martedì 28 febbraio 2012

La salita, l'oltraggio della fatica e l'urlo di soddisfazione


“Non guardare avanti, tieni la testa bassa. Guarda soltanto la linea bianca davanti a te, non pensare a niente, pensa soltanto a non schiattare e a spingere sui pedali”.
Erano questi i pensieri che mi ripetevo con quel poco di voce che mi rimaneva.
Ci sono momenti in cui chiedersi chi te lo abbia fatto fare risulta inutile se non addirittura controproducente.
Non rimane altro da fare che abbassare la testa e tirare avanti.
"La prossima volta non mi lascio più fregare, non riusciranno a convincermi ad imbarcarmi in imprese del genere".
Tutto il mio corpo, i miei muscoli inadeguati, le mie ossa, il mio cuore e soprattutto i miei poveri polmoni non erano mai stati sollecitati tanto violentemente nell’intero arco della mia esistenza.
Eppure a ben vedere la salita non era proibitiva e il tragitto era breve, ma io sono un ciclante, un ciclista contemplativo, platonico, magari abituato a percorrere anche lunghe distanze, ma rigorosamente in piano e sopratutto affrontate senza fretta, senza smanie di sfida, senza la pretesa di superare limiti.
Il fatto è che di fronte allo spettacolo di quelle montagne ho pensato che non potevo tirami indietro e che in fondo tutto poteva essere possibile, persino affrontarne salite che sembrano inespugnabili.

Siamo partiti da Brusson, in Val D'Ayas, all’altezza dello sbarramento enel sul torrente Evancon, sbarramento che ha dato origine ad un laghetto artificiale.
Io e il Marco, lo scellerato compagno che mi ha convinto a sfidare le ardue salite alpine, abbiamo imboccato la sterrata che costeggia il torrente.
L'acqua aveva un colore fenomenale, da mare maldiviano mi verrebbe da dire.
Lungo la piana di Vollon il percorso ha coinciso con quella che d’inverno è la pista da sci da fondo.
Ci siamo addentrati nel bosco, ad ogni ansa dell’impetuoso torrente c'erano pescatori attirati dalla pescosità del luogo oltre che dalla sua suggestiva bellezza.
In località Extrepieraz il mio compagno di escursione (non sarà contento di essere definito compagno, ma al momento non trovo altri sinonimi) ha abbandonato il sentiero sterrato per immettersi nella provinciale e affrontare la salita verso Champoluc.
Ci sarebbe stato modo, lungo questo arduo tratto, di guardare in faccia la sagoma innevata del Monte Rosa e di rimanerne affascinati, ma sono stato troppo impegnato a tentare di sopravvivere per trovare il tempo di godere della bellezza del paesaggio.

In un modo o nell’altro ho raggiunto incolume la meta.
Sottolineo, con un pizzico di orgoglio, il fatto che ho stoicamente tirato dritto senza cedimenti.
Raggiunta la cima, di fronte ad una tazza di caffè fumante, è scattata una molla che temo si rivelerà una fregatura in futuro: ogni fibra del mio corpo, persino quella più dolente, persino quella che più aveva accusato l'oltraggio della fatica, emanava, urlava soddisfazione.
Non si è trattato di qualcosa di razionale. Non era solo il mio cervello offuscato della fatica che canticchiava tra se e se: “avevo paura che mi sarei arreso e invece ho vinto”, era il mio corpo intero che si rilassava e sorrideva di soddisfazione.
Una sensazione pericolosa per me, mi conosco, non sono capace a resistere alle dipendenze, qualsiasi esse siano.
Quella soddisfazione potrebbe persino spingermi a ritentare nuove imprese del genere.
E ancora non avevo affrontato la discesa. Che parole posso usare per descrivere la discesa?
Velocità pulita? Rincorsa fatta di vento e di silenzio? Gioia infantile e primordiale?
Roba da poeti non da grafomani come il sottoscritto.
Solo questo posso dire: se fossi stato capace di levarmi di dosso la mia corazza da adulto responsabile avrei urlato come un bimbo all’uscita di scuola.
Non è detto che non lo faccia la prossima volta.

Con in mano il mio quadernetto nero, comodamente seduto su di una sdraio davanti all'ingresso della baita, mi concedo il lusso di ammirare il Monte Rosa e di stendere un'ultima annotazione: il mantenimento e la cura profusi nei confronti della natura qui risultano evidenti, e sono encomiabili; saranno pure dettati da un tornaconto economico legato all’industria del turismo, ma ciò non cambia il risultato delle cose.
La realizzazione di opere atte ad addomesticare e valorizzare il territorio senza snaturarlo, la salvaguardia, l’attenzione, il rispetto nei confronti dell’ambiente sono gesti frutto di eredità secolari di popoli che vivono in equilibrio con la propria terra.
Gesti e azioni che in larga parte altrove sono andati completamente perduti.
Riscoprire questi gesti e poter godere dei loro risultati è per me fonte di nuova fiducia.

domenica 26 febbraio 2012

La linea di demarcazione e il verbo ciclistico


Senza essermene reso conto devo aver oltrepassato un confine.
Ho l’impressione che dopo aver varcato questo limite la comunicazione con coloro che sono rimasti al di là sia diventata difficile; come se, oltre che questa solco immaginario, ci divida pure una grammatica differente.
Insomma da una parte ci sono io, ciclante folgorato sulla via di Damasco e dall’altra coloro che ancora ignorano il verbo ciclistico.
E non ci capiamo.
Ieri, ad esempio, esponevo a Sonia il mio punto di vista sulle indiscutibili virtù della bicicletta.
Lei ha ascoltato pazientemente la mia tirata, ha atteso che l'eco del mio entusiasmo si spegnesse in modo naturale e poi ha chiosato il mio monologo con un perentorio e enigmatico “Certo che voi la pensate tutti allo stesso modo”. Voi? E chi sarebbero questi voi?
Catalogato senza possibilità di replica.
E in quale categoria sono stato incasellato? In quella dei salutisti fanatici? Degli ecologisti con i paraocchi? Degli ingenui illusi?
Mi sono sentito in dovere di reagire con fermezza, ho sottolineato la mia unicità, ho rimarcato il fatto che io non faccio parte di alcun gruppo, che sono libero e non incasellabile.
Sonia ha annuito con il capo, ma non è riuscita a mascherare uno sguardo di indulgente compatimento. E ha ragione: è inutile reclamare per sé una unicità esclusiva.
Facciamo tutti parte di una moltitudine generica e indistinta e per non aumentare la confusione in qualche gruppo bisogna pur aver la compiacenza di accomodarsi.
Bontà sua, Sonia deve avermi collocato tra gli innocui sognatori.
Per lo meno non mi considera molesto.

giovedì 23 febbraio 2012

Il partigiano a pedali


Se la mia intenzione questa mattina, uscendo di casa per un giro in bici, era quella di prendere secchiate d’acqua ininterrottamente per venti km allora posso ritenermi soddisfatto, sono perfettamente riuscito nel mio intento.
Ultimamente mi sto lasciando suggestionare da letture di resoconti di viaggi compiuti da veri uomini da bicicletta, imprese che estemporanei e improvvisati ciclanti come il sottoscritto non dovrebbero tentare di imitare.
Quando all’orizzonte si profilano neri nuvoloni che minacciano chissà quali cataclismi non dovrei pensare di sfidarli, dovrei restarmene tranquillo a casa a godermi gli arabeschi che le gocce di pioggia tracciano sui vetri.
Ma ormai la decisione è presa, il dado è tratto, ho dichiarato guerra all’utilizzo superfluo dei mezzi a motore.
Chiuso nell’abitacolo della mia automobile, in un momento di rara lucidità mi sono reso conto che davo per scontato trovarmi ogni santo giorno in coda.
Non può essere questa la normalità mi sono detto, a lungo andare ci si abitua a subire qualsiasi aberrazione scambiandola per quotidianità.
Ho deciso quindi di urlare in faccia al mondo il mio canto di battaglia, novello Don Chisciotte in sella al proprio destriero, le mani sul manubrio e i piedi ben puntati sui pedali.
Dichiaro guerra al superfluo che camuffandosi da indispensabile nasconde la propria nocività.
Lancia in resta, in bilico sulle ruote tra il disincanto e l’utopia, spezzerò questo circolo vizioso: consumare, incolonnarmi, inquinare.
Ma per combattere questa guerra il primo passo è temprare lo spirito e le capacità del partigiano che sono in me.
Dovevo quindi saggiare sulla pelle l’esperienza di qualche km di pedalata sotto la tempesta per convincermi che non è cosa impossibile da affrontare.
Dovevo mettere alla prova le mie convinzioni, le mie dichiarazioni ecologiste per confermare, soprattutto a me stesso, che non sono bolle di sapone che le prime gocce di pioggia possono lavare via.
E ci sono riuscito.
Peccato che ora avverto un principio di raffreddore che avanza.

martedì 21 febbraio 2012

Il Naviglio Grande parte terza, la matassa aggrovigliata delle vie d'acqua


Castelletto di Cuggiono è un piccolo borgo che mi ha sempre affascinato per la quiete antica di alcuni suoi scorci, soprattutto in considerazione del fatto che sorge a pochi chilometri da Milano. In passato, insieme ad altri borghi che come lui si affacciano sul Naviglio Grande, è stato luogo di villeggiatura delle famiglie nobiliari milanesi.
Mi muovo dalla piazza alta, alle spalle del Palazzo Clerici e della sua monumentale scalinata che si affaccia sulle rive del Naviglio. La breve discesa sull'acciottolato mi concede il lusso di uno scenografico colpo d’occhio sul corso d'acqua. Raggiungo l'antico ponte, lo attraverso e svolto verso destra: destinazione nord, verso il punto in cui il naviglio ha inizio. La pista sull’alzaia è circondata dal verde, qua e là spuntano cascine e abitazioni isolate. 
Siamo in pieno Parco Lombardo del Ticino “Il primo parco regionale d'Italia nato nel 1974 per difendere il fiume e i numerosi ambienti naturali della Valle del Ticino dagli attacchi dell'industrializzazione e di un'urbanizzazione sempre più invasiva. Interessa 47 Comuni e 3 Province, su un territorio di oltre 91mila ettari. L'obiettivo è conciliare le esigenze della protezione ambientale con quelle sociali ed economiche delle numerose comunità presenti nell'aria, applicando un sistema di protezione differenziata alle aree naturali, agricole e urbane”
Approdi e rimesse per le chiatte testimoniano la funzione di navigazione che in passato il canale aveva. Lungo queste acque è sceso verso Milano il marmo di Scandoglia utilizzato per la costruzione del Duomo. 
Il primo centro abitato che incontro è Turbigo, alle cui porte sorge un’enorme centrale termoelettrica che utilizza le acque del canale per il raffreddamento. 
Qui, in un punto dove il dislivello unito alla forza della corrente provoca un’onda anomala, vedo un tizio in equilibrio sopra una tavola da surf. 
Sarebbe un'immagine ordinaria se apprezzata dall’alto di una scogliera californiana, un po’ meno dai bordi di un’alzaia lombarda. Gli urlo il permesso per scattare una fotografia.  Non deve avermi sentito, non si è voltato dalla mia parte ne tanto meno mi ha risposto. Ho considerato il suo silenzio come un assenso ed ho scattato. Giusto in tempo, subito dopo il tizio ha perso il proprio precario equilibrio ed è cascato in acqua. 
Entrando in Turbigo la pista costeggia una fila di abitazioni le cui finestre si affacciano sull’acqua. Fuori dal centro abitato incrocio un ampio canale che arriva dalla destra. 
Tenete a mente questa indicazione, ora potrà apparire privo di importanza ma ne acquisterà con il proseguo del resoconto. Chiedo ad un pescatore di che canale si tratti, ma questo manifesta la propria ignoranza con un grugnito. Deve essere muto.
Poco più avanti il naviglio si divide in due rami, decido di prendere quello che prosegue verso destra perché la pista gli corre affianco. 
A volte le decisioni che appaiono più ovvie non risultano essere le migliori. 
Da quel punto in poi la ciclovia diventa sterrata. Anche la morfologia del canale cambia: l’acqua è alta solo pochi centimetri, l’alveo si restringe e il greto è costituito da ciottoli. Sembra un torrente. 
Tra la vegetazione trovano rifugio numerosi volatili, alcuni hanno la compiacenza di rimanere in posa per una fotografia. La sterrata termina nei pressi di una diga, dove lo pseudo-naviglio che ho percorso si innesta in un altro canale, dall’aspetto indubbiamente più imponente, che corre parallelo. Un ciclista di passaggio mi informa che si tratta del naviglio grande. 
Il Naviglio Grande? Ma allora gli ultimi chilometri lungo cosa li ho percorsi? 
Proseguo perplesso in direzione nord lasciandomi alle spalle la pregevole archeostruttura della centrale elettrica di Tornavento. In questo tratto la ciclabile è larga e asfaltata, corre dritta senza intersecare strade a viabilità ordinaria. Ora che mi costringo a pensarci mi rendo conto che da quando sono partito devo averne incrociate non più di due. 
Il panorama intorno è si fa collinare mentre il tragitto si mantiene pianeggiante. 
Per un buon tratto ho l’impressione che la pista si srotoli lungo una valle fuori dal tempo dove le uniche vie di comunicazione sono quella che scorre sotto le mie ruote e quella che scivola al mio fianco.  
Vie d’acqua, pista ciclabile e colline. 
Affronto due leggeri tratti in salita e raggiungo un altro mirabile reperto di archeologia industriale da preservare: la centrale elettrica di Vizzola. Tenete a mente questo nome perché più avanti risulterà utile per fare chiarezza. Mi appoggio ad uno dei numerosi cartelli informativi disseminati lungo la pista, studio la mappa allegata e mi sembra di capire che mi trovo lungo il canale Villoresi. 
Proseguo confuso fino a che una poderosa diga a 15 porte mi sbarra simbolicamente la strada. 
Sul frontone dell’imponente costruzione una iscrizione recita: “consorzio villoresi”. 
Oltre quelle porte i canali sono terminati, inizia il Ticino e più in là ancora il lago Maggiore, quindi un’altra storia e altre piste da battere in futuro.
Volevo raggiungere il punto in cui nasce il Naviglio Grande e mi ritrovo sotto le prese d'acqua del canale Villoresi. Sono comunque soddisfatto, sarà un errore ma in fin dei conti sempre di un luogo germinale si tratta. Mi consolo con la considerazione che un errore simile ha determinato la gloria di Cristoforo Colombo
Pranzo sotto l’imponente costruzione e a pancia piena affronto la strada del ritorno. 
Qui potrei terminare il resoconto, la strada del ritorno solitamente non merita ulteriori appunti dato che già è stata battuta nel senso inverso, ma questa volta è diverso, devo sbrogliare la matassa di questo intrico d'acqua e scoprire come ho perso le tracce del naviglio. 
Sulla via del ritorno rincontro, poggiato su un parapetto, nel stesso punto e nella medesima postura in cui lo avevo lasciato all’andata, un esotico uccello dall’insolito piumaggio e dalla cresta improbabile. Un mitologico volatile che ha deciso di prendere dimora su queste sponde ubertose. 
E’ restato immobile al mio passaggio, non so se per sufficienza o per fiducia nei miei confronti. 
E' restato immobile quando, abbandonata la bici a pochi metri da lui, ho fatto alcuni passi nella sua direzione
E' restato immobile quando ho estratto con cautela la macchina fotografica e ho premuto l’otturatore. 
Batterie scariche. Mannaggia a me e alla mia imprevidenza..
Sulla strada del ritorno vedo che il Villoresi si allontana verso est e che la ciclovia che sto seguendo corre lungo il “Canale industriale Vizzola. L'Enel, che ne ha la proprietà, ha autorizzato l'utilizzo delle proprie strade di servizio a fini cicloturistici”, leggo su un cartello informativo. 

Poco prima di Turbigo, all’altezza di un’antica chiesetta, la pista che segue il canale industriale si interrompe, devio a destra, rientro nello sterrato percorso all’andata e mi riconnetto con il naviglio grande la dove si era diviso in due rami.
Più avanti, nel punto che battezzerò “del pescatore muto”, comprendo che il canale che avevo visto intersecarsi con il naviglio altri non era che il Vizzola.  
“Insomma nel secolo scorso la continuità del naviglio è stata interrotta per creare altri canali. Naviglio Grande, canale Villoresi, canale Vizzola e Ticino convergono e si confondono tra loro” mi giustifico  soddisfatto di aver ritrovato la strada di casa e il bandolo di queste vie d’acqua che mi si erano aggrovigliate sotto le mie ruote.





lunedì 13 febbraio 2012

Video: Il Naviglio Grande in bicicletta, dall'incile del Pan Perduto alla Darsena ...



I navigli lombardi hanno profondamente segnato nel tempo la storia e le attività del territorio che attraversano; hanno dato origine a un nuovo paesaggio naturale ed umano che si è legato in stretta simbiosi a queste vie d'acqua.
Nella sua interezza il sistema dei Navigli Milanesi copre una lunghezza di circa 160 km e interessa un territorio compreso tra il Ticino, l'Adda, i laghi prealpini e il Po.
Una straordinaria opera idraulica resa possibile anche grazie a opere ingegneristiche ardite come le Conche, indispensabili a risolvere il problema dei dislivelli.
Tramite i navigli si realizzava il sogno di congiungere Milano con i grandi fiumi lombardi e di conseguenza con il mare, l'Europa e il mondo.
Una volta avverato, questo progetto ha permesso di raggiungere l'adriatico tramite il Naviglio di Pavia e il Po; il lago Maggiore e la svizzera tramite il Naviglio Grande e il Ticino, il Lago di Como tramite il Naviglio della Martesana, il Naviglio di Paderno e l'Adda.
Il naviglio Grande nasce dal Ticino, in località Tornavento, scende in direzione sud fino ad Abbiategrasso dove piega decisamente a est in direzione Milano e termina nella darsena dopo una corsa di 50 km.
E' privo di conche in quanto fu realizzato sfruttando unicamente la pendenza del terreno.
Le sue alzaie sono state per buona parte trasformate in una comoda pista ciclo-pedonale.
In origine il primo tronco del Naviglio Grande, costruito nel dodicesimo secolo, era destinato a opera di fortificazione e difesa.
Decisivo è stato successivamente il ruolo svolto ad incrementare l'economia agricola delle campagne circostanti tramite una fitta rete di canali derivati dalle sue acque.
Acque utilizzate sia per scopi irrigui sia successivamente per alimentare mulini, macine e complessi artigianali e industriali.
Soltanto qualche decennio più tardi la funzione principale divenne quella della navigazione, finalizzata soprattutto ai trasporti delle merci.
In un periodo in cui le strade erano poche ed insicure, il sistema di trasporto più adatto risultava quello lungo le vie d'acqua.
Potrà stupire, oggi, sapere che grazie ai navigli uno dei maggiori porti italiani per tonnellaggio di merci sia stato sino all'ottocento la darsena di Milano.

sabato 11 febbraio 2012

Il Naviglio Grande parte prima, il battello elettrico e la ciclante metodica



Tarda mattina estiva, spingo la bici a mano e fatico a farmi largo nella folla che si accalca tra le bancarelle del mercato dell'antiquariato
I navigli sono belli da vivere sotto questo sole meridiano oggi che si può passeggiare con tranquillità dato che le alzaie sono temporaneamente interdette al traffico veicolare.
Sarebbero ancora più belli se una corretta e coerente sistemazione delle sponde permettesse la realizzazione di un reale percorso pedonale permanente.

Ho scelto di raccontare Il Naviglio Grande partendo da quella che è la sua conclusione, da quello che un tempo era l'approdo finale.
Non so se sia la scelta migliore ma ho pensato che tutto il lavoro e la fatica spesa nel corso dei secoli per realizzare questo naviglio aveva come obbiettivo creare una via d'acqua che arrivasse proprio qua, a Milano, a questa Darsena.
Mi è sembrato quindi il punto giusto da cui partire

Passato l'ultimo banchetto e la sua costosa mercanzia salto in sella e mi lascio alle spalle la folla del fine settimana.
Mi dirigo verso la periferia.
In acqua un lento battello trasporta un gruppo di turisti.
E' un battello elettrico, a pannelli solari, “La Viscontea” è il suo nome e naviga lungo il naviglio nella tratta tra la Darsena e Gaggiano.
Fino agli anni settanta queste acque erano ancora solcate da chiatte adibite a trasporto materiali, ora il ripristino della navigazione turistica sui navigli vorrebbe rivitalizzare la funzione di arteria vitale che questi canali avevano in origine.

A questo punto si rende necessaria una breve digressione didattica.
Il naviglio Grande prende le proprie acque dal Ticino, in località Tornavento, scende in direzione sud fino ad Abbiategrasso dove piega decisamente a est in direzione Milano e termina, dopo un percorso di circa 50 chilometri con un dislivello di 33 metri , nelle acque della darsena di Porta Ticinese.
In origine il primo tronco del Naviglio Grande, costruito nel dodicesimo secolo, era destinato a opera di fortificazione e difesa.
Successivamente servì ad incrementare l'economia agricola delle campagne circostanti tramite una fitta rete di canali derivati dalle sue acque. Acque utilizzate sia per scopi irrigui sia per alimentare mulini, macine e complessi artigianali e industriali.
Soltanto qualche decennio più tardi la funzione principale divenne quella della navigazione, finalizzata soprattutto ai trasporti delle merci. In un periodo in cui le strade erano poche ed insicure, il sistema di trasporto più adatto risultava quello lungo le vie d’acqua.
Potrà stupire, oggi, sapere che, grazie ai navigli, la darsena di Milano è stata, sino alla metà del ventesimo secolo, uno dei maggiori porti italiani per tonnellaggio di merci.
Quest'ultima informazione l’ho ricavata da internet.
Si potrebbe aprire una lunga discussione sull’attendibilità delle informazioni ottenute attraverso la rete, sulla serietà delle fonti e sulla goliardica evenienza che qualche buontempone possa divertirsi a fornire notizie e indicazioni verosimili ma completamente false.
Dal canto mio, considerando suggestiva tale informazione, la prendo per buona  e la rigiro pari pari.

Mi lascio alle spalle il battello con tutta la sua valenza storica, simbolica e di obbiettivi futuri che si porta appresso.
Poco più avanti assisto ammirato agli sforzi sincronizzati dei remiganti della “Canottieri Olona” e della “Canottieri Milano”, mitologiche società di canottaggio sportivo che lungo queste sponde hanno la loro sede.
A Corsico il naviglio è ampio, le acque danno l’impressione di non essere molto inquinate: riesco nitidamente a scorgerne il fondo.
Il panorama regala soltanto palazzoni e condomini.
In questo tratto bisogna ancora porre attenzione alle automobili con cui bisogna condividere il percorso.
Giunti a Trezzano sul Naviglio inizia una pista-ciclabile degna di questo nome con vista sulla tangenziale.
Mi fermo a dissetarmi presso “la casa dell'acqua”, una costruzione pubblica provvista di rubinetti che erogano acqua refrigerata, gassata e semplice.
Il paese successivo è Gaggiano dove, al cospetto della facciata barocca della chiesa parrocchiale di San Invenzio, si effettua un cambio di sponda.
Da qui in poi ci si lascia alle spalle un ambiente prevalentemente urbano e si entra in un tranquillo paesaggio rurale, ci troviamo sul limite settentrionale del parco agricolo sud.
Tra una foto e l'altra partecipo ad una silenziosa staffetta di rapidi sguardi con una ciclante dal passo più lento del mio ma tenacemente regolare.
Ogni volta che mi capita di fermarmi ( per scattare una foto o per gettare su carta un’immagine, un pensiero profondo da cui sono stato folgorato e che non posso certo rischiare di perdere) lei mi raggiunge e mi supera.
Io riparto, la raggiungo, la supero nuovamente fino a che una nuova folgorazione mi obbliga ad una nuova sosta. Sono già sentimentalmente impegnato altrimenti dopo una frequentazione tanto assidua il naturale passo successivo sarebbe stato il fidanzamento.

Durante le mie escursioni lungo queste vie d’acqua cosi cariche di storia mi è capitato di notare quante costruzioni antiche, rurali o nobiliari che siano, quanti edifici di natura pubblica o privata rimangono completamente inutilizzati e abbandonati al conseguente degrado.
Di fronte a questo sperpero del nostro patrimonio storico e culturale un moto di indignazione è naturale, ma quello che ancor più fatico a digerire è lo spreco economico ed ecologico che deriva da questa incuria, soprattutto quando poco distante viene rasata un’area verde per gettare le fondamenta di nuovi caseggiati.

Giunto all'altezza di Castelletto di Abbiategrasso potrei piegare verso nord e seguire il resto del naviglio fino al punto in cui ha origine.
Oppure potrei scendere a sud per andare a vedere la prima conca del naviglio di Bereguardo o poco più avanti l'abbazia di Morimondo.
Ma per questa volta mi fermo qui.
Prima di avviarmi sulla strada del ritorno mi concedo una rapida visita al centro storico di Abbiategrasso e seduto sui gradini di un antico porticato mi gratifico con un panino al salame e con acqua della fontanella pubblica.

giovedì 9 febbraio 2012

La strada dei parchi che ancora non c'è


Il programma era semplice: partire in direzione est e seguire il corso del canale Villoresi sino al suo termine, percorrendo la pista tracciata lungo l’alzaia.
Ma il Marco, adducendo la scusa che il dente del giudizio era tornato a fargli male, mi comunica che non può partecipare alla spedizione.
Considerato che i componenti della spedizione eravamo solo io e lui mi sono ritrovato a scrutare il cielo con la prospettiva di una gita in solitaria.
Fuori il cielo minacciava pioggia.
Potevo farmi scoraggiare da una minaccia?
Tanto più se la minaccia arrivava da un soggetto che spesso non mette in atto ciò che con tanta cura ha preparato.
Io non accetto minacce e impavido decido di concedermi un giretto in solitaria.
Decido anche che il progetto di seguire il Villoresi fino alla foce può essere posticipato e che posso accontentarmi di percorrere sentieri conosciuti e meno distanti da casa.
A dispetto delle più elementari regole letterarie, che suggerirebbero di svelare solo alla conclusione ciò che in un primo momento viene solo accennato, anticiperò fin d’ora che il cielo ha mantenuto quello che aveva minacciato ed io ho ricevuto la razione di pioggia che meritavo.

Decido di dirigermi verso Milano.
Ho in mente di comprare un libro.
Lo avevo già preso a prestito in biblioteca e, dopo averlo letto ed essere stato rapito da un poco rassicurante desiderio di emulazione, ho deciso che meritava di essere acquistato.
In questo libro l'autore racconta di come abbia rinunciato all’automobile per utilizzare esclusivamente le due ruote a pedali.
Sto decisamente diventando monotematico anche in fatto di letture.
Già che mi trovo a Milano ne approfitterò per visitare il Parco delle Cave tanto decantatomi dalla Giorgia, una mia collega di lavoro.
Attraverso una Rho semideserta; le domeniche mattina uggiose obbiettivamente ispirano permanenze sotto le lenzuola piuttosto che pedalate minacciate dalla pioggia.
Raggiungo il Parco dei Fontanili e passando davanti all'inquietante sagoma dell’inceneritore di Figino arrivo al “Bosco in Città”, un’area verde protetta alla estremità ovest di Milano.
Questo tratto di strada è vivacizzato dalla esuberante presenza di numerose prostitute di colore.
I ciclanti con il caschetto in testa devono essere soggetti che stuzzicano in modo particolare la loro curiosità, lo dimostra il fatto che tutte mi salutano calorosamente.
Ripensandoci ora mi domando, con un leggero senso di vergogna, se, al di la del mio caschetto variopinto, non sia stato il modo in cui le ho osservate, con una mancanza di discrezione che mai oserei riservare ad altre donne, ad aver suscitato i loro esuberanti saluti.
Solo una di loro mi ha riservato un cenno più discreto, ha sollevato appena le dita ed ha sorriso.
Una matrona imponente con un’espressione, una postura, una figura da regina nera assisa su un trono regale piuttosto che su una sedia di plastica ai bordi di una strada di periferia.
Un’immagine Felliniana: un’ubertosa, solenne regina d’Africa di rosso vestita stagliata sul fondale uggioso di una piazzola stradale.
Il “Bosco in città” è raccordato (mi pare non per volontà precisa ma per puro caso) al Parco di Trenno, il quale, grazie ad un ponte ciclo-pedonale che scavalca la trafficatissima via Novara, è collegato al Parco delle Cave.
Considerata la breve distanza che separa il “Parco dei Fontanili” di Rho dal “Bosco in città” non dovrebbe essere difficile collegarli mediante una campestre.
Cosi facendo si riuscirebbe addirittura a collegare facilmente Rho con Milano mediante una pista ciclabile già in parte bellepronta.

Entro nel parco delle cave da via Caldera.
Nelle voragini lasciate dalle vecchie cave in disuso sono nati tre laghetti.
Da poco ho terminato di leggere “tre uomini in barca” di Jerome K. Jerome e sotto influenza di tale lettura una libera associazione di immagini mi nasce spontanea: vedo le tranquille acque del laghetto solcate da esili barchette sospinte a forza di remi da baldanzosi giovanotti desiderosi di mostrare la propria vigoria alle loro dame, le quali, assise a poppa all’ombra dei loro ombrellini parasole, esibiscono candidi abitini tutti trine e merletti.
Lasciandomi alle spalle queste serene immagini di tempi andati mi domando se qui hanno pensato di attivare un servizio di noleggio barchette per i milanesi in vena di svaghi domenicali.
Mi concedo una sosta su una panchina lungo-laghetto dove vengo avvicinato da un pavone curioso.
Il pavone è una bestia che, per qualche motivo che per ora mi sfugge, mi risulta antipatica, ancor di più quando mi punta addosso due occhietti indagatori.
Concedo alla sua naturale vanità la soddisfazione di una foto e riparto.
Uscito dal parco fatico ad orientarmi, almeno fino a ché, oltre l’ostacolo di una fila di palazzi, mi viene in aiuto la mitica sagoma dello stadio di San Siro.
Il tempio del calcio mi farà da faro per ritrovare la rotta perduta.
Nella sua ingenuità questa ultima frase dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, come il calcio sia metafora della vita.
In verità, da quando utilizzo con continuità la bicicletta, mi sono accorto che anche il ciclismo è in grado di regalare metafore potenti: prendere la ruota, tirare la volata, hai voluto la bicicletta? allora pedala, il sacrificio del gregario, gambe in spalla e pedalare, la fuga solitaria destinata a essere riassorbita dal gruppo.
Insomma è lo sport in generale a essere metafora della vita, oppure qualsiasi accidente umano con un poco di buona volontà può assumere valore di metafora?
La pioggia mi sorprende mentre sono intento a pormi questi fondamentali quesiti.
Decido di posticiparne la risoluzione ad altro momento e spingo sui pedali per raggiungere il centro più velocemente possibile.

Pedalare all’interno di Milano è un’impresa non da poco.
È uno sport estremo, per gente dura.
Oltre alla possibilità di venire arrotati da fuoristrada che improvvisamente accostano a destra per parcheggiare in tripla fila, al di là del rischio di rimanere impastati contro portiere distrattamente spalancate con perfetta tempistica da automobilisti sbadati, esiste una prova a cui è impossibile sottrarsi: il tragico, onnipresente pavè.
Il pavè, ostico quanto uno sterrato di montagna e parimenti faticoso da affrontare.
Quando poi è abbinato alle rotaie del tram (che ricordiamo vanno approcciate rigorosamente in modo ortogonale pena rovinose cadute) è consigliabile che venga affrontato soltanto da specialisti.
Per questa volta evito di sacramentare sulla mancanza endemica di piste ciclabili di senso compiuto e raggiungo un bar per godermi un caffé con vista duomo.
La facciata del Duomo è in ristrutturazione.
Da quando ho memoria è sempre stata in ristrutturazione.
In effetti da quel lontano 1386, anno in cui inizia la sua avventura, la "Veneranda fabbrica del Duomo" non ha mai interrotto la propria pluricentenaria opera di costruzione, modifica e di restauro conservativo.
Devo riconoscere che quando, da bambinetto, mi portarono per la prima volta ad ammirare il Duomo la facciata esibiva un malinconico color grigio topo mentre ora ha riacquistato il proprio originario incarnato bianco roseo.
Mi fermo a scattare la foto di rito mentre ricomincia a cadere una pioggerellina sottile.
I passanti si rifugiano sotto i portici e io mi godo la pedonale di corso Vittorio Emanuele deserta.
Entro nel book-store (vorrei evitare gli anglicismi ma al momento non mi sovviene un sinonimo in italiano), mi scrollo l’acqua di dosso come un cane bagnato, trovo il libro del buon disertore automobilistico Emilio Rigatti e dopo averlo pagato il prezzo che merita esco a prendermi un altro poco di pioggia.
Ora si che mi posso considerare un ciclante vero.
Ah dimenticavo il titolo del libro scritto dal buon Rigatti: minima pedalia.

lunedì 6 febbraio 2012

Il Canale villoresi, le robinie e la gratificazione della focaccia salata



La giornata di sole è spettacolare, perlomeno per gli standard dell'hinterland milanese
Dopo l’acquazzone della notte passata il cielo si è presentato immacolato come raramente è dato da vedere da queste parti.
In lontananza si staglia nitido il profilo delle prealpi.
Per oggi la famigerata “cappa” che di solito avvolge il cielo meneghino pare essere scongiurata.
Sono fermo, in sella al mio fido destriero a pedali, sull'alzaia ciclopedonale del "canale Villoresi".
Non riesco a decidere se svoltare a sinistra per dirigermi verso il Ticino oppure prendere la destra in direzione Monza

Il “Vilures”, come lo chiamano dalle mie parti, è il canale irriguo più esteso d'Italia, preleva le proprie acque dal fiume Ticino per scaricarle nell’Adda dopo un percorso di 86 km da ovest verso est lungo l’alta pianura a nord di Milano.
I lavori di realizzazione cominciarono nel 1877 e vennero completati nel 1890 concretizzando l'idea dell'ingegnere Eugenio Villoresi di irrigare le terre a nord di Milano, terre che, per la loro natura permeabile, erano poco adatte alla coltivazione e soggette a periodiche siccità.
“Non mi darò pace” aveva sentenziato il visionario ingegnere ”sino a che non avrò eliminato il paradosso di una cospicua parte della Lombardia, la regione più ricca di acque, afflitta dal flagello delle arsure deleterie”.
La rete di distribuzione si addentra nei territori da irrigare in maniera capillare grazie ad un centinaio di bocche di derivazione, dal canale principale si dipartono 19 canali diramatori per un attuale sviluppo complessivo di 250 km.

Allo stato attuale, oltre alla sua valenza irrigua che anno dopo diminuisce con la diminuzione dei terreni  coltivati, il canale con le sue alzaie, le sue pertinenze e i residui terreni verdi che lo fiancheggiano ha assunto un valore fondamentale nella difesa dell’ambiente naturale nelle zone fortemente urbanizzate che attraversa.
Rappresenta una sorta di corridoio verde, una fascia ecologica in grado di collegare tra loro i parchi esistenti nella zona settentrionale della provincia di Milano: il parco del Ticino, quello del Roccolo, il parco delle Groane, quello del Grugnotorto, del Molgora e infine il parco dell’Adda.
Rappresenta l'asse portante della futura dorsale verde: una rete ecologica di territorio protetto che intende raggruppare tutti i parchi della parte settentrionale della provincia di Milano con l’obbiettivo di porre un freno alla continua dissipazione del territorio
All'interno di questo progetto ha un valore strategico fondamentale la realizzazione lungo il corso d'acqua di un percorso ciclabile ininterrotto denominato Ciclovia n°40 che rappresenterà la spina dorsale dell'intera cintura di verde.
La Ciclovia n°40 fa parte di un progetto denominato MiBici avviato dalla provincia di Milano per promuovere e sviluppare una mobilità ciclabile intercomunale.
Un piano che nel corso dei prossimi anni si propone di realizzare piste ciclabili sicure e connesse tra loro all'interno di una rete efficiente, completa e continua.
L'obbiettivo e quello di  creare le condizioni affinché la bicicletta non venga considerata soltanto un mezzo utile per il tempo libero, ma diventi uno strumento effettivo di spostamento quotidiano.
Allo stato attuale il percorso dalle sponde del fiume Ticino fino a Monza è quasi completamente ciclopedonale, ad eccezione di alcuni attraversamenti di strade a viabilità ordinaria a cui bisogna prestare particolare e alle interruzioni ad Arconate, Parabiago e Senago.

Io e il mio fido destriero metallico di solito ci immettiamo sull’alzaia all’altezza di una grossa vasca di derivazione, il "Vascun" appunto, in località “Il Cucù”.
Ai tempi in cui ero ragazzo l'acqua qui era talmente inquinata e ricoperta di schiume dai mille colori cangianti che era impensabile anche soltanto immergerci un piede pena la corrosione del medesimo.
Oggi frotte di ragazzini urlanti vi si tuffano come se fosse una piscina.
Ciò testimonia, oltre che la beata incoscienza dei suddetti ragazzini, un miglioramento della qualità delle acque rispetto ad un recente passato.
Corsi e ricorsi storici: mio padre da ragazzo faceva il bagno nel canale, si tuffava dai ponti e andava a caccia di rane, perlomeno questo è quello che racconta ed io sono propenso a credergli.
In pratica sono io quello che è stato costretto a saltare il proprio turno.
Ricaccio indietro questo pensiero sconfortante e cerco di concentrami: vado a destra o vado a sinistra?

Il manuale del buon narratore di viaggio, al quale vorrei attenermi scrupolosamente, consiglierebbe di fare partire il racconto da una delle estremità del percorso e non da un qualsiasi punto arbitrario, anche se si tratta di un pittoresco "Vascun".
Potrei allora fare partire questo resoconto di viaggio da un luogo suggestivo e simbolico: dai cancelli della villa reale di Monza, che distano qualche centinaia di metri dalle alzaie, poi continuare seguendo controcorrente il canale fino a raggiungerne l'incile, in località Pan Perduto di Somma Lombardo, dove il Villoresi emunge le proprie acque dal fiume Ticino grazie alla sua imponente diga.
Potrei, ma mi riservo di farlo un'altra volta

Quindi azzeriamo tutto e ripartiamo da capo; dimenticatevi Monza e la sua Villa, dimenticatevi i miei tentennamenti sulla direzione da prendere e manteniamo solo la spettacolare giornata di sole, il corso d’acqua con la sua alzaia ciclopedonale e la mia voglia di pedalare.
Eleggo a punto di partenza una delle numerose antiche fornaci di mattoni dismesse presenti nella parte meridionale del parco delle Groane: la fornace Parodi, meritoriamente restaurata ma colpevolmente abbandonata all’incuria e all’inciviltà dei soliti vandali.
Da lì mi dirigo verso ovest; risalgo la corrente come un salmone a pedali e giungo alle spalle della stazione ferroviaria.
Incrocio il sentiero che si snoda per chilometri all’interno del parco delle Groane.
Lo ignoro, mi imbuco nel sottopasso, attraverso il centro abitato di Garbagnate e costeggio il perimetro dello storico e decaduto stabilimento Alfa Romeo.
Raggiungo Lainate, sull’alzaia si affaccia l’entrata del parco di Villa Borromeo Visconti Litta, “villa di delizia” cinquecentesca nota per gli scherzi d’acqua del suo Ninfeo.
"Leinate, un giardino pieno di elementi architettonici, di proprietà del Duca Litta, mi è piaciuto … Conviene guardarsi bene dal passeggiare soli a Leintate; il giardino è pieno di getti d’acqua fatti apposta per inzuppare gli spettatori. Posando il piede sul primo gradino di una certa scala, sei getti d’acqua mi sono schizzati tra le gambe" raccontava Stendhal in uno dei suoi resoconti di viaggi in Italia.
Oltrepasso in fretta Nerviano, dove il percorso è lasciato al completo abbandono e di conseguenza ha acquistato fama di luogo equivoco.
A Parabiago la pista si interrompe e sono costretto ad abbandonare il canale per un  breve tratto, bisogna imboccare la via sulla sinistra, incrociare una strada trafficata con sottopasso sulla destra, superato il quale ci si immettete nella rotonda verso sinistra e si ritrova il percorso all’altezza del casello utilizzato un tempo dal guardiano delle acque-
Fino a questo punto ho potuto godere di una pedalata lungo una striscia di verde relativamente esigua, da lì in avanti il canale attraversa zone a maggior vocazione agreste.

La Robinia, per la sua esagerata capacità riproduttiva è la pianta maggiormente presente lungo queste sponde. E’ un albero che, per la sua natura infestante, detesto, seppur con la moderazione dovuta ad una pianta.
Devo però ammettere che a Maggio insieme al Sambuco, altra pianta infestante molto presente nella zona, è in grado di regalare una spettacolare fioritura bianca.
Lungo il percorso sono presenti numerose aree attrezzate dove, seduti a robusti tavoli di legno, pensionati in canotta si sfidano a carte. Devo supporre che nella buona stagione gli avventori dei vari “bar sport” locali traslochino qui le loro avvincenti attività.
Ad Arconate la ciclabile si interrompe per un breve tratto, riprenderà qualche chilometro più avanti nel comune di Buscate.
Mancherebbe una manciata di chilometri per raggiungere la pista del Naviglio Grande e  quelle all’interno del parco del Ticino ma decido di fermarmi qui e di regalarmi un'ultima piacevole scoperta: nella piazza della chiesa trovo una panetteria d'altri tempi dove acquisto un trancio di focaccia larga quanto un foglio protocollo e alta quanto un diario.
Una focaccia che, complice la fame, ha il potere di trasportarmi con la memoria alle mie merende d'infanzia: il medesimo gusto, lo stesso profumo, lo stesso sale a grani grossi avvertibile in superficie.
La mia personale Madelaine pruostiana.
Mi siedo su una panchina godendomi il calore del sole che mi asciuga il sudore sulla pelle, guardo sciamare la folla che esce dalla messa e mi sento contento come un bambino in gita.
Lancio un occhiata di gratitudine alla mia bicicletta poggiata contro un muro e mi sento soddisfatto.

sabato 4 febbraio 2012

Il parco delle Groane, il Marco e la felice scoperta delle endorfine


Il Marco mi guarda con velato disprezzo.
Nemmeno troppo velato a voler essere precisi, quel tanto che basta per trasmettermi un leggero imbarazzo senza però concedermi il pretesto per controbattere.
In questo genere di cose bisogna ammettere che è un maestro.
Come da programma, alle nove in punto di una domenica mattina che reclama l’arrivo di una primavera riluttante, mi presento davanti al cancello della casa del Marco con la mia tutina da ginnastica nuova e la mia fida bicicletta da passeggio.
Marco, a cavallo della sua mountain-bike superaccessoriata, inguainato in un tecnologico abbigliamento da ciclista agonistico mi guarda con l’espressione sconsolata dell’alpinista a cui tocca affrontare una scalata difficile con un compagno di cordata monco e in scarpette da ballo.
Con l’esplicita dialettica che gli è propria mi invita ruvidamente ad abbandonare la mia modesta bicicletta e ad utilizzare quella di sua moglie.
Il Marco ha modi rudi ma in fondo è un bravo ragazzo.
Mi aveva telefonato qualche giorno prima “Niente di impegnativo" aveva detto " una pedalata tranquilla per buttare giù un po’ di pancetta” promettendomi più di 25 km di piste ciclabili ben curate all’interno del parco delle Groane tra sterrati, campi, boschi e brughiere.
Considerato che ci troviamo a ridosso dalla periferia di Milano mi era parsa una promessa azzardata.
Per meglio spiegare cosa sia il parco delle Groane prendo a prestito le parole che si possono trovare nel sito ufficiale del parco: “Il Parco delle Groane occupa il più continuo ed importante terreno semi naturale dell'alta pianura lombarda a nord ovest di Milano. Si tratta di un territorio di brughiera di peculiare interesse geologico, costituito da ripiani argillosi "ferrettizzati" che determinano una specificità ambientale e floristica. La vegetazione dei luoghi è caratterizzata da estese brughiere (fra le più meridionali d'Europa), che si evolvono gradatamente verso il bosco di pini silvestri e betulle, fino a maturare in boschi alti di querce e carpini. Notevoli gli elementi di interesse storico-artistico, quali il Castellazzo di Bollate, la Valera di Arese, Villa Borromeo a Senago, Cascina Mirabella a Lentate sul Seveso e le testimonianze di archeologia industriale. Il Parco delle Groane è una area protetta regionale che si estende per oltre 3.400 ettari all'interno della grande metropoli nord milanese. Tra case, palazzi e industrie sopravvivono, protetti, gli ultimi boschi di grandi querce e svettanti pini silvestri; vaste lande di brughiera si colorano dell'intensa fioritura della calluna a fine estate; vecchie rovine di fornaci segnano il paesaggio con il loro muri i mattoni; antiche ville patrizie segnano con i loro giardini il paesaggio di un tempo che fu.
Il Parco Regionale è stato istituito nel 1976, per forte volontà dei Comuni e della Regione Lombardia, e dal 1984 dispone di un piano territoriale che disciplina l'uso delle aree, in armonia fra conservazione della natura, agricoltura e turismo. Le riserve naturali che vi sono incluse rappresentano siti di interesse comunitario. Tutto questo dentro la città, fra il brulicare del traffico e delle attività in continuo fermento.
Il Parco delle Groane è gestito da un Consorzio fra i Comuni e la Provincia di Milano. Il Consorzio acquista i terreni del Parco, rimboschisce le aree nude, migliora i boschi, tutela la natura. In questo ambiente scampato alla urbanizzazione, il Consorzio Parco Groane ha realizzato una rete di piste ciclabili, che consentono di immergersi nel verde, senza allontanarsi dalla città. (da http://www.parcogroane.it/).


Dopo questo doverosa digressione didattica continuiamo a dedicarci all'aneddotica.
A cavallo della bici in prestito mi incollo alla ruota di Marco che è partito con una andatura che temo di non riuscire a reggere per molto.
Imbocchiamo la pista che, attraverso i campi, costeggia il viale dei leoni, quello che un tempo era lo scenografico accesso alla maestosa villa Arconati-Crivelli, comunemente chiamata “il "Castellazzo".
La costruzione che in passato per la sua importanza era chiamata "la piccola Versailles lombarda" è attualmente abbandonata all’incuria.
Abbandoniamo il “Castellazzo” al suo triste destino e ci infiliamo nel bosco, costeggiamo i binari della ferrovie nord e all'altezza della stazione “Groane-Serenella” incrociamo il canale Villoresi e la ciclovia che la costeggia per quasi l'interezza dei suo 86 chilometri di lunghezza.
Pedaliamo in direzione nord su sterrati costeggiati da quercete di farnie e roveri, a cui si alternano betulle, aceri, carpini bianchi e frassini.
Passiamo la riserva naturale Ca’ del Re, l’ex polveriera militare dove ora hanno sede gli uffici del “centro parco”, scavalchiamo la ferrovia dismessa Saronno-Bergamo, e raggiungiamo i boschi di S.Andrea e di Misinto e di Lazzate.
Eleggiamo a traguardo finale un bar con pergolato affacciato su un allevamento di capre e ci concediamo una meritata tazza di thé caldo.

“Perché non le facciamo più spesso delle pedalate come questa?” chiedo a Marco in un impeto di euforia mentre spingo con soddisfazione i pedali lungo la strada del ritorno. Sono stupito e orgoglioso di aver tenuto l'andatura senza cedimenti.
Capisco che era una cosa di cui avevo bisogno, bisogno di sentire i muscoli in movimento, di sentire i polmoni che reclamano aria.
Mi rendo conto di come la spinta costante sui pedali generi endorfine benefiche, euforizzanti e, me ne accorgerò con il tempo, anche benedettamente assuefacenti.

“Queste pedalate dobbiamo farle insieme”  gli ripeto prima di accomiatarmi “Io mi conosco, da solo non ne sarei capace, sono troppo pigro. Io ho bisogno di qualcuno che mi sproni, di qualcuno con cui condividere gli sforzi”.
Mi congedo dal Marco con queste parole che più che una richiesta di sostegno suonano come una supplica.
Il Marco abbozza un gesto di assenso mentre si richiude il cancello alle spalle e mi saluta, in quel momento, mentre fisso sconsolato il cancello chiuso, ho il timore che il suo sia stato un gesto poco convinto.
Ma il mio si è rivelato un timore infondato.
Devo dargli atto, a distanza di anni, che ha mantenuto fede a quel gesto di assenso.
Abbiamo condiviso parecchi chilometri insieme, anzi devo anche rendergli merito di avermi introdotto alle gioie, in effetti tendenzialmente masochistiche, delle scalate in montagna.
Ma di questo avrò modo di raccontare un'altra volta.

Ma quello che ancora più mi ha sorpreso è il fatto di essermi felicemente smentito: ero convinto di avere bisogno di compagnia, che mai mi sarei impegnato a pedalare in solitaria.
Mi sbagliavo, non si finisce mai di conoscersi.
Da quella domenica mattina che reclamava l’arrivo di una primavera riluttante, ho preso l’abitudine di concedermi qualche ora in sella, da solo o in compagnia, alla ricerca di percorsi che meritano di essere esplorati.
Anzi dirò di più, queste mie escursioni a pedali preferisco compierle da solo perchè i pregi delle pedalate in solitaria sono molteplici: nessun vincolo, possibilità di mantenere il proprio ritmo senza dovere tener conto di quello dei compagni, libertà assoluta di deviare dal percorso programmato in base all'estro del momento e senza essere costretto a mettere ai voti la decisione.

Insomma come diceva mio nonno " chi parla da solo si da sempre ragione".

mercoledì 1 febbraio 2012

Una dichiarazione di intenti e lo slogan veramente efficace



“Anche questa mattina mezzora di coda per fare sei chilometri da casa al lavoro ” mi lamento mentre mi accascio sulla sedia della mia scrivania.
”A lamentarti sei capace, ma tu cosa fai per migliorare la situazione?” mi risponde Andrea senza neppure alzare gli occhi dallo schermo del computer.
Andrea è un mio collega ed è un tipo diretto e poco diplomatico; peculiarità che sovente me lo rendono indigesto.
Non è tipo che si perde in grandi discorsi, ma spesso non sono necessari grandi discorsi per comprendere verità semplici.
E' stata sufficiente la sua risposta secca e indigesta per sbattermi in faccia le mie contraddizioni e per partorire una presa di coscienza, tanto banale quanto inequivocabilmente vera: se voglio che le cose cambino devo essere io stesso, in prima persona, a compiere i piccoli gesti necessari al cambiamento.
Il primo gesto che ho trovato naturale compiere per cominciare questa mia personale e pacifica rivoluzione è stato quello di salire in bicicletta per andare al lavoro.
Gesto che per lo meno mi dà licenza di lamentarmi legittimamente del traffico provocato dalle auto altrui.
Sgombriamo il campo da qualsiasi equivoco: io non ho la vocazione del martire e il mio non è un sacrificio.
Per me il gesto di salire quotidianamente in sella per percorrere i chilometri che mi separano dal posto di lavoro non è un duro impegno che mi impongo per il bene comune, per me pedalare è un divertimento, un piacere che si rivela utile perché integro una attività che mi regala soddisfazioni con l'utilità pratica di una mobilità sostenibile e con un salutare movimento fisico.

Tanti considerano la bicicletta solo un infantile mezzo di svago oppure un faticoso attrezzo ginnico, io la vedo per quella che è: un formidabile mezzo di locomozione; economico, ecologico, silenzioso e sano.
Se il suo utilizzo diventasse un'abitudine quotidiana le città potrebbero respirare meglio perché un uso consapevole della bicicletta rappresenta una valida, seppur parziale, soluzione ai problemi di traffico.
Certo è necessario che le autorità territoriali investano le proprie energie nella realizzazione di infrastrutture ciclabili, che avviino progetti di mobilità sostenibile studiati con criterio e non lasciati all’estro del momento come dimostrano tanti spezzoni di ciclabili che nascono e si interrompono nel nulla senza riuscire a connettersi ad alcuna viabilità.
Immaginare e realizzare reti ciclo-pedonali che uniscano tra loro i centri abitati, che colleghino le aree verdi sfruttando le alzaie delle vie d’acqua esistenti, è questo un obbiettivo concreto per rendere più vivibile il territorio in cui ci è stato dato in sorte di vivere e per il miglioramento della qualità della vita nostra e soprattutto di coloro che ci seguiranno..
Lo scopo della creazione di reti ciclabili valide e ben connesse tra loro non è soltanto quello di ampliare il ventaglio di svaghi messi a disposizione della cittadinanza, valorizzando e mettendo in luce scorci suggestivi e luoghi caratteristici presenti nel territorio.
Questi sono intenti encomiabili e già da soli sarebbero sufficienti a giustificare l’interesse e gli sforzi da profondere, ma l’obbiettivo vero è permettere e incentivare un utilizzo della bicicletta funzionale alle normali attività quotidiane.

"Dopo aver fatto le ciclabili dovremo fare i ciclisti" potrebbe ironizzare qualcuno parafrasando lo sconsolante motto del buon Massimo d'Azeglio.
E' vero, si parla sempre di come a noi italiani manchi la cultura della bicicletta, ma lasciatemelo dire è una cazzata, è un alibi che non regge, utilizzato per giustificare il miope immobilismo politico a riguardo della mobilità sostenibile.
Io sono convinto che la cultura manca là dove non vengono forniti gli strumenti per coltivarla.
Fornite gli strumenti per accrescere la cultura della bicicletta e la gente si acculturerà.
Ho fiducia nel fatto che, come conseguenza dell’apparizione delle piste ciclabili, i ciclisti fioriranno in maniera spontanea.

Sono in tanti i benintenzionati che si affannano a spiegare all’indefinibile opinione pubblica gli innumerevoli lati positivi della bicicletta.
Il messaggio che desiderano far passare è semplice quanto rivoluzionario: la bicicletta aiuta a combattere l’inquinamento oltre che il cattivo umore, è silenziosa, nelle tratte brevi in città è più veloce dell'auto, riduce i costi nel bilancio familiare dedicato all’automobile, fa bene alla salute e riduce i costi sanitari grazie ad un’attività  fisica regolare, riduce la dipendenza energetica e permette il risparmio di risorse non rinnovabili.
Il un messaggio è importante ma ho come l'impressione che la lista di questi sacrosanti motivi abbia una scarsa capacita di persuasione e che le saggi voci di chi con caparbietà si ostina ad elencarli  siano voci che si perdono nel deserto dell'indifferenza.
Servirebbero slogan più accattivanti.
Io un idea ce l'avrei: il messaggio che bisognerebbe far passare e che avrebbe veramente un dirompente impatto mass-mediologico è questo: andare in bici fa figo.
Non è questa la condizione a cui ognuno di noi aspira: apparire figo agli occhi degli altri?
Qualunque sia il look che si sceglie di adottare: il cicloescursionista estremo, il cicloagonista spinto, il cicloecologista convinto, il cicloradical chic. andare in bici ci rende fighi.

Viale Rembrandt