Breve analisi e relativa teoria sui comportamenti che intercorrono tra i soggetti coinvolti in sorpassi ciclistici su strada


Il momento del sorpasso è un momento estremamente delicato. Meriterebbe di essere oggetto di approfonditi studi antropologici.
L'azione si svolge nell’arco di pochi ma densi istanti. Per forza di cose i soggetti interessati sono molteplici, ma per ora ci limiteremo a studiare il rapporto tra i due elementi base: il sorpassante e il sorpassato.
Il sorpassante per propria natura incede senza il minimo sforzo apparente, indirizza lo sguardo indefinito verso un indefinibile altrove, verso un orizzonte lontano a cui è evidentemente destinato. Per una regola non scritta ma sicuramente frutto del buon senso, il sorpassante non guarda mai direttamente negli occhi il sorpassato.
Questo per evitare che un simile gesto posso essere interpretato come una sfida.
Il sorpassato da par suo, fin dal momento in cui avverte alle proprie spalle l’incombente presenza di ruote più veloci delle sue, abbozza un’aria svagata, accenna fischiettando una melodia dei bei tempi andati e si lascia ostentatamente incantare dall’ameno paesaggio, qualunque esso sia.
Il messaggio che tale atteggiamento implica è che il sorpassato in quel dato momento non ha alcuna fretta, la sua intenzione è quella di godersi il paesaggio e su di esso meditare; soltanto per questo motivo egli risulta facilmente superabile.
Se ne deduce che la natura pacifica del ciclante trova nei propri insiti comportamenti la maniera più adatta per trasmettere messaggi di non belligeranza, persino di fronte a oltraggi come, a ragione veduta, potrebbe essere considerato il sorpasso.
Speculari messaggi di non belligeranza vengono lanciati in corsa anche dal sorpassante.
Egli, ostentando la propria facilità di pedalata priva di visibile impegno (atteggiamento questo che un animo non sportivo e diffidente potrebbe fraintendere, bollandolo come dimostrazione di arroganza), lascia ad intendere che non è sua intenzione mancare di riguardo, ma è quella la sua  natura, è il destino a spingerlo veloce sui pedali.
Sono segnali rapidissimi, gesti rituali frutto di ataviche consapevolezze, quelli che in corsa si scambiano i nostri due soggetti
Alla luce degli studi fatti sulle modalità con cui questi rituali vengono espletati, anche tenendo conto delle lievi differenze risultanti a seconda del grado di esperienza dei soggetti e della loro provenienza, possiamo azzardare la teoria secondo la quale esiste un elemento di base ad accomunare i ciclanti: la volontà di mostrarsi non ostili.

“Huei, pirla o te dervet gli occh o le mej che te stè a cà tua”* mi ha urlato contro un baldo sessantenne in tutina multicolore ieri l’altro lungo la ciclabile del canale Villoresi.
Questo perché, momentaneamente distratto, avevo invaso la sua corsia con il rischio di provocare un bel frontale.
Il censurabile atteggiamento da parte del colorito sessantenne potrebbe contraddire la mia teoria sul pacifismo ciclistico ma a mio modesto parere non fa altro che confermarla.
O cosi almeno mi sembra anche se non so spiegarmene il perché.

* Oralmente mastico il dialetto milanese ma non sono  in grado di scriverlo correttamente, ad ogni modo la fase recita più o meno cosi: “sciocchino, le consiglierei di tenere gli occhi ben aperti, in caso contrario sarebbe preferibile che rimanesse a casa sua”

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