La salita, l'oltraggio della fatica e l'urlo di soddisfazione


“Non guardare avanti, tieni la testa bassa. Guarda soltanto la linea bianca davanti a te, non pensare a niente, pensa soltanto a non schiattare e a spingere sui pedali”.
Erano questi i pensieri che mi ripetevo con quel poco di voce che mi rimaneva.
Ci sono momenti in cui chiedersi chi te lo abbia fatto fare risulta inutile se non addirittura controproducente.
Non rimane altro da fare che abbassare la testa e tirare avanti.
"La prossima volta non mi lascio più fregare, non riusciranno a convincermi ad imbarcarmi in imprese del genere".
Tutto il mio corpo, i miei muscoli inadeguati, le mie ossa, il mio cuore e soprattutto i miei poveri polmoni non erano mai stati sollecitati tanto violentemente nell’intero arco della mia esistenza.
Eppure a ben vedere la salita non era proibitiva e il tragitto era breve, ma io sono un ciclante, un ciclista contemplativo, platonico, magari abituato a percorrere anche lunghe distanze, ma rigorosamente in piano e sopratutto affrontate senza fretta, senza smanie di sfida, senza la pretesa di superare limiti.
Il fatto è che di fronte allo spettacolo di quelle montagne ho pensato che non potevo tirami indietro e che in fondo tutto poteva essere possibile, persino affrontarne salite che sembrano inespugnabili.

Siamo partiti da Brusson, in Val D'Ayas, all’altezza dello sbarramento enel sul torrente Evancon, sbarramento che ha dato origine ad un laghetto artificiale.
Io e il Marco, lo scellerato compagno che mi ha convinto a sfidare le ardue salite alpine, abbiamo imboccato la sterrata che costeggia il torrente.
L'acqua aveva un colore fenomenale, da mare maldiviano mi verrebbe da dire.
Lungo la piana di Vollon il percorso ha coinciso con quella che d’inverno è la pista da sci da fondo.
Ci siamo addentrati nel bosco, ad ogni ansa dell’impetuoso torrente c'erano pescatori attirati dalla pescosità del luogo oltre che dalla sua suggestiva bellezza.
In località Extrepieraz il mio compagno di escursione (non sarà contento di essere definito compagno, ma al momento non trovo altri sinonimi) ha abbandonato il sentiero sterrato per immettersi nella provinciale e affrontare la salita verso Champoluc.
Ci sarebbe stato modo, lungo questo arduo tratto, di guardare in faccia la sagoma innevata del Monte Rosa e di rimanerne affascinati, ma sono stato troppo impegnato a tentare di sopravvivere per trovare il tempo di godere della bellezza del paesaggio.

In un modo o nell’altro ho raggiunto incolume la meta.
Sottolineo, con un pizzico di orgoglio, il fatto che ho stoicamente tirato dritto senza cedimenti.
Raggiunta la cima, di fronte ad una tazza di caffè fumante, è scattata una molla che temo si rivelerà una fregatura in futuro: ogni fibra del mio corpo, persino quella più dolente, persino quella che più aveva accusato l'oltraggio della fatica, emanava, urlava soddisfazione.
Non si è trattato di qualcosa di razionale. Non era solo il mio cervello offuscato della fatica che canticchiava tra se e se: “avevo paura che mi sarei arreso e invece ho vinto”, era il mio corpo intero che si rilassava e sorrideva di soddisfazione.
Una sensazione pericolosa per me, mi conosco, non sono capace a resistere alle dipendenze, qualsiasi esse siano.
Quella soddisfazione potrebbe persino spingermi a ritentare nuove imprese del genere.
E ancora non avevo affrontato la discesa. Che parole posso usare per descrivere la discesa?
Velocità pulita? Rincorsa fatta di vento e di silenzio? Gioia infantile e primordiale?
Roba da poeti non da grafomani come il sottoscritto.
Solo questo posso dire: se fossi stato capace di levarmi di dosso la mia corazza da adulto responsabile avrei urlato come un bimbo all’uscita di scuola.
Non è detto che non lo faccia la prossima volta.

Con in mano il mio quadernetto nero, comodamente seduto su di una sdraio davanti all'ingresso della baita, mi concedo il lusso di ammirare il Monte Rosa e di stendere un'ultima annotazione: il mantenimento e la cura profusi nei confronti della natura qui risultano evidenti, e sono encomiabili; saranno pure dettati da un tornaconto economico legato all’industria del turismo, ma ciò non cambia il risultato delle cose.
La realizzazione di opere atte ad addomesticare e valorizzare il territorio senza snaturarlo, la salvaguardia, l’attenzione, il rispetto nei confronti dell’ambiente sono gesti frutto di eredità secolari di popoli che vivono in equilibrio con la propria terra.
Gesti e azioni che in larga parte altrove sono andati completamente perduti.
Riscoprire questi gesti e poter godere dei loro risultati è per me fonte di nuova fiducia.

Commenti

  1. raimondo rocco31 agosto 2012 08:28

    Da facebook 30/apr/2012

    Splendido racconto, conosco certe sensazioni e non posso ormai più farne a meno...?

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