Il Ciclante e l'inizio della storia



Le storie, per essere raccontate, hanno bisogno di un inizio. Di una fine potrebbero pure farne a meno (anzi personalmente preferisco storie che promettono un seguito oltre la pagina finale) ma un inizio bisogna pur trovarlo. E per trovarlo bisogna convincersi che un inizio esista.
Dove si colloca allora l’inizio di questa storia?
Dove si può trovare l’inizio di una qualsiasi storia?
E’ possibile che possa nascere da un singolo avvenimento, da un solo semplice gesto?
Da un unico fatto che genera e apre la strada ad altri che lo seguiranno? Da un singolo istante oltre il quale nulla è più come prima?
Va beh, lo ammetto: sono partito con questo fumoso preambolo semplicemente perché non so da punto iniziare.

Questa, nelle mie intenzioni, vorrebbe essere la storia di un sedentario pentito che, a seguito di una folgorazione lungo la via di Damasco, si innamora della bicicletta e si converte al suo credo libero e libertario. Vorrebbe essere il diario che testimonia come, una pedalata dopo l’altra, questo sedentario prenda sempre maggior confidenza con il mezzo e con gli inestimabili vantaggi che esso sa offrire.
Con un artificio letterario potrei fare coincidere l’inizio di questa storia con uno scambio di battute, durante il quale il nostro protagonista viene fulminato dalla scarna quanto implacabile dialettica del proprio interlocutore. Oppure si potrebbe iniziare dall’attimo in cui schiaccia sotto la suola la cicca di quella che ha giurato essere la sua ultima sigaretta. Oppure ancora con la telefonata di un amico che gli propone un’escursione in bicicletta per migliorare la scarsa forma fisica.
Cosa realmente ha spinto il nostro cicloeroe a saltare in sella? 
La presa di coscienza che per lamentarsi legittimamente del modo in cui il cosiddetto mondo civile sta maltrattando l’ambiente, doveva essere lui per primo a cambiare, ad evitare di disperdere energie inquinanti e cominciare a bruciare energie pulite?
O forse è stata l’ansia a tramutarlo in un novello Forrest Gump a pedali, a fargli barattare una dipendenza da sigaretta con una da bicicletta?
Oppure è stato il desiderio di contrastare il proprio decadimento fisico
Ha poca importanza stabilire se il suo rapporto quotidiano con la bicicletta è iniziato per contrastare gli effetti della mancanza di nicotina o per ribadire il proprio spirito ecologista oppure per restituire un tono accettabile a una muscolatura assonnata, ciò che ora ha maggior importanza  è capire perché mai mi sono messo a parlare di me in terza persona. 
Prometto non lo farò più.
Talvolta ho il dubbio che questo mio desiderio di andare non sia in realtà la sublimazione di un desiderio di fuga, un surrogato con cui quietare un’ansia da stanzialità.
Ma questo è campo per menti maggiormente speculative della mia.
Io mi limiterò a raccontare resoconti di viaggio senza avanzare la pretesa di trarne interpretazioni socio-psicologiche.

Indipendentemente dai tanti motivi che mi possono aver spinto in sella ciò che ora conta è che sono sulla strada e che allo stato attuale, dopo averne percorso tanta, penso di potermi meritare l'appellativo di “Ciclante”.
Ciclante osservante ma non fondamentalista, che sia chiaro.
Qualche curioso potrebbe anche domandarsi che cosa sia un ciclante.
Presto detto: il termine ciclista ha per me un retrogusto vagamente agonistico o comunque pretenziosamente sportivo, il termine ciclo-amatore invece mi richiama alla mente l’immagine di chi utilizza la bicicletta la domenica mattina e che per meta si impone il ristorantino caratteristico.
Avvertivo di conseguenza la necessità di trovare un termine corretto per definire la persona che con la bicicletta ha un approccio quotidiano e non necessariamente agonistico.
Eccolo quindi l'indispensabile neologismo: ciclante.

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