I punti di vista incolmabili, le riserve indiane e i gatti neri


Che esista uno scarto tra la percezione che ognuno ha della propria immagine e quella che invece ne hanno gli altri è un concetto risaputo.
Non c’è bisogno di scomodare Pirandello e il suo Moscarda per ricordarci che quello che pensiamo di vedere e di capire davanti al nostro specchio e diverso da quello che pensano di vedere e capire gli altri.
Ma quando questa differenza di visione è così ampia io rimango basito.
Mi spiego meglio: ultimamente mi è capitato di discutere, anche in maniera piuttosto  accesa, con alcuni ciclo-scettici a proposito del mio modo di intendere la bicicletta e la sua funzione nella società.
Sarà che ho manifestato un eccesso di ingenuo e immotivato entusiasmo, sarà che non sono riuscito a spiegarmi bene, sarà che i miei interlocutori non avevano nessuna voglia di ascoltarmi, fatto sta che mi sono reso conto che, nella mia veste di ciclante, non solo non vengo considerato un elemento virtuoso come mi sarei aspettato ma vengo addirittura considerato nocivo e guardato con malcelata compassione se non addirittura con astio.
“I ciclisti sono importuni e imprevedibili come un gatto nero in mezzo alla strada, non rispettano il codice stradale e sono pericolosi per i pedoni” ha sentenziato il Gegio, mettendo fine alla discussione, mentre sbuffava fuori il fumo della sigaretta dalle sue capaci narici.

Sia chiaro, non pretendo gratitudine per il fatto che la mia bicicletta rappresenta un tubo di scappamento in meno in giro ad inquinare, ma venire addirittura equiparato ad un pirata della strada è un'accusa che non riesco a mandare giù.
E' questa enorme differenza tra il mio punto di vista e quella del Gegio, persona con cui solitamente mi trovo in sintonia, a lasciarmi basito.
Come è possibile che l’ecologica, la silenziosa, la salutare bicicletta venga guardata con tale diffidenza dagli altri utenti della strada, sia automobilisti che pedoni?

Forse è perché siamo degli ibridi inclassificabili, ne appiedati ne motorizzati.
Siamo fuori luogo lungo la strada, dove risultiamo lenti e indifesi, siamo fuori luogo sui marciapiede e lungo le zone pedonali dove diamo l’impressione, a torto o a ragione, di essere ingombranti, inattesi e quindi potenzialmente pericolosi.
Insomma stiamo sulle palle a tutti.
Riesco perfino a comprendere l’astio da parte dell’automobilista impaziente che, ritenendosi il padrone incontrastato del suolo pubblico, vede nel ciclista e anche nel pedone un fastidioso intralcio al proprio sacrosanto diritto di sfrecciare veloce.
Quello che invece fatico a comprendere è l'astio da parte del pedone che, in quanto utente debole della strada, dovrebbe al contrario avvertire un legame di fratellanza con il ciclista.

Come pedoni ci siamo rassegnati al caos rumoroso e tossico che ci circonda, abbiamo accettato come un dato di fatto ineludibile l’assedio continuo dei mezzi a motore. Fanno parte del nostro quotidiano panorama urbano le auto parcheggiate sui marciapiedi, lo stress sonoro del traffico e l’aria mefitica e irrespirabile che ne deriva, il pericolo latente di un mezzo di diversi quintali che sfreccia a tutta velocità poco distante dal marciapiede in cui siamo confinati.
Questa abitudine rassegnata provoca tensioni represse che non si sa verso chi indirizzare e che trovano sfogo contro il malcapitato ciclista che magari si avventura contromano o che sale sul marciapiede.
I pedoni in città sono come pellirossa che, legittimamente, temono l’invasione del poco territorio che gli è rimasto, del proprio misero spazio faticosamente ritagliato sul marciapiede.
Considerano come una disgrazia a cui non si può porre rimedio l’essere stati confinati all’interno di una riserva e l'avere lasciato il resto della città alle automobili, per questo motivo difendono con i denti il diritto al possesso esclusivo della propria fetta di marciapiede. Una guerra tra poveri, fra deboli pronti a litigare per rivendicare i propri diritti e per contendersi i miseri spazi in cui sono stati rinchiusi.

Commenti

  1. Alfredo Giordani31 agosto 2012 07:31

    Da Facebook 26/08/2012

    Noi siamo quelli che mettono paura, gli altri quelli che uccidono, mah?!?!? Mistero!!!

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  2. Maria Teresa Bruzzi31 agosto 2012 07:33

    Da Facebook 26/08/2012

    Grazie del tuo articolo in cui mi ritrovo completamente, sia nell'incomprensione degli altri che ritengono i ciclisti peggio del mal di denti, sia nel fatto di sentirmi fuori luogo sia sul marciapiede (anche ciclabile) che in strada

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  3. Da Facebook 26/08/2012

    Condivido totalmente anch'io. Mi sento sempre umiliata quando mamme o nonne dicono ai bambini: attenti alla bici! mentre tentano di attraversare una strada fra auto che sfrecciano ed un'unica bici (la mia) che rallenta per farli passare...

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  4. Rossella Del Grande31 agosto 2012 08:17

    Da Facebook 26 maggio 14.49.57

    è "normale" in questo tipo di società, che chi ha ragione venga trattato male e considerato "fastidioso".... Sono con te.

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  5. Non sono pochi i turisti italiani in giro per l'Europa che, vestiti i panni di pedoni, rischiano di causare incidenti muovendosi zigzagando sulle piste ciclabili. L'atteggiamento che descrivi nasce dal fatto che, uno contro uno, il diritto di un ciclista viene letto come minore sia dal pedone che dal guidatore di veicolo. La causa probabile è che il ciclista è obbligato da questo squilibrio a ricorrere a 'trucchetti' per arrivare a destinazione vivo e impiegando meno tempo che a piedi. Quindi si forma un effetto di retroazione o meglio 'cane che si mangia la coda'.

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  6. Stefano Bruccoleri31 maggio 2013 01:24

    da Facebook:

    Non escludo che sia taleno il tuo

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