in quella loro geometria chiusa.
Fatto sta che rimango seduto in pace con me ad abbracciarmi le gambe con la schiena poggiata a una colonna per un tempo enormemente maggiore rispetto a quello dedicato all'osservatorio in riva al laghetto. Con buona pace degli ornitologi.
Mi stacco con riluttanza dalla quieta penombra del chiostro e riprendo la strada.
La pista si inserisce per un breve tratto nella viabilità ordinaria del paese per poi immergersi nella vegetazione che costeggia il lago di Ghirla.
Potrei continuare lungo la ciclabile della Valganna, passare dal parco dell'Argentera, con il suoi reperti di antichi mulini e magli idraulici, e percorre quello che un tempo era il sedime recuperato della ferrovia che portava a Ponte Tresa.
Invece decido, sciaguratamente, di abbandonare il fondo valle e affrontare la salita.
Salire per raggiungere il vecchio Villaggio del Touring sopra il paesino di Boarezzo che in epoche lontane fungeva da colonia estiva per il giovani balilla.
E se le gambe reggono salire ancora e raggiungere le trincee della linea Cadorna.

Purtroppo devo farmene una ragione, il ciclista contemplativo che è in me è poco avvezzo a sforzi eccessivi. E poi ci sono giornate in cui le gambe non spingono a dovere. E in quelle giornate bisognerebbe avere l'umiltà di tornare indietro.
Io non so se sono umile a sufficienza, di certo talvolta sono cocciuto più di un mulo.
L’esperienza di quella ascesa si è rivelata mistica e ha inciso una profonda ferita nella mia presunzione.

Arrivati a questo punto del racconto decido di abbandonare la narrazione al tempo presente per rifugiarmi in quella al tempo passato. Lo faccio in primo luogo per distaccarmi da quei momenti, per esorcizzarli, per tenerli lontani.
Ma principalmente lo faccio per rimarcare il fatto che si tratta di tempi andati. Tempi in cui ero uno sprovveduto neofita della bici. Ora le mie capacità di resistenza sono notevolmente aumentate, ci tengo a dirlo perché un minimo di amor proprio bisogna mostrarlo.
L'autoironia sarà anche una virtù, ma va ben dosata, altrimenti si corre il rischio di venire fraintesi e di sminuire se stessi e le cose che si fanno. E io non sono bravo con le dosi.
Ma torniamo al proseguo del racconto prima di perdere il filo dietro a queste digressioni autoanalitiche da quattro soldi.
Evocare quei tremendi momenti sarebbe compito arduo persino per penne ben più attrezzate della mia. Lo scoramento, l’orgoglio che vacilla, la solitudine dell’uomo di fronte alla propria infinitezza, la naturale ribellione del corpo dinanzi a sforzi autoimposti per motivi francamente risibili, sono impressioni che resteranno scolpite imperituramente nella mia memoria.
Quando, svoltato l’ennesimo tornante mi è apparsa la madonna le eventualità che mi si prospettavano erano due: o si trattava di una visione, e in quel caso era meglio poggiare i piedi a terra, mettere da parte l’orgoglio che mi stava trascinando alla rovina trainandomi per lingua e arrendersi oppure ce l’avevo fatta, avevo per lo meno raggiunto il primo virtuale traguardo, avevo raggiunto la cappelletta votiva posta all’entrata di Boarezzo.
Ora sul ripiano in pietra della cappelletta che custodisce l'immagine della Madonnina di Boarezzo, proprio al fianco dei ceri votivi, c'è la mia borraccia.
L'ho lasciata lì come una sorta di ex voto provvisorio.
Provvisorio perché tornerò a riprenderla.
E lo farò afferrandola al volo, senza fermarmi, in piedi sui pedali, salutando con un composto cenno virile quella bella ragazza dipinta.

martedì 5 giugno 2012

La Valganna, l'adrenalina e l'apparizione della Madonna (parte prima)


Il cartello indica “miniera Valsassera”, ma a parte quello non vedo altra traccia di qualcosa che possa anche vagamente somigliare ad una miniera.
Intorno a me soltanto frassini e ontani, la sterrata che sto percorrendo e un sottobosco selvatico.
In lontananza arriva ad ondate il rombo della provinciale che taglia a metà la stretta valle.
Poggio la bici al tronco di un albero enorme e mi inoltro nella vegetazione.
Vorrei trovare l'ingresso di qualche gallerie ma incrocio soltanto i ruderi di un edificio, probabile pertinenze del complesso minerario.
Dai buchi di quelle che un tempo erano le finestre spuntano dei rami.
Mi fanno impressione  quei buchi . Sembrano le orbite vuote di un teschio abbandonato tra l'erba.
La natura indifferente si sta riappropriando, una foglia per volta, di quei resti abbandonati dall'uomo.
Risalgo in sella e mi scrollo dalle spalle una leggera delusione e un certo numero di ragnatele..
Sto pedalando lungo una sterrata che fa parte, come recita il depliant turistico della provincia di Varese che mi sono portato appresso, di un “percorso ciclabile e pedonale che percorre la Valganna e la Valmarchirolo, dal confine di Induno fino a Laveno Ponte Tresa. Il primo tratto coincide con il "Sentiero del Giubileo”, un itinerario naturalistico nato per celebrare il Giubileo del 2000 e che si propone di ripristinare e valorizzare un'antica strada medievale utilizzata dai pellegrini provenienti dalla svizzera e diretti a Roma”.
Attraversando questa selva oscura anch'io mi sento un pellegrino in cammino, diretto verso la grande indulgenza. Un peregrinus: uno straniero, uno sconosciuto e dunque un diverso, che viene da lontano e va altrove, "Per Agros", percorrendo i territori sconosciuti e pericolosi fuori dalle mura della città.
Il rombo violento di una moto che aggredisce la statale mi risveglia dalle mie fantasie rendendo evidente la pochezza del mio presunto pellegrinaggio.
Del resto, a parte il tratto che coincide con la ciclabile, il resto del sentiero giubilante è invaso dall'erba alta; a testimonianza del fatto che di giubilanti desiderosi di mettersi in viaggio per riscattare la propria anima ne sono rimasti ben pochi
Costeggio per un tratto il torrente Margorabbia emissario del piccolo lago di Ganna.
Sulle sponde del laghetto sono stati posizionati osservatori mimetici dai quali osservare le varie specie di uccelli che  vi fanno sosta.
Infilo la testa in una delle feritoie di osservazione e aspetto. Solo acqua e canne.
Evidentemente il bird watching è una attività per persone con una vista e una pazienza molto superiori alla mia.
Abbandono senza rimpianti la mia posizione di osservazione ornitologa e mi lancio, con un inconsueto eccesso di imprudenza, sullo sterrato tortuoso.
Talvolta il mio ciclismo platonico deve essere rinvigorito da una sana dose di adrenalina.
Di solito non dura molto: la mia scarsa resistenza alla fatica riconduce in poco tempo la mia foga atletica a livelli più consoni.

Ho la lingua a terra e i polmoni che chiedono pietà quando, dietro un basso muretto di pietra un metro sotto il livello del sentiero, noto un uomo chino ad una fontana. Sta riempiendo d'acqua alcune bottiglie.
Mi rendo conto di avere sete, decido di fermarmi per bere e riempire la borraccia. Appoggio la bicicletta ad un palo, riprendo fiato e saluto l'uomo là in basso.
Lui alza la testa e mi sorride. Bastano due parole di saluto per capire che ha una gran voglia di chiacchierare.
Dalla sua scomoda posizione, è in ginocchio sul bordo della vasca, mi informa che l’acqua di questa fonte è pesante e antinfiammatoria ed è un miracoloso toccasana contro i suoi problemi di prostrata.

Mi domando quale sia la molla che spinge certe persone ad annullare ogni pudore e a confidare a perfetti sconosciuti le proprie faccende intime.
Quando si allontana soddisfatto, caracollando sotto il peso della sua scorta di bottiglie piene di acqua miracolosa, mi stacco dal muretto al quale ero rimasto poggiato fino a quel momento e scendo i tre gradini che mi separano dalla vasca della fontana.
Ma non trovo il rubinetto, c’è solo una polla d’acqua che sgorga dalle pietre rosse.
Non ricordo di aver mai bevuto prima direttamente da una sorgente. C’è sempre stato un rubinetto, un tubo, un accrocchio, insomma un intermediario tra me, uomo del ventesimo secolo e la fonte.........continua

lunedì 28 maggio 2012

L'improbabile pudore del grafomane presuntuoso


“Ma lo sai che sono interessanti le cose che scrivi. Che cos'è che ti spinge farlo? Lo fai perché pensi che possano essere utili agli altri? Vorresti farle pubblicare?” mi chiede il buon Carlo, senza riprendere fiato come suo solito, mentre mi restituisce i fogli che gli avevo dato da leggere.
Sono le domande dirette come queste quelle che ti fregano.
Eviterò di sottolineare che l'eccesso di franchezza spesso sconfina nella mancanza di tatto e che chiunque utilizzi termini come “interessante” per esprimere giudizi su un qualsiasi prodotto della presunta intelligenza umana andrebbe ignorato a prescindere. Ma Carlo non merita di essere ignorato, come non lo merita chiunque abbia la freschezza di fare delle domande.
Mi limiterò a constatare che le domande sfrontatamente ingenue come queste mi spiazzano, sopratutto quando mettono in luce l’inconsistenza di ogni tentativo di risposta.
Cosa avrei dovuto rispondere di sincero senza rischiare di fare la figura del velleitario presuntuoso?
Avrei potuto rispondere che i poveri grafomani come il sottoscritto scrivono nella serena convinzione di farlo soltanto per loro stessi, per dare libero sfogo ai nobili pensieri che custodiscono nel loro intimo (non inteso come capo di abbigliamento) e che scalpitano per vedere la luce. Scrivere per far decantare i propri pensieri in modo che, cristallizzandosi su un foglio, appaiano più nitidi. Scrivere per reclamare un ordine, per reclamare un senso a ciò che ci accade, a ciò che ci precipita addosso.
Balle.
Ciò che il nobile gesto dello scrittura reclama è un lettore.
Se questi miei scritti, piuttosto di restare ben custoditi nel cassetto di una scrivania, vengono lasciati a disposizione di ipotetici lettori ciò che vanno a elemosinare altro non è che l’interesse di un pubblico. Un pubblico che possibilmente dimostri approvazione e stima nei confronti dello scrivente.
Vanità, perdonabile debolezza umana.
A parziale giustificazione della mia ingiustificabile vanità potrei addurre la scusa che questi miei resoconti di viaggio in bicicletta vorrebbero raggiungere finalità divulgative e sociali di pubblico interesse. Vorrebbero essere utili alla causa ecologica. Vorrebbero essere testimonianza e condivisione di ciò che io considero valore, vorrebbero chinarsi a raccogliere la bellezza e vorrebbero mostrarla agli altri, vorrebbero scoprire, nell’inferno che ci assedia, ciò che inferno non è, tanto per citare Calvino.
Una tale dimostrazione di altruismo quasi mi commuove. Non so se è vera ma mi piace illudermi che lo sia.
Perdonatemi la malriposta presunzione ma dall'alto del sellino della mia bicicletta, mi piacerebbe riuscire a porre l’accento su alcuni problemi che, a mio modo di vedere, derivano dell’attuale stile di vita del progredito occidente e provare ad imbastire delle soluzioni.
Problemi che qualcuno potrà considerare marginali. 
Ma quel qualcuno probabilmente non è abituato a guardare le cose pedalando.


lunedì 21 maggio 2012

L'argine del fiume Oglio, la libertà e i buoni anfitrioni


Guerrina si alza in piedi sui pedali per afferrare tutto il vento. Ha gli occhi che sorridono.
Si gira verso di me e grida: “Quando vado in bicicletta mi sento libera. E tu?”
Io, che ormai da troppo tempo convivo con il mio disincanto, faccio fatica a farmi coinvolgere dal suo ingenuo lirismo.
Mi limito ad un sorriso di circostanza e penso che la sua sia soltanto una frase abusata e generica.
Al nostro fianco il fiume Oglio, malgrado la siccità estiva, comunica tutta la sua solenne e placida potenza. La campagna si perde in lontananza, addomesticata dal lavoro dell’uomo, regolata nelle geometrie dei campi coltivati, nei rettangoli colorati dei girasoli, nei disciplinati plotoni dei pioppi.
Lascio indugiare per un poco lo sguardo sul panorama circostante, poi lo concentro sul fondoschiena di Guerrina gioiosamente poggiato sul sellino e capisco che il cinismo non mi ha fregato del tutto: la sua sarà anche stata una frase abusata ma ha il pregio di essere vera e di appartenergli appieno.
E comunque la devo smettere di crogiolarmi nella mia spocchia e devo confessare a me stesso che quando pedalo provo anch'io la medesima sensazione. Potrei anche tentare di dipingere una definizione più originale ed evocativa ma alla fine è così che mi sento: libero.

L'entusiasmo di Guerrina ci ha spinto veloci, mi volto indietro a controllare la strada che si snoda in cima all’argine e mi rendo conto che Paola e Daniele, gli anfitrioni di questo nostro fine settimana mantovano,  sono parecchio indietro.
Fino a quando siamo rimasti in gruppo hanno indossato con evidente soddisfazione i panni dei ciceroni, indicando di volta in volta la fugace apparizione di aironi, nutrie e volatili dai nomi sconosciuti.
Ho sempre annuito alle loro indicazioni, per concedergli soddisfazione e per non farmi commiserare a causa della mia miopia, ma non sono mai riuscito a inquadrare nessuno degli animale da loro indicati.

Rallentiamo per ricompattare il gruppo. Decidiamo di abbandonare l’argine per deviare verso Bozzolo alla ricerca del refrigerio di un gelato o di una bibita ghiacciata.
Il corso principale conserva un aspetto dei bei tempi andati, mi guardo intorno attendendo che, da sotto gli antichi portici, appaia qualche Don Camillo o qualche Peppone.
Nella calura estiva la strada è deserta e nessuna folkloristica apparizione si palesa, ad eccezione di una coppia di sbarbati globalizzati con il cavallo dei pantaloni che pascola a livello marciapiede.
Bisogna farsene una ragione, non è più il tempo per Don Camilli e Pepponi.

Non appena allunghiamo le gambe sotto il tavolo di un bar all’aperto si accende una serrata discussione sulla collocazione da dare alle nutrie in un ipotetico disegno dell’universo.
Daniele le descrive come simil-toponi di grosse dimensioni, avvezzi a scavare nel terreno gallerie che possono addirittura mettere in serio pericolo la stabilità degli argini.
Paola le trova adorabili, Daniele le liquida come bestiacce schifose, possibili portatrici di malattie.
Guerrina, sospetto per puro spirito di sorellanza, appoggia la sua amica.
Io, immerso nell’estatica beatitudine di una birra fresca, non mi pronuncio, non conosco bene la bestiaccia, pardon l’animale, in oggetto ma di sicuro mi è passata la curiosità di incontrarla.

Abbandoniamo controvoglia la sonnolenta ombra dei portici e torniamo a scalare l’argine per raggiungere quella che, nelle intenzioni dei nostri amici, dovrà essere la sorpresa finale.
Superato lo stabilimento idrovoro di San Matteo delle chiaviche, un imponete esempio di archeologia industriale di inizio secolo scorso, scendiamo in zona golenale. Cioè, come mi informa Daniele sorvolando signorilmente sulla mia ignoranza, la zona racchiusa tra la sponda del fiume e gli argini di protezione. Per intenderci l’area che finirebbe sott’acqua in caso di esondazione.
Infiliamo una stradina che si snoda all’interno di un territorio che, sebbene visibilmente ammaestrato dall’uomo, conserva una bellezza paesaggistica incantevole, per lo meno per chi come me è soggetto a restare incantato di fronte ad una natura monotonamente rigogliosa e placida.
Questa zona, come del resto l’intero territorio interessato dalla presenza del fiume, fa parte del Parco Oglio Sud, parco che si pone l’obbiettivo di “tutelare il paesaggio, gli ecosistemi, le permanenze storiche del territorio anche attraverso la promozione e lo sviluppo di attività economiche sostenibili”.

Daniele assicura che qui sono frequenti gli incontri con caprioli e altri simili mitologici animali che io, nella mia beata ignoranza zoofila da urbanizzato abitante della metropoli, considero inavvicinabili.
Per questo motivo quando, riincontrato il fiume, Paola si ferma, pianta i piedi a terra e allarga teatralmente il braccio per presentarmi la sorpresa promessa, mi aspetto che voglia mostrami un branco all’abbeverata.
Quello che invece mi mostra è un ponte di barche.
Il ponte di barche di Torre D'Oglio.
Paola sfodera uno sguardo compiaciuto come se lei stessa avesse provveduto alla realizzazione del ponte. Ci tiene a informarci che si tratta di uno degli ultimissimi ponti di barche superstiti in Italia.
Non posso fare a meno di sorridere pensando che la stessa frase l'ho sentita o letta a riguardo di almeno altri cinque o sei ponti del genere, e tutti erano gli ultimi superstiti.
Io stesso ho attraversato pedalando quello di Bereguardo, in provincia di Pavia.
Sfortunatamente il ponte oggi non è transitabile a causa della scarsità d’acqua che ne impedisce il galleggiamento e la stabilità corretta.
Idealmente potremmo tornare indietro, risalire l’argine e pedalare in direzione sud per raggiungere la confluenza del Po’ e seguendolo raggiungere l’adriatico.
Oppure potremmo risalire la corrente e arrivare in provincia di Brescia.
Potremmo, ma per oggi ci accontentiamo. Poggiamo le bici al tronco di un enorme albero e tiriamo quattro calci ad un “mitico” super tele comprato per l’occasione.
Bisogna farsene una ragione: non è più il tempo per Don Camilli e Pepponi e l'aggettivo mitico ormai non si nega più a niente e a nessuno.

lunedì 14 maggio 2012

La ciclabile lungo il naviglio pavese, la stupidità umana e la soddisfazione finale

Mi piace il fruscio che producono i copertoni sull'asfalto nei momenti in cui la strada è silenziosa.
Mi piace il fruscio della catena che srotola i grani del suo rosario.
Mi piace quel suono regolare di lavorio leggero e costante, a lui mi accordo in modo che la fatica non si faccia sentire, entro nella giusta sintonia e le gambe girano da sole, cercano il mantenimento del cerchio perfetto.
L’andatura sostenuta sprigiona endorfine benefiche. La pedalata batte un ritmo costante, ideale per accompagnare pensieri, per accordarli con il respiro. I pensieri più confusi si ordinano da soli, si sgrossano del superfluo, lasciando a vista soltanto l’essenziale. Potrei azzardarmi a dire che sto recitando un mantra, se solo sapessi bene cosa vuole dire.
Sto percorrendo un lungo tratto di rettilineo su pista protetta.
L' asfalto liscio in lontananza dispensa liquidi miraggi sotto un sole impietoso.
A destra scorre il Naviglio Pavese, a sinistra si snoda una campagna addomesticata e geometrica.
Il lungo rettilineo è vuoto, non c'è anima viva, mi sento un felice viaggiatore.

Eppure la giornata non era iniziata nel migliore dei modi
Avevo fissato la partenza della darsena di porta ticinese con l'obbiettivo di costeggiare il naviglio fino alla sua confluenza con il Ticino.
Il quartiere Ticinese con la darsena e il corredo dei suoi locali notturni è una zona di Milano che mi è sempre piaciuta ma affrontarla in bici è stata un'impresa poco piacevole. Una portiera aperta all'improvviso ha rischiato di scaraventarmi a terra, una manovra azzardata di un suv che cercava di scampare da un ingorgo per poco non mi schiantava contro le automobili in sosta.
Lungo l’intero tratto urbano neppure una striscia tracciata con il gesso per delimitare uno straccio di spazio da destinare a bici e pedoni. Probabilmente al comune di Milano importa ben poco delle “politiche di valorizzazione delle storiche vie d’acqua lombarde” da più parti strombazzate e auspicate.
“Via da qua velocemente” mi sono detto, non è questo il mio modo di intendere una pedalata.
Non deve essere una adrenalinica gimkana nel traffico, una sorta di lotta per la sopravvivenza.
Io pedalo per muovermi con tranquillità e per potermi guardare intorno e in queste condizioni non è proprio possibile.

Fortunatamente raggiunta la periferia il traffico si acquieta e cominciano alcuni spezzoni di strada ciclopedonale.
Posso finalmente rilassarmi e cominciare a godermi questo viaggio lungo la storica e tribolata via d'acqua.
Mi fermo sul ponticello davanti alla conca Fallata, scatto la foto di rito e estraggo dallo zainetto la mappa e gli appunti che ho scaricato da internet.
Questa volta non ho voluto partire impreparato, leggo che il Naviglio Pavese è un canale di circa 33 km che collega il capoluogo lombardo a Pavia.
Parte dalla Darsena di porta Ticinese e chiude il sistema dei navigli restituendo al Ticino le acque portate a Milano dal Naviglio Grande.
E’ un'opera immaginata fra il 1400 e il 1500 ma che per lungo tempo rimase un progetto sulla carta.
Venne seriamente preso in mano soltanto dagli spagnoli che ordinarono l'avvio dei lavori nel 1601.
Lavori che si interruppero ben presto, a causa di alterne vicende, all'intersecazione con il Lambro meridionale.
I lavori furono ripresi due secoli dopo per ordine di Napoleone Bonaparte ma l'inaugurazione solenne avvenne soltanto nel 1819 sotto il dominio degli Asburgo.
A differenza del Naviglio Grande e di quello della Martesana che sfruttano la naturale pendenza del suolo per spingersi fino a destinazione, il Pavese necessita di salti di livello per creare la corrente necessaria. In concomitanza di queste cascate artificiali sono presenti delle chiuse chiamate conche che consentivano alle imbarcazioni di superare i dislivelli.
Il naviglio è rimasto in esercizio come canale navigabile fino al 1965, quando il trasporto delle merci tramite chiatte è stato abbandonato.

Ripongo mappa e appunti nello zainetto e riparto con la speranza di godermi un viaggio nella storia lombarda oltre che una bella pedalata.
In prossimità di Assago inizia la ciclabile vera e propria, il fondo dà l’impressione di essere stato steso di recente, ma le condizioni in cui è ridotta la sponda sono fonte di ulteriore vergogna.
Mi fa vergognare l'incomprensibile stupidità di chi scarica in strada qualsiasi rifiuto e mi fanno vergognare le lussureggianti siepi di ambrosia alte un metro e mezzo che sbugiardano tutte le ordinanze pubbliche antiallergiche che ne imporrebbero lo sfalcio. Malcostume privato che si somma a quello pubblico.
Lungo l'alzaia ho modo anche di ammirare il proliferare indiscriminato dei caratteristici orti italici. Orti che sorgono improvvisati ovunque si presenti la possibilità di far fruttare uno spicchio di terreno incolto e, si presume, senza proprietario che ne rivendichi l’utilizzo.
Superato il confine, fisico ma soprattutto simbolico, della tangenziale il corso d'acqua riflette immagini maggiormente agresti.
Entrati in provincia di Pavia parte il lungo rettilineo su asfalto liscio dove posso abbandonarmi al piacere della pedalata. Non penso a niente. Guardo, osservo, ascolto.
E canto. Un tempo mi capitava di cantare a squarciagola, ora ho acquisito una maggiore esperienza e mi limito ad un canto a labbra socchiuse, più discreto. Avere ingoiato un buon numero di moscerini perlomeno mi ha insegnato qualcosa.

Lungo il canale è possibile ammirare veri e propri reperti di archeologia industriale, fabbriche che in passato utilizzavano le acque del naviglio come forza motrice.
Compio una leggera deviazione dal percorso per poter ammirare la Certosa di Pavia, ma giunto dinnanzi al sacro luogo scopro che i cancelli sono chiusi per la pausa pranzo.
Anche i frati hanno i loro diritti, non si può vivere di sola spiritualità.
Mi concedo un panino all'ombra di un platano e mi gratifico con una birretta ghiacciata.
Riparto sotto un sole ancora più impietoso e un leggero stordimento mi fa sorgere il dubbio che l'acqua sarebbe stata una bevanda più appropriata.
Nell’orario calcinato della pennica postprandiale varco trionfalmente le porte di Pavia.
Attraverso quasi completamente una città semideserta per poter raggiungere il Ticino.
Arrivati alla meta, che come d’obbligo non posso che definire agognata, la sorte, notoriamente beffarda, per l'ennesima volta si prende gioco di me: il punto in cui il Naviglio restituisce le proprie acque residue al Ticino mi è precluso a causa del solito cantiere di ristrutturazione.
Decido di non darmi per vinto anche a costo di commettere una piccola effrazione. Penetro attraverso un varco nella recinzione e porto le ruote fino al limite estremo oltre il quale si precipiterebbe nel fiume. Posso dire di essere arrivato.
La metà sarà anche un pretesto, non lo discuto, il viaggio avrà valore in sé stesso indipendentemente dal traguardo, non lo metto in dubbio, ma la soddisfazione di raggiungere la meta finale ogni tanto me la dovrò pur togliere.

martedì 8 maggio 2012

Il ciclista aggressivo e le parole concilianti


Si possono compiere parecchi gesti utili alla causa della bicicletta ma mi pare che il più efficace sia anche quello più semplice: pedalare.
Più persone sono in giro a pedalare e più gli altri utenti della strada si abitueranno, o per lo meno dovranno rassegnarsi, a conviverci.
Ma per riempire le strade di biciclette bisogna innanzitutto sopravvivere e per sopravvivere pedalando nel caotico traffico cittadino una delle prime regole è farsi vedere.
Tanto per fare un esempio: se pedali di sera vestito di scuro e senza luci sei un pirla e hanno tutto il diritto di imprecare contro la tua pirlaggine. Punto e a capo.
Mettiamo le cose in chiaro io non voglio fare il partigiano, per cui non mi pongo a priori dalla parte dei poveri ciclisti contro gli automobilisti prevaricatori.
Non mi interessano le guerra tra categorie che sanno rivendicare solo i propri diritti senza tenere in considerazione quelli degli altri.
Anche a cavallo della bicicletta salgano gli arroganti, gli irrispettosi e i non curanti.
Agendo da ribelli, da selvaggi della strada, irrispettosi delle regole non si rende un gran favore alla causa della mobilità ciclabile,
L'eccesso di aggressività fa passare il ciclista dalla parte del torto, lo rende un pericolo per se e per gli altri con il rischio di farsi considerare un pirata della strada.
Malvisti agli occhi degli altri utenti della strada e del marciapiede.
E in questo caso non riusciremo non solo a far comprendere ma neppure a mostrare il valore del contributo che la bicicletta fornisce alla causa ambientale e alla qualità di vita.
Per pretendere di essere considerati utenti delle strade con pari dignità e diritti bisognerà comportarsi come utenti della strada veri rispettando quanto è possibile il codice della strada ma sopratutto il codice del buon senso.

Farsi notare per farsi rispettare, imporre la propria presenza senza essere aggressivi, esercitare la prudenza e considerare le possibili manovre altrui mantenendo tutti sensi all'erta.
Qualche giorno fa sono andato al lavoro in bicicletta, da quando ho cambiato sede non lo faccio più tanto spesso, prima erano sei km adesso sono quasi trenta.
Prima mattina, gamba decisa, clima ideale, ho affrontato strada e traffico con impeto e probabilmente con eccesso di spavalderia.
Superare le code di auto in fila agli incroci e ai semafori è stata una gioiosa soddisfazione.
Dalle parti di Cusago, in prossimità di una rotonda, ho superato, passando sul lato destro della carreggiata, tutte le auto ferme in coda.
Nel momento in cui mi sono immesso nella rotonda la Fiat  blu che stavo affiancando ha sgommato ed ha curvato a destra senza mettere la freccia.
C'è mancato veramente poco che mi tirasse sotto.
E' inutile lamentarsi che non ha messo la freccia, semplicemente non mi aveva visto e non gli è saltato in mente che una bici potesse affiancarlo sulla destra mentre era fermo in attesa di partire.
Sono stato io a farmi prendere da un eccesso di aggressività.
Non devo per forza superare tutti quelli che sono fermi in coda.
Io sono un ciclante urbano non un corridore, devo assecondare il traffico e galleggiargli sopra non  aggredirlo per superarlo.
Io per primo devo essere più prudente e non fidarmi della guida altrui.
A voler essere completamente sinceri questo parole concilianti riesco a scriverle ora, comodamente seduto davanti al computer, mentre nel momento in cui mi sono ritrovato con le ruote e i piedi piantati tra l'erba lungo il ciglio della strada dalla mia bocca sono uscite ben altre frasi all'indirizzo dell'autista di quella strabenedetta fiat blu.
Non si può essere sempre concilianti.

mercoledì 2 maggio 2012

Rimini e la ricerca del fiume fantasma parte seconda


Il desiderio di rivalsa mi scaraventa giù dal letto di buonora.
Mi vesto al buio cercando di non fare rumore per non svegliare il resto della casa.
Varcato il portone sento che questo volta riuscirò a vendicare lo smacco subito.
Sono carico, niente e nessuno potrà fermarmi.
Mi dirigo verso il parco XXV Aprile e attraverso il ponte ciclopedonale in legno che scavalca il fiume.
Tenere d’occhio il fiume e costeggiarlo non sarà impresa semplice: non c’è un filo d’acqua a testimoniarne l’esistenza, soltanto una pietraia riarsa si fa spazio tra le vegetazione.
Il frinire delle cicale accompagnato da un sole africano impietoso mi stordisce.
La memoria srotola la sua pellicola e mi proietta in un’estate di tanti anni fa.
Mi vedo ragazzino, in Calabria, seduto su una pietra, lungo il greto inaridito di una fiumara: avverto la medesima sensazione di libertà accecante.
Pedalare mi fa questo effetto: permette alla mente di vagare, mette in ordine i pensieri, catalizza tracce di memorie e io a queste memorie mi abbandono volentieri.
Il tracciato si inserisce lungo carraie di servitù a cave di sabbia che sorgono surreali e spettrali al fianco del fiume. Non incontro anima viva se si fa eccezione alla fugace e polverosa apparizione di un motocrossista in armatura a cui non ho il tempo di fare alcun cenno tanto velocemente sparisce trascinandosi dietro la propria personale tempesta di polvere.
La pista per larghi tratti è assolutamente impraticabile, per questo motivo non è pubblicizzata, perché in realtà non esiste più nella sua interezza.
In passato esisteva ma, scoprirò una volta a casa, una tracimazione del Marecchia l’ha danneggiata in più punti e da allora è rimasta in stato di totale abbandono.
Viene da chiedersi come abbia potuto fare così tanti danni la piena di un fiume che ora non è nemmeno un rigagnolo perduto tra le pietraie.
Continuo caparbiamente ad avanzare sebbene in alcuni tratti sia costretto a scendere di sella tanto il fondo è dissestato.
Le colline in lontananza sono un richiamo irresistibile, non posso non rispondere.
Laggiù, in lontanza c'è la valle del Marecchia, c'è una galassia di paesini abbarbicati sulle alture: San Leo, Sant'arcangelo, Verucchio, Montebello, Torriana e ancora più in là San Marino e il Montefeltro. Borghi, rocche, castelli vestigia ancora vive di una terra ricca di storia e cultura.
Incontro due uomini a cavallo, ci salutiamo. Tra gente che non ha fretta e che percorre strade alternative c’è sempre il tempo per scambiarsi un saluto.
Poco dopo alla mia destra avvisto la recinzione di quello che, a una prima occhiata, pare essere uno sfascia carrozze. Guardo meglio e mi rendo conto che i rottami di metallo che vedo sono combinati e saldati tra loro a formare gigantesche sculture.
Varco un cancello e mi fermo al limitare di uno spiazzo sterrato ingombro di camion e roulotte parcheggiati tra cataste di ferraglie.
Futuristici totem metallici assemblati con materiali di recupero si ergono senza ordine apparente.
Un poco rassicurante abbaiare di cani mi fa decidere di girare le ruote in direzione dell’uscita. Mai decisione fu più saggia e puntuale: avverto alle mie spalle l’avvicinarsi affannato di un ringhio e la tensione di zampe in corsa. Una paura atavica e istintiva mi fa scattare con tutta la mia forza sui pedali e schizzo via oltre il cancello.
Sento il cane desistere ma rallento solo parecchie centinaia di metri dopo e lì riprendo a respirare.
“Magari era un chiuhaua” ha detto il Marco quando, una volta  a casa,  gli ho raccontato l'episodio. Magari era un chiuahaua, ma magari no, magari ho fatto più che bene a non perdere tempo a cercare di scoprirlo.
In quegli attimi di panico non lo potevo sapere, ma avevo varcato i confini, per altro solitamente pacifici e accoglienti, di Mutonia. La Mutoid Waste Company è un collettivo di nomadi metropolitani britannici arrivati a Santarcangelo per rappresentare uno spettacolo, e mai più ripartiti. Sulla sponde del fiume hanno fondato la loro comune, Mutonia appunto.
“Niente è finito per sempre” è questa la loro filosofia. Smontano e riassemblano gli scarti del nostro quotidiano tecnologico, fanno tornare a vivere quello che gli altri buttano via, lo trasformano in qualcos’altro, resuscitandolo come opere d’arte.
La curiosità è buona cosa ma la prudenza non è da meno, per cui senza rimpianti mi lascio  alle spalle il campo dei punkettari riassemblatori e proseguo la mia modesta esplorazione.
Canneti, rovi, vampe africane, nessun riposo d’ombra, nessuna presenza umana all’orizzonte. Mi sento vivo.
Un'altra moto con il suo turbine di polvere e frastuono. A ben pensarci questa è proprio una pista da motocross, forse sono io l’intruso non loro.

La fugace apparizione di due motociclisti, il saluto di due uomini a cavallo, oltre che il ringhio minaccioso di cane e la fuga scomposta di alcuni pennuti: erano questi gli unici contatti con esser viventi avuti in sorte negli ultimi 15 km, quando dall’alto di una duna vedo scendermi incontro un ragazzo in bicicletta.
A giudicare del marcato accento romagnolo e del fatto che indossa un paio di pantaloni lunghi bianchi evidentemente poco adatti ai lunghi percorsi, deve trattarsi di un indigeno.
Sotto questa luce perpendicolare la sua presenza ha un che di irreale, felliniano verrebbe da dire se non risultasse troppo scontato visto le terre che sto attraversando.
Oggi deve essere giorno di suggestioni della memoria: per un processo di analogie spontanee, mi torna alla mente l’immagine di un gelataio in camice bianco con tanto di furgoncino bianco piazzato nel bel mezzo di un’esercitazione militare. Un candido gelataio in paziente attesa del termine della battaglia fittizia per poter poi vendere, a noi imberbi militari di leva, i propri gelati.
Chiedo al ragazzo di bianco vestito se la sterrata sia realmente percorribile fino a Villa Verrucchio e quanto manchi per raggiungere la strada asfaltata. Si ferma prudentemente qualche pedalata più in là, “non lo so mica” mi risponde “ma se attraversi la sbarra della cava sei a Poggio Berni e sulla statale”.
La sua risposta rafforza una mia vecchia convinzione: tutto ciò che non si affaccia sulle direttrici di traffico primario è stato ormai dimenticato. Sentieri, strade bianche, carrarecce non portano più da nessuna parte, non hanno più posto nelle conoscenza di noi moderni e benestanti occidentali.
Il monte titano e i suoi possenti bastioni impreziosiscono l’orizzonte alla mia sinistra, le colline su cui si adagia Poggio Berni sono alla mia destra, dritto di fronte a me dovrebbe snodarsi la strada che dovrebbe permettermi di raggiungere la meta prefissata.
Guardo l’orologio.
Mi hanno raccomandato di essere puntuale per il pranzo, per cui a malincuore desisto dal mio intento, scarto a destra, oltrepasso la sbarra della cava e mi immetto nella provinciale che mi riporterà a Rimini e alle meritate, sugose lasagne dei miei suoceri.

venerdì 27 aprile 2012

Il ciclopaladino e il puerile gioco delle etichette



La criticabile abitudine di catalogare gli individui e le loro attività, di inserirli dentro categorie precostituite e riconoscibili è insita nella natura umana.
Tendiamo ad etichettare coloro che riteniamo differenti da noi, anche di poco, quel tanto che basta per meritare una certa dose di diffidenza, se non di ostilità.
E' un esercizio che applichiamo persino su noi stessi, mostrando di noi l'immagine a cui vorremmo corrispondere, tesi verso coloro a cui vorremmo accomunarci.
Lo facciamo per donarci la sicurezza di una appartenenza, lo facciamo per distinguerci da quelli a cui non vorremmo assomigliare.
Mi rendo conto che si tratta di un esercizio poco intelligente e infantile, ma non posso farci niente, malgrado questa consapevolezza non ho la forza di tirarmene fuori.
Rinchiudere le attività umane in categorie riconoscibili rende le cose più semplici, più comprensibili, meno confuse.

Questa premessa solo per introdurre e giustificare il puerile gioco che da qualche tempo mi concedo quando incrocio per strada altri fratelli di pedali: li fotografo mentalmente e li inserisco in una categoria di appartenenza.
E' un gioco, e come tale va preso: con la seria leggerezza dei giochi.
Le categorie da inventare sono innumerevoli: dal classico ciclista della domenica al cicloagonista, dal ciclista per necessità al ciclistafashion, dal ciclosalutista al cicloesploratore.
E io in che categoria potrei collocarmi?
Non lo so di preciso, e questa ammissione già la dice lunga sulla scarsa validità dell'esercizio coatto della catalogazione.
E se fossi un ciclopaladino come, prendendomi in giro, mi ha definito Guerrina?
Ma chi è il ciclopaladino?
E' un anarchico a pedali, un personaggio libero e anticonformista o perlomeno tale desidererebbe apparire. Sono numerosi i particolari che lo distinguono dagli altri pedalatori, ad esempio il caschetto di ordinanza che alternativamente può nascondere una folta capigliatura o una incipiente calvizie oppure le capienti sacche portaoggetti montate sulla ruota posteriore o ancora l'abbigliamento studiatamente informale.
Altre volte lo contraddistingue l'estrema sobrietà del mezzo. Cavalca bici nude, prive di orpelli, essenziali, biciclette a scatto fisso, senza cambi e con il freno a pedale.
Biciclette nate per essere veloci, aerodinamiche e leggere, concepite per non fermarsi, per scivolare sull'asfalto come una biglia sopra un piano inclinato.
Ma il tratto che maggiormente caratterizza il ciclopaladino è il modo deciso con cui prende e pretende spazio sulla strada.
Egli è convinto che la sua pratica ciclistica sia un contributo essenziale per la salvezza del mondo. Pedalare è la sua missione ed essere un ciclista anarchico è il suo modo per espletarla e chi non sa comprende il valore rivoluzionario della sua condotta è soltanto un inguaribile reazionario.
Essendo portatore di verità e virtù indiscutibili si sente autorizzato, dall'alto della propria superiore dirittura morale e della propria sobria purezza, a disprezzare coloro che si ostinano a rinchiudersi all'interno di puzzolenti scatole metalliche a motore, inquinanti e pericolose.
E’ il paladino delle giuste cause che brandisce con orgoglio la bandiera dell’impegno civico e la usa come fosse una lancia contro i suoi nemici motorizzati.

Io ho il dubbio che questo loro atteggiamento di netta contrapposizione generi soltanto incomprensioni e conflitti eppure, malgrado l’estremismo, li sento molto vicini a me.
Potrebbe mancarmi soltanto qualche altro giro di pedivella per sentirmi come loro: un cavaliere senza macchia e senza paura con il sacrosanto diritto di galoppare libero e senza regole nei territori dove gli inscatolati si ingorgano e i pedoni arrancano. Un cavaliere con il cielo clemente sopra la testa, la propria legge morale nel limpido cuore e un sellino sotto il tonico sedere.

Ma a chi la voglio dare a bere ? Per quanto mi possa impegnare a pedalare mi mancherà sempre qualche giro di pedivella per diventare un vero ciclopaladino: a me mancano le necessarie granitiche certezze. Ho troppi dubbi.
E uno di questi dubbi mi fa pensare che forse hanno ragione loro ad essere così incazzati:
per mettere in piedi una rivoluzione cicloculturale sono necessarie le granitiche certezze e le nette contrapposizioni. Forse. Mi devo rassegnare, non sarò mai un rivoluzionario
Bertrand Russell diceva: “il problema dell'umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi”.
L'esimio Bertrand aveva ragione. Ne sono strasicuro.

domenica 22 aprile 2012

Rimini e la ricerca del fiume fantasma parte prima


Prima che le regole diventassero più severe in atletica leggera si veniva eliminati dalla gara dopo due false partenze .
Io di partenze ne ho inanellate ben quattro ma per fortuna non si trattava di una gara e il dio dei ciclisti sbadati è un dio che non si formalizza.
Avevo programmato di percorrere la ciclabile del fiume Marecchia: un corridoio ciclopedonale condiviso dalla Provincia di Rimini e da quella di Pesaro-Urbino che parte da Rivabella e costeggiando l'alveo del fiume raggiunge l’abitato di Villa Verucchio.
Mi alzo ben prima che la sveglia suoni.
La frenesia della partenza mi scaraventa fuori dal letto e decido di godermi l’aria fresca del mattino. Mi lascio il centro cittadino alle spalle e, attraversato il ponte di Tiberio, alla mia sinistra si apre il bel parco “xxv aprile”.
Ipotizzo che i sentieri in terra battuta che lo attraversano rappresentino la parte iniziale della pista. Li imbocco uno dopo l’altro ma dopo alcuni vani tentativi mi rendo conto che si interrompono tutti al limitare del parco.
In effetti la sera prima a cena, parlando della mia voglia di pedalare, mio suocero aveva vagamente accennato al fatto che la pista iniziasse ben più a nord del ponte di Tiberio.
Poco male, in mattinate come questa ogni cosa mi entusiasma, anche il risibile contrattempo di una falsa partenza. Ritorno sulla strada e con il confortante punto di riferimento dell'Adriatico alla mia destra proseguo verso nord.
Poco dopo trovo anche un cartello del Rotary Club locale che segnala la pista: bisogna costeggiare il fiume sul lato destro seguendo la corrente. Questa volta ci siamo mi sono detto.
Imbocco la sterrata che costeggia il fiume esangue.
L’entusiasmo mi spinge veloce tanto da non rendermi conto che la discesa che ho imboccato mi porta dritto dentro l’alveo del fiume in secca.
Fiume che in questo punto ha l’aspetto di un canale lastricato da grossi blocchi di cemento. Lungo un piccolo fossato centrale scorre la poca acqua concessa dalla siccità estiva.
Mi ostino a proseguire lungo il letto del canale nella speranza di trovare una rampa d’uscita.
La bici e le mie povere ossa mal sopportano gli scossoni provocati dalle giunture dei lastroni e il mio entusiasmo comincia a risentirne.
Fortunatamente il dio dei pedalatori incauti fa apparire alla mia sinistra una scaletta in pietra prima che i miei poveri polsi cedano o prima che la camera d’aria esploda (naturalmente non ho portato con me il ricambio).
Risalgo sull’argine con la bici in spalla e decido di tornare verso il centro per chiedere informazioni.
Chiedere informazioni ai passanti può però rivelarsi un’esperienza frustrante: metà delle persone che avvicino è straniera e alle mie domande risponde allargando le braccia in segno di resa, la restante metà è composta da persone che ricordano di aver sentito parlare di un fantomatico percorso ciclabile lungo il Marecchia ma non sanno darmi alcuna indicazione.
Solamente un signore che sfoggia una imbarazzante parrucca viene raggiunto da una illuminazione e mi indirizza all’ufficio turistico della stazione.
Lì il mio entusiasmo subisce il colpo più potente e inizia a vacillare. La vistosa signora dietro il banco informazioni conferma l’esistenza della mitologica marecchiese ma non sa fornirmi informazioni precise, mi allunga un inutile pieghevole di tre paginette e mi squaderna un sorriso romagnolo a 52 denti e un altrettanto romagnolo florido decolleté.
Comincio a pensare che questa pista in realtà sia soltanto una leggenda, anch'essa romagnola.
Torno in centro con la coda tra i pedali. In pratica dopo più di un’ora sono ancora al punto di partenza.
Bruce Chatwin considerava lo smarrirsi una benedizione, perché generava imprevisti e stimolava la spinta a ritrovarsi; ma questa mattina l'unica spinta che sento è un gran giramento di maroni.
Decido di rinnovare il mio entusiasmo concedendomi due tranci di pizza e mentre li divoro butto l’occhio sulla cartina stampata nel retro del non-poi-cosi-inutile pieghevole.
Naturalmente non c’è traccia della ciclabile ma prestando attenzione ai corsi d’acqua mi accorgo che dal Marecchia si dirama un canale scolmatore.
Quindi quello in cui ero entrato e che erroneamente avevo percorso non era il fiume.
Il Marecchia e di conseguenza la ciclabile che dovrebbe fiancheggiarlo piegano bruscamente in direzione nord.
La folta vegetazione di alte canne e la magra del corso d’acqua mi avevano impedito di accorgermi della deviazione.
Mi renderò conto in seguito che, malgrado le indicazioni del cartello del Rotary, la ciclabile in realtà sta sul lato sinistro del fiume.
Per questa volta è andata così ma per lo meno so che direzione dovrò prendere domattina.
-segue-

Viale Rembrandt