Il partigiano a pedali


Se la mia intenzione questa mattina, uscendo di casa per un giro in bici, era quella di prendere secchiate d’acqua ininterrottamente per venti km allora posso ritenermi soddisfatto, sono perfettamente riuscito nel mio intento.
Ultimamente mi sto lasciando suggestionare da letture di resoconti di viaggi compiuti da veri uomini da bicicletta, imprese che estemporanei e improvvisati ciclanti come il sottoscritto non dovrebbero tentare di imitare.
Quando all’orizzonte si profilano neri nuvoloni che minacciano chissà quali cataclismi non dovrei pensare di sfidarli, dovrei restarmene tranquillo a casa a godermi gli arabeschi che le gocce di pioggia tracciano sui vetri.
Ma ormai la decisione è presa, il dado è tratto, ho dichiarato guerra all’utilizzo superfluo dei mezzi a motore.
Chiuso nell’abitacolo della mia automobile, in un momento di rara lucidità mi sono reso conto che davo per scontato trovarmi ogni santo giorno in coda.
Non può essere questa la normalità mi sono detto, a lungo andare ci si abitua a subire qualsiasi aberrazione scambiandola per quotidianità.
Ho deciso quindi di urlare in faccia al mondo il mio canto di battaglia, novello Don Chisciotte in sella al proprio destriero, le mani sul manubrio e i piedi ben puntati sui pedali.
Dichiaro guerra al superfluo che camuffandosi da indispensabile nasconde la propria nocività.
Lancia in resta, in bilico sulle ruote tra il disincanto e l’utopia, spezzerò questo circolo vizioso: consumare, incolonnarmi, inquinare.
Ma per combattere questa guerra il primo passo è temprare lo spirito e le capacità del partigiano che sono in me.
Dovevo quindi saggiare sulla pelle l’esperienza di qualche km di pedalata sotto la tempesta per convincermi che non è cosa impossibile da affrontare.
Dovevo mettere alla prova le mie convinzioni, le mie dichiarazioni ecologiste per confermare, soprattutto a me stesso, che non sono bolle di sapone che le prime gocce di pioggia possono lavare via.
E ci sono riuscito.
Peccato che ora avverto un principio di raffreddore che avanza.

Commenti

  1. Fabio Vianello31 maggio 2013 06:33

    da Google+

    Il "problema" di noi ciclisti urbani bagnati è l'arrivo al posto di lavoro...con immediato cambio. sarebbe bellissimo avere negli uffici degli spogliatoi, e non solo dei cessi.

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  2. consiglio: in bici vacci quando il tempo e' favorevole e lasciala perdere quando piove o fa freddo, perche' come diceva mia nonna da giovani leoni da vecchi cog...ni. purtroppo aveva ragione . la pioggia presa piu' volte il freddo preso piu' volte con l'avanzare dell'eta' si paga con l'interesse, reumatismi dolori vari fino al nonno di mia moglie che a forza di prendere acqua che a suo dire nulla faceva da giovane passo gli ultimi dieci anni della sua vita su una carrozzina a causa dell'artrite. sarebbe bastato un buon ombrello ma non gli piacevano. questo vuol dire prendi la bici se il tempo lo consente, ma non forzare se non c'e' necessita' . un'ultima cosa occhio alle ginocchia che se le sforzi troppo ripararle e' lento e difficile.

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  3. grazie roberto, i miei acciacchi infatti mi consigliano di non forzare. Una volta ogni tanto si può anche fare ma a me piace il sole...sperando che questa pessima primavera ci porti almeno una estate decente.

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