La strada dei parchi che ancora non c'è


Il programma era semplice: partire in direzione est e seguire il corso del canale Villoresi sino al suo termine, percorrendo la pista tracciata lungo l’alzaia.
Ma il Marco, adducendo la scusa che il dente del giudizio era tornato a fargli male, mi comunica che non può partecipare alla spedizione.
Considerato che i componenti della spedizione eravamo solo io e lui mi sono ritrovato a scrutare il cielo con la prospettiva di una gita in solitaria.
Fuori il cielo minacciava pioggia.
Potevo farmi scoraggiare da una minaccia?
Tanto più se la minaccia arrivava da un soggetto che spesso non mette in atto ciò che con tanta cura ha preparato.
Io non accetto minacce e impavido decido di concedermi un giretto in solitaria.
Decido anche che il progetto di seguire il Villoresi fino alla foce può essere posticipato e che posso accontentarmi di percorrere sentieri conosciuti e meno distanti da casa.
A dispetto delle più elementari regole letterarie, che suggerirebbero di svelare solo alla conclusione ciò che in un primo momento viene solo accennato, anticiperò fin d’ora che il cielo ha mantenuto quello che aveva minacciato ed io ho ricevuto la razione di pioggia che meritavo.

Decido di dirigermi verso Milano.
Ho in mente di comprare un libro.
Lo avevo già preso a prestito in biblioteca e, dopo averlo letto ed essere stato rapito da un poco rassicurante desiderio di emulazione, ho deciso che meritava di essere acquistato.
In questo libro l'autore racconta di come abbia rinunciato all’automobile per utilizzare esclusivamente le due ruote a pedali.
Sto decisamente diventando monotematico anche in fatto di letture.
Già che mi trovo a Milano ne approfitterò per visitare il Parco delle Cave tanto decantatomi dalla Giorgia, una mia collega di lavoro.
Attraverso una Rho semideserta; le domeniche mattina uggiose obbiettivamente ispirano permanenze sotto le lenzuola piuttosto che pedalate minacciate dalla pioggia.
Raggiungo il Parco dei Fontanili e passando davanti all'inquietante sagoma dell’inceneritore di Figino arrivo al “Bosco in Città”, un’area verde protetta alla estremità ovest di Milano.
Questo tratto di strada è vivacizzato dalla esuberante presenza di numerose prostitute di colore.
I ciclanti con il caschetto in testa devono essere soggetti che stuzzicano in modo particolare la loro curiosità, lo dimostra il fatto che tutte mi salutano calorosamente.
Ripensandoci ora mi domando, con un leggero senso di vergogna, se, al di la del mio caschetto variopinto, non sia stato il modo in cui le ho osservate, con una mancanza di discrezione che mai oserei riservare ad altre donne, ad aver suscitato i loro esuberanti saluti.
Solo una di loro mi ha riservato un cenno più discreto, ha sollevato appena le dita ed ha sorriso.
Una matrona imponente con un’espressione, una postura, una figura da regina nera assisa su un trono regale piuttosto che su una sedia di plastica ai bordi di una strada di periferia.
Un’immagine Felliniana: un’ubertosa, solenne regina d’Africa di rosso vestita stagliata sul fondale uggioso di una piazzola stradale.
Il “Bosco in città” è raccordato (mi pare non per volontà precisa ma per puro caso) al Parco di Trenno, il quale, grazie ad un ponte ciclo-pedonale che scavalca la trafficatissima via Novara, è collegato al Parco delle Cave.
Considerata la breve distanza che separa il “Parco dei Fontanili” di Rho dal “Bosco in città” non dovrebbe essere difficile collegarli mediante una campestre.
Cosi facendo si riuscirebbe addirittura a collegare facilmente Rho con Milano mediante una pista ciclabile già in parte bellepronta.

Entro nel parco delle cave da via Caldera.
Nelle voragini lasciate dalle vecchie cave in disuso sono nati tre laghetti.
Da poco ho terminato di leggere “tre uomini in barca” di Jerome K. Jerome e sotto influenza di tale lettura una libera associazione di immagini mi nasce spontanea: vedo le tranquille acque del laghetto solcate da esili barchette sospinte a forza di remi da baldanzosi giovanotti desiderosi di mostrare la propria vigoria alle loro dame, le quali, assise a poppa all’ombra dei loro ombrellini parasole, esibiscono candidi abitini tutti trine e merletti.
Lasciandomi alle spalle queste serene immagini di tempi andati mi domando se qui hanno pensato di attivare un servizio di noleggio barchette per i milanesi in vena di svaghi domenicali.
Mi concedo una sosta su una panchina lungo-laghetto dove vengo avvicinato da un pavone curioso.
Il pavone è una bestia che, per qualche motivo che per ora mi sfugge, mi risulta antipatica, ancor di più quando mi punta addosso due occhietti indagatori.
Concedo alla sua naturale vanità la soddisfazione di una foto e riparto.
Uscito dal parco fatico ad orientarmi, almeno fino a ché, oltre l’ostacolo di una fila di palazzi, mi viene in aiuto la mitica sagoma dello stadio di San Siro.
Il tempio del calcio mi farà da faro per ritrovare la rotta perduta.
Nella sua ingenuità questa ultima frase dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, come il calcio sia metafora della vita.
In verità, da quando utilizzo con continuità la bicicletta, mi sono accorto che anche il ciclismo è in grado di regalare metafore potenti: prendere la ruota, tirare la volata, hai voluto la bicicletta? allora pedala, il sacrificio del gregario, gambe in spalla e pedalare, la fuga solitaria destinata a essere riassorbita dal gruppo.
Insomma è lo sport in generale a essere metafora della vita, oppure qualsiasi accidente umano con un poco di buona volontà può assumere valore di metafora?
La pioggia mi sorprende mentre sono intento a pormi questi fondamentali quesiti.
Decido di posticiparne la risoluzione ad altro momento e spingo sui pedali per raggiungere il centro più velocemente possibile.

Pedalare all’interno di Milano è un’impresa non da poco.
È uno sport estremo, per gente dura.
Oltre alla possibilità di venire arrotati da fuoristrada che improvvisamente accostano a destra per parcheggiare in tripla fila, al di là del rischio di rimanere impastati contro portiere distrattamente spalancate con perfetta tempistica da automobilisti sbadati, esiste una prova a cui è impossibile sottrarsi: il tragico, onnipresente pavè.
Il pavè, ostico quanto uno sterrato di montagna e parimenti faticoso da affrontare.
Quando poi è abbinato alle rotaie del tram (che ricordiamo vanno approcciate rigorosamente in modo ortogonale pena rovinose cadute) è consigliabile che venga affrontato soltanto da specialisti.
Per questa volta evito di sacramentare sulla mancanza endemica di piste ciclabili di senso compiuto e raggiungo un bar per godermi un caffé con vista duomo.
La facciata del Duomo è in ristrutturazione.
Da quando ho memoria è sempre stata in ristrutturazione.
In effetti da quel lontano 1386, anno in cui inizia la sua avventura, la "Veneranda fabbrica del Duomo" non ha mai interrotto la propria pluricentenaria opera di costruzione, modifica e di restauro conservativo.
Devo riconoscere che quando, da bambinetto, mi portarono per la prima volta ad ammirare il Duomo la facciata esibiva un malinconico color grigio topo mentre ora ha riacquistato il proprio originario incarnato bianco roseo.
Mi fermo a scattare la foto di rito mentre ricomincia a cadere una pioggerellina sottile.
I passanti si rifugiano sotto i portici e io mi godo la pedonale di corso Vittorio Emanuele deserta.
Entro nel book-store (vorrei evitare gli anglicismi ma al momento non mi sovviene un sinonimo in italiano), mi scrollo l’acqua di dosso come un cane bagnato, trovo il libro del buon disertore automobilistico Emilio Rigatti e dopo averlo pagato il prezzo che merita esco a prendermi un altro poco di pioggia.
Ora si che mi posso considerare un ciclante vero.
Ah dimenticavo il titolo del libro scritto dal buon Rigatti: minima pedalia.

Commenti

  1. mi sono divertita, il tuo testo mi ha fatto sorridere, grazie

    RispondiElimina
  2. Fabrizio M. Pierandrei27 maggio 2013 05:18

    Da Facebook:

    Che progetto facile-facile per una amministrazione che finora non ha certo brillato..

    RispondiElimina

Posta un commento

Post più popolari