mercoledì 28 marzo 2012

Il posto giusto per la bicicletta

Un'installazione di public art nella piazza di Lainate in provincia di Milano
L'associazione culturale CICLOPOLIS ha realizzato a Lainate un'originale installazione di public art nella piazza Vittorio Emanuele II. Quattro biciclette interamente dipinte nel rosso del logo CICLOPOLIS sono state collocate a circa quattro metri di altezza su altrettanti lampioni della piazza, come se ne percorressero il palo in salita, in direzione del cielo. Vanificando così, nell'immagine surreale rappresentata, la forza di gravità, ed indicando piuttosto esplicitamente che se il territorio del nord ovest continuerà ad ignorare le esigenze di chi vorrebbe semplicemente utilizzare questo mezzo non inquinante per i propri spostamenti quotidiani, e gli enormi vantaggi che lo sviluppo di una mobilità ciclabile porterebbero ad ogni cittadino, al ciclista urbano non rimarrà che abbandonare il piano orizzontale della strada, e dirigersi in verticale verso le nuvole per vedersi garantita la sicurezza che a tutt'oggi gli viene negata.




Ad essere evocata è perciò una sorta di fuga dalla realtà urbana, anche se l'installazione si presta ad ogni possibile interpretazione soggettiva, richiamando in ogni caso l'attenzione del cittadino e delle amministrazioni nei confronti della cultura della bicicletta. Allo stesso tempo, indipendentemente dal tema specifico rappresentato, l'installazione offre un'interessante opportunità per sperimentare una rilettura in chiave artistica e contemporanea dello spazio pubblico in un contesto storico ed urbano fortemente ancorato a stili e linguaggi esclusivamente tradizionali. 

lunedì 26 marzo 2012

La madre degli imbecilli è sempre in cinta


Capita.
Capita anche troppo spesso.
Sei lì, che pedali, tutto compreso nel tuo bucolico vagabondare, a destra ammiri faggi e betulle, a sinistra i reperti rurali di un rimpianto mondo andato (rimpianto tanto per dire, per rendere maggiormente evocativa la descrizione) poi di improvviso, nel folto del bosco, si apre una radura e, al posto della candida casina di marzapane che ti immagineresti di trovare, ti si para d’innanzi lo spettacolo di un ammasso di rifiuti abbandonati a cielo aperto.
Se tali scempi non facessero così schifo bisognerebbe trasformarli in monumenti a testimonianza della stupidità umana e dell’inciviltà di cittadini con regolare diritto di voto e, ne sono certo, con la faccia tosta di mettersi in prima fila per indignarsi nei confronti del malcostume altrui.
Chissà se servirebbe a qualcosa tentare di insegnare agli autori di tali gesti la differenza che corre tra il bene di tutti e quello di nessuno?
Chissà se servirebbe a qualcosa spiegare che il gesto che compiono equivale a quello di imbrattare il marciapiede davanti al proprio uscio di casa.
Ma si sa, la madre degli imbecilli è sempre in cinta e se la distribuzione gratuita di preservativi potrebbe essere già un parziale rimedio sono necessarie anche altre azioni contro questi atti incivili.
Le amministrazioni hanno il dovere di contrastare con atti concreti l’indecente mentalità dello smaltimento fai da te.
Nessuno pretende che vengano istituite ronde ecologiche notturne per pattugliare il territorio, ma già sarebbe utile che venissero ripuliti con solerzia i luoghi degradati.
E’ fisiologico che là dove per settimane giace abbandonato un vecchio frigorifero prima o poi a qualcuno venga l’idea di abbinarci un materasso logoro o un divanetto sfondato, là dove sacchi dell’immondizia restano per lungo tempo a terra a stretto contatto è più facile che si riproducano, moltiplicandosi esponenzialmente.
Un piccolo suggerimento: affiggere semplici cartelli con chiare parole: “Stupido sozzone, a pochi km da qui esiste una discarica pubblica dove possono essere scaricati i rifiuti in maniere gratuita e alla luce del sole, così non sarai costretto nottetempo a improvvisate e pericolose missioni illegali. Vai in discarica imbecille, è gratis.”


venerdì 23 marzo 2012

I sensi di colpa per il senso unico ignorato


Lo so bene che via San Carlo è a senso unico, ma nonostante lo sappia la imbocco con leggerezza in senso contrario.
L'ho quasi percorsa completamente quando una monovolume guidata da una bionda con occhiale da sole panoramico si immette con decisione nella via.
Non appena si accorge della mia presenza la bionda frena di colpo e si attacca al clacson.
Non sento le sue parole esatte ma da dietro il parabrezza la mimica concitata non pare conciliante.
Atteggio la mia migliore e ipercollaudata faccia da scuse perché so che, da un punto di vista prettamente giuridico, mi trovo dalla parte del torto.
Faccio però notare, con misurati gesti della mano, che sono appiccicato al marciapiede, che la carreggiata è ampia a sufficienza per tutti e due e che del resto stavo pedalando a passo d'uomo.
Non l'avessi mai fatto, la donna dagli enormi occhiali da sole non appare impietosita dalla mia espressione contrita ne persuasa dalle mie argomentazioni, al contrario l'azzardo della mia muta risposta deve averla fatta imbestialire ulteriormente, sgomma via come una furia e non potendomi investire fisicamente mi investe con l'onda esagerata della sua rabbia repressa.
Rimango impietrito e avvilito con un piede e con il morale poggiati sul marciapiedi.
Mi guardo intorno e mi viene da annotare due fatti che mi sembrano ineccepibili.
Prima annotazione, di carattere puramente estetico: la bionda al volante non era affatto male, forse solo un poco isterica ma l'espressione combattiva e l'occhiale panoramico le donavano parecchio.
Seconda annotazione, di carattere più squisitamente sociologico: si è sedimentato nel nostro agire quotidiano un perverso rovesciamento della realtà.
Mi spiego meglio: mentre sono inchiodato al marciapiede dai miei sensi di colpa nei confronti del senso unico ignorato e dallo spirito battagliero femminile mal indirizzato mi sono messo a contare le macchine parcheggiate lungo la via.
Saranno state una quarantina, di cui una mezza dozzina a voler essere pignoli da considerare in divieto di sosta.
Nel breve lasso di tempo che è intercorso tra il mio muto scambio di opinioni con la bionda aggressiva e il mio conteggio sono transitate perlomeno dieci auto e tra queste almeno tre hanno aggredito la strada a velocità criminale.
C'è qualcosa che non mi quadra: tutte queste macchine in circolazione hanno invaso ogni spazio della città e il problema sono io e la mia solitaria bici in contromano?
In pratica è come se, per abitudine, avessimo accettato che una nutrita mandria di bufali (a volte utili a volte meno, più o meno disciplinati ma comunque ingombranti e potenzialmente letali) occupi completamente le strade delle nostre città mentre non riusciamo a tollerare la presenza di qualche passerotto che per istinto di sopravvivenza svolazza libero qua e là e che al massimo può imbrattare i marciapiedi e le giacche dei passanti con la propria animalesca incontinenza.
Decisamente c'è qualcosa di sbagliato.
Ed è ora di cambiarlo.

lunedì 19 marzo 2012

Quei buchi neri affacciati sul lago

Cosa ci faccio qui da solo? E se metto una ruota in fallo e precipito giù dal crinale della montagna? Se mi perdo? Se mi morde una vipera o peggio ancora mi imbatto nelle guardie di frontiera svizzere?
Cosa ci faccio qui da solo, alla ricerca di una sentinella di pietra e cemento, di una fortezza Bastiani affacciata non sul deserto dei tartari ma sul confine svizzero?
Mi sono messo sulle tracce della “linea di difesa della frontiera nord”: un sistema di fortificazioni costruito durante la prima guerra mondiale per ordine del generale Luigi Cadorna nel timore che, penetrando attraverso la svizzera, l’esercito austro ungarico potesse infiltrarsi in Italia. Chiamata più comunemente Linea Cadorna era costituita da 70 chilometri di trincee, 300 km di strade militari, bunker, gallerie, fortini; il tutto a guardia di un nemico fortunatamente mai arrivato.
Per costruire in fretta e furia l’opera venne reclutata manodopera in ogni zona d’Italia, utilizzando persino donne e bambini considerata la scarsità di braccia maschili in quel periodo impegnate al fronte.
In anni successivi parte di queste strutture verranno riutilizzate per esercitazioni militari e inserite intorno agli anni trenta nel progetto del Vallo Alpino: una poderosa linea di difesa progettata per difendere i circa 2000 km di confine italiano, progetto mai giunto a compimento.
Dopo un lungo periodo di abbandono queste costruzioni sono ora oggetto di un rinnovato interesse e sono stati tracciati itinerari che raggiungono le fortificazioni più interessanti della linea difensiva.

Mi sono documentato su internet, ho scaricato informazioni e mappe degli itinerari consigliati. Decido di percorrere l'itinerario che, partendo da Marzio, un paesino adagiato sulle pendici del monte omonimo in provincia di Varese, promette di raggiungere trincee, camminamenti, postazioni mitragliatrici e piazzole per l'artiglieria,.
Ma promettere è una cosa mantenere un’altra.
Eleggo come punto di partenza il monumento in bronzo della Madonna degli Alpini posto al fianco dei piloni del ripetitore Rai.
Il tratto iniziale è splendido, il sentiero scende facendosi largo tra boschi di faggi e betulle.
Devo tenere le mani costantemente sui freni.
Di tanto in tanto la vegetazione si dirada e si aprono belvedere mozzafiato sul lago di Lugano e sulle valli svizzere.
Lungo un ripido sentiero che taglia diagonalmente la pista vedo scendere uno strano personaggio che indossa una pesante camicia a quadri, sembra un folletto dei boschi.
Nei racconti di viaggio che sto leggendo ultimamente gli autori si imbattono di continuo in personaggi degni di nota, personaggi che hanno storie da raccontare e le cui parole meritano di essere ricordate.
Il folletto in questione mi sembra abbia tutte le caratteristiche per essere uno di questi personaggi.
Per agganciarlo gli domando se sono nella direzione giusta per Marchirolo.
Domanda platonica la mia, non avrebbe bisogno di conferma dato che mappe e cartelli indicatori stanno lì a ribadirlo. L’hobbit risulta di scarne e definitive parole: “di qui non si va da nessuna parte” poi sparisce giù per la discesa.
Rimango perplesso, inchiodato dai punti interrogativi che la maleducazione di quella fugace apparizione hanno generato. Mi dico che le mappe non possono non avere ragione e continuo la discesa. Ma più mi inoltro lungo nel bosco più la pista diventa un sentiero impraticabile. Il sottobosco si sta richiudendo su quello che, pedalata dopo pedalata, diventa sempre più un viottolo abbandonato. Cocciuto scendo di sella per attraversare i punti più stretti e continuo, nella convinzione che se un sentiero esiste dovrà pure arrivare da qualche parte. In linea di massimo il concetto è corretto ma non questa volta: una immagine apocalittica mi si para dinnanzi costringendomi a desistere. Centinaia di alberi giacciono abbattuti a mezza costa, sembrano scivolati giù dalla pendenza. Devono essere stati abbattuti di fresco. Ostruiscono completamente il passaggio sempre ammesso che un passaggio esistesse.
Non mi rimane altro da fare che tornare indietro, mi toccherà risalire lungo queste pietraie scoscese.
Mi fermo a prendere fiato e mi rendo conto di essere nei pressi di una trincea seminascosta dalla vegetazione. E’ lunga un centinaio di metri e ricoperta da uno spesso strato di foglie. Non ci metto piede perché ho la fobia dei serpenti. Alle estremità si aprono due aperture nella roccia, buchi nei quali era previsto che i soldati trovassero riparo.
Mi lascia sgomento il pensiero dei tanti che hanno speso la gioventù rintanati in buchi come quelli.
Riparto con il morale sotto i tacchi.
Malgrado tutta la documentazione e le mappe che avevo raccolto sono riuscito a perdermi lo stesso.
La bellezza dei luoghi non basta a mitigare il senso di sconfitta e l’amarezza provocata da quei neri buchi nel terreno.
Per non parlare poi del fatto che ho avuto l’ennesima bruciante conferma che non sono portato per le salite.
Ma non voglio darmi per sconfitto, una volta raggiunta nuovamente la “Madonnina degli alpini” mi concedo una spettacolare discesa.
Da Marzio passando per Brusimpiano in planata libera fino al lago di Lugano.
La vista è mozzafiato, il lago di una bellezza abbagliante.
La riva opposta è territorio svizzero, trovo un bar con i tavolini all’aperto in un punto in cui lo specchio d’acqua non è più largo di cento metri.
Stendo le gambe sotto il tavolo, guardo la sottile frontiera d’acqua e penso che quella rete di muri e trincee nascoste lassù in montagna dovrebbe essere trasformata in un monumento.
Quei buchi neri nel terreno sarebbero un monumento potente, più esplicito di tante parole.

giovedì 15 marzo 2012

I punti di vista incolmabili, le riserve indiane e i gatti neri


Che esista uno scarto tra la percezione che ognuno ha della propria immagine e quella che invece ne hanno gli altri è un concetto risaputo.
Non c’è bisogno di scomodare Pirandello e il suo Moscarda per ricordarci che quello che pensiamo di vedere e di capire davanti al nostro specchio e diverso da quello che pensano di vedere e capire gli altri.
Ma quando questa differenza di visione è così ampia io rimango basito.
Mi spiego meglio: ultimamente mi è capitato di discutere, anche in maniera piuttosto  accesa, con alcuni ciclo-scettici a proposito del mio modo di intendere la bicicletta e la sua funzione nella società.
Sarà che ho manifestato un eccesso di ingenuo e immotivato entusiasmo, sarà che non sono riuscito a spiegarmi bene, sarà che i miei interlocutori non avevano nessuna voglia di ascoltarmi, fatto sta che mi sono reso conto che, nella mia veste di ciclante, non solo non vengo considerato un elemento virtuoso come mi sarei aspettato ma vengo addirittura considerato nocivo e guardato con malcelata compassione se non addirittura con astio.
“I ciclisti sono importuni e imprevedibili come un gatto nero in mezzo alla strada, non rispettano il codice stradale e sono pericolosi per i pedoni” ha sentenziato il Gegio, mettendo fine alla discussione, mentre sbuffava fuori il fumo della sigaretta dalle sue capaci narici.

Sia chiaro, non pretendo gratitudine per il fatto che la mia bicicletta rappresenta un tubo di scappamento in meno in giro ad inquinare, ma venire addirittura equiparato ad un pirata della strada è un'accusa che non riesco a mandare giù.
E' questa enorme differenza tra il mio punto di vista e quella del Gegio, persona con cui solitamente mi trovo in sintonia, a lasciarmi basito.
Come è possibile che l’ecologica, la silenziosa, la salutare bicicletta venga guardata con tale diffidenza dagli altri utenti della strada, sia automobilisti che pedoni?

Forse è perché siamo degli ibridi inclassificabili, ne appiedati ne motorizzati.
Siamo fuori luogo lungo la strada, dove risultiamo lenti e indifesi, siamo fuori luogo sui marciapiede e lungo le zone pedonali dove diamo l’impressione, a torto o a ragione, di essere ingombranti, inattesi e quindi potenzialmente pericolosi.
Insomma stiamo sulle palle a tutti.
Riesco perfino a comprendere l’astio da parte dell’automobilista impaziente che, ritenendosi il padrone incontrastato del suolo pubblico, vede nel ciclista e anche nel pedone un fastidioso intralcio al proprio sacrosanto diritto di sfrecciare veloce.
Quello che invece fatico a comprendere è l'astio da parte del pedone che, in quanto utente debole della strada, dovrebbe al contrario avvertire un legame di fratellanza con il ciclista.

Come pedoni ci siamo rassegnati al caos rumoroso e tossico che ci circonda, abbiamo accettato come un dato di fatto ineludibile l’assedio continuo dei mezzi a motore. Fanno parte del nostro quotidiano panorama urbano le auto parcheggiate sui marciapiedi, lo stress sonoro del traffico e l’aria mefitica e irrespirabile che ne deriva, il pericolo latente di un mezzo di diversi quintali che sfreccia a tutta velocità poco distante dal marciapiede in cui siamo confinati.
Questa abitudine rassegnata provoca tensioni represse che non si sa verso chi indirizzare e che trovano sfogo contro il malcapitato ciclista che magari si avventura contromano o che sale sul marciapiede.
I pedoni in città sono come pellirossa che, legittimamente, temono l’invasione del poco territorio che gli è rimasto, del proprio misero spazio faticosamente ritagliato sul marciapiede.
Considerano come una disgrazia a cui non si può porre rimedio l’essere stati confinati all’interno di una riserva e l'avere lasciato il resto della città alle automobili, per questo motivo difendono con i denti il diritto al possesso esclusivo della propria fetta di marciapiede. Una guerra tra poveri, fra deboli pronti a litigare per rivendicare i propri diritti e per contendersi i miseri spazi in cui sono stati rinchiusi.

lunedì 12 marzo 2012

Il naviglio della martesana e l'intoppo finale

Il “Naviglio della Martesana” è forse il meno noto tra i navigli milanesi, probabilmente perché lungo le sue alzaie non si affacciano né locali alla moda né si agita alcuna movida notturna.
A differenza dei suoi omologhi più rinomati ha però il pregio di essere costeggiato da una buona pista ciclopedonale.
Il Naviglio Martesana è un'opera idraulica ideata in origine sia per scopi irrigui che per la navigazione e i cui lavori di realizzazione furono terminati intorno alla fine del 15° secolo.
Da allora e per secoli le sue acque permisero il trasporto su chiatte di legnami, laterizi, sabbie, derrate alimentari oltre che fornire energia per far funzionare mulini.
Le sue acque, che giungono dall’Adda, in passato andavano a morire in un vero e proprio porto d’approdo: il “Tumbun de San Marc”, il quale si collegava, tramite la fossa interna che correva a ridosso della cerchia muraria medioevale, alla Darsena di porta Ticinese.
Questo intricato sistema di canali che in passato caratterizzava fortemente la città di Milano iniziò a perdere di importanza durante il 19° secolo per l'affermarsi del trasporto su strada ferrata, fintantoché, nel 1886, il Consiglio Comunale milanese deliberò la soppressione della navigazione nella Fossa interna.
Da allora progressivamente i canali della cerchia interna vennero tutti tombinati
Attualmente in città la Martesana, che nel 1958 venne cancellata dalle acque navigabili e declassata al solo uso irriguo, rimane in superficie fino a “Cassina de Pomm”, all'incrocio di via Melchiorre Gioia, per poi scomparire sotto il manto stradale.
Da quel punto parte (o termina, a seconda di come la si vuole guardare) una pista ciclo-pedonale che raggiungerà dopo 35 km Trezzo sull’Adda.
Noto che la pavimentazione dell’alzaia e i parapetti sono ben curati e grazie ad alcuni sottopassi si evitano pericolosi attraversamenti delle vie a scorrimento ordinario.
Mi da l’impressione di un percorso ciclopedonale ben mantenuto e vissuto dagli abitanti della zona.
Evito di soffermarmi sulla descrizione del colore dell’acqua..
Un colore che, a dispetto di qualsiasi buon senso, non impedisce ai numerosi pescatori che incontro di gettare la lenza in acqua. Chissà quali aspettative si nascondano dietro un simile gesto. Ho la tentazione di fermarmi e chiedere ma a volte è meglio non sollecitare risposte che faticheremmo a comprendere.
Oltrepasso viale Monza, costeggio il Parco Martesana, un'area verde di discrete dimensioni e attraverso i quartieri di Gorla, Precotto e Crescenzago.
La presenza di numerose ville signorili affacciate sull'acqua aveva fatto guadagnare a questa zona la denominazione di "Riviera di Crescenzago".
Il percorso mantiene un certo decoro  fino al limite estremo della città. Lì il degrado della periferia si riflette anche sulla condizione delle sponde. Un ultimo sottopasso mi permette di superare la tangenziale e di entrare nel territorio di Vimodrone. Qui il canale guadagna dimensioni più importanti e colori più consoni, torna a essere ben curato e abbandona il carattere urbano che aveva mantenuto fino a quel punto. Nidiate di paperi solcano la corrente.
A Cernusco sul Naviglio la ciclovia passa attraverso il “parco del naviglio della martesana”, un'ampia area attrezzata a verde. Il fondo delle alzaie è ben mantenuto e la pista è protetta da parapetti in ferro lavorato. Il buon numero di persone che stanno praticando jogging o che semplicemente passeggiano lungo il canale testimonia come l’aver puntato sulla valorizzazione ambientale delle sponde e aver reso il canale un protagonista della vita cittadina sia risultata una scelta vincente.
Alle cure profuse nei confronti del canale evidenti lungo il territorio di Cernusco fa da contraltare l’altrettanto evidente disinteresse mostrato da Cassina de Pecchi.
Niente papere nell'acqua e poca gente che cammina frettolosa lungo quello che si è ridotto a semplice marciapiede.
Se a Cassina ho l’impressione che il naviglio venga ignorato a Gorgonzola mi viene da pensare che in un recente passato abbiano addirittura deciso di occultarlo. Per un buon tratto si affaccia sull'alzaia la parte retrostante della zona industriale: una ininterrotta sequenza di capannoni, officine. magazzini, fabbriche e fabbrichette.
Più avanti però sono costretto a rivedere il mio giudizio: il percorso si incunea nella parte antica del paese e regala scorci d'altri tempi.
Gli edifici lambiti dal canale, alcuni dei quali sono di notevole pregio, come la Villa Busca-Serbelloni e la chiesa dei SS. Gervasio e Protasio, dimostrano con evidenza quanto fosse forte, in un passato più lontano, il legame tra l’abitato e la via d’acqua che lo attraversa.

Uscito dal paese costeggio per un buon tratto una strada molto trafficata, la statale 11. Fino a questo punto il naviglio si è fatto strada all'interno di un contesto prevalentemente urbano e periferico, da Bellinzago in poi prevarranno paesaggi rurali e agresti. In prossimità del centro urbano la pista è fortemente popolata. Noto con piacere che è percorsa da un buon numero di signore che portano la spesa nel cestino della bici. Penso che soprattutto a questo servano le piste ciclabili: a essere utilizzate nella quotidianità, nei gesti comuni di tutti i giorni, non solamente per lo svago.
Usciti da Inzago, si percorre un breve tratto in territorio agricolo  e si arriva alla "volta" di Cassano, dove il Naviglio piega bruscamente a sinistra per mettersi parallelo all'Adda.
Oltre l’abitato termina l'asfalto, associazioni ambientaliste hanno chiesto il mantenimento dello sterrato nel rispetto del paesaggio rurale.
A Groppello ammiro la conca e il ponte con l'enorme "ruota di pompaggio" che pescava l’acqua della Martesana e la sollevava per portarla al vicino Palazzo Arcivescovile.
In località “Salto del gatto” incontro una mia vecchia conoscenza: il canale Villoresi, le cui acque, che hanno percorso 86 km dalla loro origine sul Ticino, vanno a  immettersi in parte nel naviglio in parte nel fiume Adda.
Nei chilometri successivi il naviglio scorre lungo un terrazzamento parallelo al fiume Adda tra fasce boschive naturali e parchi privati.
Vaprio D'Adda si fa notare per le ville patrizie provviste di giardini terrazzati degradanti sul Naviglio, Villa Melzi d'Eril  spicca per imponenza e bellezza.
Il viaggio termina a Trezzo d’Adda dove mi accoglie sulla sinistra il Santuario della "Madonna di Concesa"  e più in alto  arroccata sul piccolo promontorio sulla sinistra, Villa Gina, attuale sede del Parco Adda Nord.
Sulla destra, una passerella porta a Crespi d'Adda, dove alla fine del 19° secolo venne fondato un villaggio operaio che l'Unesco ha dichiarato patrimonio dell’umanità.
Mancherebbero poche centinaia di metri per raggiungere la meta: l'incile, lo sbarramento sull’Adda che dà  origine alla Martesana.
Ma disgraziatamente, a causa di lavori di sistemazione dell'alzaia, la pista è interdetta al passaggio.
Bloccato a pochi centinaia di metri dall'obbiettivo
Mi appoggio alla recinzione del cantiere per scattare l’ennesima fotografia e cerco di consolarmi pensando che, in fin dei conti non è un intoppo importante.
Cerco di convincermi che ciò che veramente è importante è l’andare; andare per il solo piacere di andare. Mi ripeto che la meta è solo un pretesto non un obiettivo.
Confortato dalla raffinatezza di queste considerazioni e senza farmi condizionare dal dubbio che siano solo frasi fatte banali e abusate mi avvio lungo la strada di casa.

QUI TROVI ALCUNE FOTO

venerdì 9 marzo 2012

La ciclabile fantasma, lo sprovveduto cronico e il fiume Tresa


Mia madre deve essere arrivata alla conclusione che il luogo più adatto per frantumarsi una caviglia debba essere un sentiero di montagna; possibilmente ad un centinaio di chilometri da casa.
Come conseguenza di tale riflessione è stata ricoverata presso l'ospedale di Luino in attesa di una operazione per la ricomposizione di una frattura trimalleolare.
Per sincerarmi delle condizioni in cui versava, da devoto figliolo quale sono, mi sono precipitato immediatamente al suo capezzale.
Sarà che ho mancato qualche indicazione stradale, sarà che invece le ho seguite fin troppo alla lettera (è notorio che la funzione primaria dei cartelli stradali non è quella di indicare la strada più breve per raggiungere una località, ma quella di suggerire come raggiungerla circumnavigando zone dove non è gradito il traffico di passaggio), fatto sta che ho impiegato più di un’ora e mezza di macchina per arrivare a destinazione.
Mentre al volante sacramentavo contro il fato, contro la mia imperizia e contro tutti gli automobilisti che sadicamente rallentavano la mia marcia ho deciso che la volta successiva non mi sarei lasciato fregare ancora e avrei preso il treno.
E così ho fatto.
Ho chiesto un permesso al lavoro e con la mia bicicletta ho raggiunto la stazione di Rho.
Tre euro e cinquanta di supplemento bici e mi sono trovato comodamente seduto nel vagone con in mano un libro e la moleskine nera regalatami da poco.
Mi piace anche precisare che il costo del mio biglietto sommato a quello della bicicletta risulta inferiore al costo della benzina e del pedaggio autostradale.
A sostegno della mia scelta ferroviaria c'è quindi un vantaggio economico e c'è anche il vantaggio che, al posto di farmi il sangue amaro avvinghiato al volante, sono riuscito a leggermi in santa pace un intero capitolo del libro e ad abbozzare qualche appunto utile per la storiellina che state leggendo.
Ma il principale motivo che mi ha spinto ha prendere il treno è un altro: mentre ero in auto preoccupato per la salute di mia madre e stressato per la lunga permanenza al volante, ho intravisto dai finestrini, poco prima di entrare in Luino, un fiume lungo il quale, mi pareva di intuire, si affiancava una ciclabile.
Sul limitare della carreggiata, ergendosi vigorosi contro il sole che declinava alle loro spalle, si affacciava una coppia di atletici ciclo-centauri.
La lunga bionda chioma raccolta di lei era intuibile sotto il caschetto protettivo, come i suoi occhi indubitabilmente penetranti dietro lo schermo degli occhiali antivento.
Una coppia di semidei a cavallo dei propri purosangue metallici, lanciati al galoppo lungo un percorso che immaginavo snodarsi all'interno di una valle ubertosa che conduce sulle rive di un placido lago.
Anch’io mi lancerò al galoppo lungo quella pista, ho giurato in quel momento a me stesso.
E' questo il vero motivo che mi ha spinto a caricare la mia fida bicicletta sul vagone: anche io dovevo percorrere quella ciclabile lungo il fiume fino a raggiungere le sponde del Lago.
Quindi dopo essermi assicurato delle buone condizioni di mia madre e avergli tenuto compagnia il tempo sufficiente sono partito alla ricerca.
Per sgombrare il campo da qualsiasi preoccupazione vi anticipo che la trimalleolare è andata a buon fine e mia madre cautamente è tornata in pista.
Non avevo con me nessuna cartina e nessuna informazione riguardo al percorso ma, confidando nel fatto che la pista che avevo intravisto costeggiava un fiume, ho presunto che non sarebbe stata impresa difficile raggiungerla.
Bastava imbroccare la direzione giusta e prima o poi un fiume lo avrei trovato.
Gli sprovveduti come me fanno spessi simili semplicistici e ottimistici ragionamenti.

Ora che mi sono documentato posso dire che il fiume in questione è il Tresa, ma il giorno in cui ero sulle sue tracce non ne conoscevo neppure il nome.
E’ un privilegio dei racconti poter nominare a posteriori luoghi e territori che mentre vengono avvicinati non hanno nome, ne dimensioni o direzione.
Riconoscere questi luoghi su una mappa una volta tornati a casa è un'ulteriore piacere del viaggio, riuscire a dargli un nome che li identifichi è un esercizio che mette ordine alle cose, che le colloca al loro giusto posto.
Avevo in mente di risalire l’argine del fiume fino a quanto l’orario ferroviario me lo avrebbe permesso, poi sarei tornato indietro per raggiungere il punto in cui si immette nel lago.
Era questo il mio progetto, ma tra il progetto e la sua attuazione c'è spazio per l'imponderabile.
Oltre il progetto, la sua attuazione e l'imponderabile si stende a perdita d'occhio il territorio della letteratura.
Territorio in cui si possono rendere maggiormente evocativi azioni, gesti minimi, avvenimenti di per se banali. Nel territorio della letteratura esiste persino la possibilità di raccontare storie in realtà mai accadute, senza che diventino bugie.
Ma in queste pagine non c’è spazio per la letteratura c’è spazio soltanto per la cronaca.
Di conseguenza queste righe esistono solo come testimonianza di una sconfitta: non sono riuscito a trovare la ciclabile lungo il fiume.
Forse ciò che mi sembrava di aver visto mentre ero al volante era soltanto un miraggio, come un miraggio erano gli epici centauri stagliati contro il crepuscolo.
In effetti il fiume Tresa l'ho trovato, ho persino percorso un brevissimo tratto di ciclabile in fase di ultimazione ma si è prematuramente interrotto contro il muro di una casa in costruzione.
Anche cercando si aggirare l’ostacolo non sono riuscito a venirne a capo.
Ero tentato di perdermi, sicuro di riuscire a ritrovarmi prima o poi ma, con la spada di Damocle dell’orario ferroviario che mi pendeva sul capo (tra l’altro nemmeno protetto dal caschetto di ordinanza che avevo scordato di portarmi appresso), mi sono dovuto arrendere e mi sono mestamente avviato verso la stazione.
Prima di farlo mi sono affacciato sul lungo lago, per concedermi perlomeno un surrogato della bellezza che mi spettava e che non sono stato in grado di raggiungere.
Ancora oggi non so se quella ciclabile che mi sembrava di avere intravisto fosse solo un miraggio oppure no.

martedì 6 marzo 2012

Breve analisi e relativa teoria sui comportamenti che intercorrono tra i soggetti coinvolti in sorpassi ciclistici su strada


Il momento del sorpasso è un momento estremamente delicato. Meriterebbe di essere oggetto di approfonditi studi antropologici.
L'azione si svolge nell’arco di pochi ma densi istanti. Per forza di cose i soggetti interessati sono molteplici, ma per ora ci limiteremo a studiare il rapporto tra i due elementi base: il sorpassante e il sorpassato.
Il sorpassante per propria natura incede senza il minimo sforzo apparente, indirizza lo sguardo indefinito verso un indefinibile altrove, verso un orizzonte lontano a cui è evidentemente destinato. Per una regola non scritta ma sicuramente frutto del buon senso, il sorpassante non guarda mai direttamente negli occhi il sorpassato.
Questo per evitare che un simile gesto posso essere interpretato come una sfida.
Il sorpassato da par suo, fin dal momento in cui avverte alle proprie spalle l’incombente presenza di ruote più veloci delle sue, abbozza un’aria svagata, accenna fischiettando una melodia dei bei tempi andati e si lascia ostentatamente incantare dall’ameno paesaggio, qualunque esso sia.
Il messaggio che tale atteggiamento implica è che il sorpassato in quel dato momento non ha alcuna fretta, la sua intenzione è quella di godersi il paesaggio e su di esso meditare; soltanto per questo motivo egli risulta facilmente superabile.
Se ne deduce che la natura pacifica del ciclante trova nei propri insiti comportamenti la maniera più adatta per trasmettere messaggi di non belligeranza, persino di fronte a oltraggi come, a ragione veduta, potrebbe essere considerato il sorpasso.
Speculari messaggi di non belligeranza vengono lanciati in corsa anche dal sorpassante.
Egli, ostentando la propria facilità di pedalata priva di visibile impegno (atteggiamento questo che un animo non sportivo e diffidente potrebbe fraintendere, bollandolo come dimostrazione di arroganza), lascia ad intendere che non è sua intenzione mancare di riguardo, ma è quella la sua  natura, è il destino a spingerlo veloce sui pedali.
Sono segnali rapidissimi, gesti rituali frutto di ataviche consapevolezze, quelli che in corsa si scambiano i nostri due soggetti
Alla luce degli studi fatti sulle modalità con cui questi rituali vengono espletati, anche tenendo conto delle lievi differenze risultanti a seconda del grado di esperienza dei soggetti e della loro provenienza, possiamo azzardare la teoria secondo la quale esiste un elemento di base ad accomunare i ciclanti: la volontà di mostrarsi non ostili.

“Huei, pirla o te dervet gli occh o le mej che te stè a cà tua”* mi ha urlato contro un baldo sessantenne in tutina multicolore ieri l’altro lungo la ciclabile del canale Villoresi.
Questo perché, momentaneamente distratto, avevo invaso la sua corsia con il rischio di provocare un bel frontale.
Il censurabile atteggiamento da parte del colorito sessantenne potrebbe contraddire la mia teoria sul pacifismo ciclistico ma a mio modesto parere non fa altro che confermarla.
O cosi almeno mi sembra anche se non so spiegarmene il perché.

* Oralmente mastico il dialetto milanese ma non sono  in grado di scriverlo correttamente, ad ogni modo la fase recita più o meno cosi: “sciocchino, le consiglierei di tenere gli occhi ben aperti, in caso contrario sarebbe preferibile che rimanesse a casa sua”

venerdì 2 marzo 2012

Video: Canale Villoresi in bicicletta, parte seconda, da Arconate a Lainate

Il "Villoresi" è il canale irriguo più esteso d'Italia, preleva le proprie acque dal fiume Ticino per scaricarle nell'Adda dopo un percorso di 86 km da ovest verso est lungo l'alta pianura a nord di Milano. I lavori di realizzazione cominciarono nel 1877 e vennero completati nel 1890 concretizzando l'idea dell'ing. Eugenio Villoresi di irrigare le terre a nord di Milano, terre che, per la loro natura permeabile, erano poco adatte alla coltivazione e soggette a periodiche siccità.
Allo stato attuale, oltre alla sua valenza irrigua, il canale con le sue alzaie, le sue pertinenze e i residui terreni verdi che lo fiancheggiano rappresenta una risorsa ecologica di enorme valore strategico.
Rappresenta una sorta di corridoio verde, una fascia ecologica in grado di collegare tra loro i parchi esistenti nella zona settentrionale della provincia di Milano: il parco del Ticino, quello del Roccolo, il parco delle Groane, quello del Grugnotorto, del Molgora e infine il parco dell'Adda.
Rappresenta l'asse portante della futura dorsale verde: una rete ecologica di territorio protetto che intende raggruppare tutti i parchi della parte settentrionale della provincia di Milano con l'obbiettivo di porre un freno alla continua dissipazione del territorio.
All'interno di questo progetto ha un valore strategico fondamentale la realizzazione lungo il corso d'acqua di un percorso ciclabile ininterrotto denominato Ciclovia n°40 che secondo i progetti, entro la fine del 2010 sarà percorribile senza interruzione dalle sponde del fiume Ticino fino a Monza e che rappresenterà la spina dorsale dell'intera cintura di verde.
La Ciclovia n°40 fa parte di un progetto denominato MiBici avviato dalla provincia di Milano per promuovere e sviluppare una mobilità ciclabile intercomunale.
Un piano che nel corso dei prossimi anni si propone di realizzare piste ciclabili sicure e connesse tra loro all'interno di una rete efficiente, completa e continua.
Si intendono creare le condizioni affinché la bicicletta non venga considerata soltanto un mezzo utile per il tempo libero, ma diventi uno strumento effettivo di spostamento quotidiano.

giovedì 1 marzo 2012

Il naviglio di bereguardo e qualche saggio consiglio

Ho seguito il consiglio di amici che la sanno più lunga di me in parecchi campi ma soprattutto in quello della cultura del pedale: ho provato a non indossare le mutande sotto i pantaloncini da ciclista. Loro dicono che indossarle sia un’eresia.
Essendo io un “ciclista no-global”, (definizione appioppatami dal buon Davide mentre mi indicava i pregi della costosa bicicletta che voleva vendermi) mi vergogno ad indossare indumenti eccessivamente attillati, di conseguenza sfoggio un paio di pantaloncini camuffati da normali bermuda. Ma loro dicono che anche questa sia un eresia.
Con il dubbio che fosse meglio rimanere eretico ho affrontato la ciclovia che costeggia il naviglio di Bereguardo.

Il Naviglio di Bereguardo, costruito nell'arco del quindicesimo secolo per volontà degli Sforza, è un canale artificiale destinato originariamente a scopi irrigui e diventato in seguito per Milano la “via del sale”, il percorso d’acqua attraverso il quale venivano trasportare merci dall'Adriatico passando lungo il Po e il Ticino. .
Si stacca dal Naviglio Grande all'altezza di Abbiategrasso, e si dirige verso sud, raggiungendo Bereguardo presso il Ticino. Le imbarcazioni che dal Po dovevano raggiungere Milano risalivano il Ticino nel suo primo tratto, venivano trasbordate via terra su questo canale, risalendo il quale raggiungevano il Naviglio Grande e infine la città.
Caratteristica è la presenza di un ingegnoso sistema di chiuse, denominate conche, che permettevano ai barconi di superare i numerosi dislivelli d’acqua disseminati lungo il tragitto; dislivelli necessari a fornire la spinta utile per mantenere la corrente d’acqua.
Perse la sua funzione di canale navigabile all'inizio del 1800, quando fu completato il Naviglio Pavese che metteva direttamente in comunicazione Milano con il Ticino.
Attualmente funge da canale di irrigazione.
A differenza degli altri navigli milanesi quello di Bereguardo attraversa interamente un territorio che possiede ancora una viva e forte vocazione agricola. Lungo le sue sponde non si affacciano ville patrizie, ne borghi antichi, ne tanto meno centrali elettriche che possano sfruttare la potenza della corrente.
Ciò che riserva per 18 chilometri di monotona bellezza è il tipico paesaggio agricolo della pianura Padana: un’accurata trama di campi coltivati a foraggio e cereali inframmezzati da boschetti e cascine.

Parto da Castelletto di Abbiategrasso in una mattinata di vento ostinato e contrario che minaccia esperienze mistiche oltre che liriche citazioni DeAndreiane. Per mia fortuna il vento cessa poco dopo la partenza lasciando campo libero ad un sole africano. In prossimità di alcune conche, là dove il canale si allarga creando un ansa che in passato serviva alla sosta dei barconi in attesa del via libera, una moltitudine di bagnanti in costume si gode questa promessa di estate.
Lungi da me la pretesa di dispensare consigli, di stilare decaloghi, di formulare regole per il perfetto ciclante, anche perché penso di non essere in possesso dei requisiti minimi sindacali per poterlo fare, ma questa volta qualche suggerimento mi sento in dovere di darlo.
Mi costringo a farlo per evitarvi inconvenienti di cui io stesso ho fatto esperienza durante questa pedalata.
Primo suggerimento: quando, in territori come questi, avvertirete la necessità di espletare i vostri bisogni non crediate non corra l’obbligo di cercare un luogo appartato.
Non illudetevi, per il fatto che intorno a voi si stendono a perdita d’occhio soltanto campi coltivati, che nessuno possa giungere all’improvviso cogliendovi di sorpresa con le mani in fallo (perdonate, non ho saputo resistere all'orrido calambour).
Arriverà  inevitabilmente una famigliola da scandalizzare mentre sarete nel pieno delle vostre sacrosante funzioni.
Secondo suggerimento: nel caso vi capitasse di incrociate un airone cenerino che amabilmente sgambetta lungo il ciglio della strada, evitate di frenare in modo brusco per gettarvi sulla macchina fotografica.
Tali mosse sconsiderate non sortiranno altro effetto che quello di farlo fuggire spiegando le maestose ali che non avrete modo di immortalare.
Terzo suggerimento: non incrociando centri abitati per parecchi chilometri, potreste sentirvi autorizzati a levarvi di dosso la maglietta in modo da rendere uniforme la vostra risibile abbronzatura da ciclisti.
Abbronzatura che, come è notorio, si interrompe all’altezza dell'avambraccio.
Non esagerate, tenete a mente la vostra vulnerabile natura umana: esporre la schiena al sole per troppo tempo può risultare deleterio persino sotto il cielo anemico della provincia milanese.

Il tragitto mostra lungo la sua intera lunghezza una bellezza bucolica che mi affascina.
Non si attraversano centri abitati, si costeggiano solo alcune costruzioni agricole che sembrano essere rimaste immutate da qualche centinaio di anni. In prossimità della meta il canale si restringe fino alle dimensioni di un torrente.
La corrente si mostra via via più stanca fino a che, giunti nel centro abitato di Bereguardo, il tragitto attuale del naviglio si disperde nelle tombinature e in sacrificate canalizzazioni.
Decido di raggiungere il fiume Ticino e di attraversarlo passando sopra il famoso ponte di barche di Bereguardo, uno degli ultimi e rarissimi esempi di ponte di chiatte in Italia.
Questo tipo di ponte, segue la portata del fiume, quando il livello dell'acqua si alza, le barche galleggiano.
Dicono si tratti di uno degli ultimi ponti di barche sopravvissuti in Italia ma ho il dubbio che questa informazione sia una leggenda metropolitana: un diverso itinerario mi ha portato ad attraversarne uno simile e in più persone, sulla cui attendibilità peraltro non me la sentirei di giurare, mi hanno garantito che ne esistano molti sparsi lungo i fiumi italiani. Al ritorno, come consigliato in tutte le guida in cui è menzionato questo percorso, compio una breve deviazione per visitare l’abbazia cistercense di Morimondo.
Io non sono credente ma il varcare la soglia dell’abbazia indossando dei pantaloncini corti (sotto i quali, ricordo, non c'erano mutande) mi ha fatto sentire poco rispettoso nei confronti della sacralità del luogo.
Sedermi su una panca sotto l’austera maestosità di queste volte, lasciare andare lo sguardo lungo le pareti in ombra, lasciare andare il pensiero, mi hanno fatto avvertire la forte spiritualità di cui queste pietre sono impregnate e mi ha consegnato una sensazione di calma distesa .
Ora che mi trovo di fronte alla tastiera del computer, da buon pragmatico che non ama indulgere in eccessi di misticismo, ipotizzo che quella calma distesa in realtà non fosse altro che il rilassamento dei tessuti muscolari del ciclante in sosta, uniti alla sonnolenza indotta dalla penombra.
Nel dubbio mi segno la fronte