Il naviglio di bereguardo e qualche saggio consiglio

Ho seguito il consiglio di amici che la sanno più lunga di me in parecchi campi ma soprattutto in quello della cultura del pedale: ho provato a non indossare le mutande sotto i pantaloncini da ciclista. Loro dicono che indossarle sia un’eresia.
Essendo io un “ciclista no-global”, (definizione appioppatami dal buon Davide mentre mi indicava i pregi della costosa bicicletta che voleva vendermi) mi vergogno ad indossare indumenti eccessivamente attillati, di conseguenza sfoggio un paio di pantaloncini camuffati da normali bermuda. Ma loro dicono che anche questa sia un eresia.
Con il dubbio che fosse meglio rimanere eretico ho affrontato la ciclovia che costeggia il naviglio di Bereguardo.

Il Naviglio di Bereguardo, costruito nell'arco del quindicesimo secolo per volontà degli Sforza, è un canale artificiale destinato originariamente a scopi irrigui e diventato in seguito per Milano la “via del sale”, il percorso d’acqua attraverso il quale venivano trasportare merci dall'Adriatico passando lungo il Po e il Ticino. .
Si stacca dal Naviglio Grande all'altezza di Abbiategrasso, e si dirige verso sud, raggiungendo Bereguardo presso il Ticino. Le imbarcazioni che dal Po dovevano raggiungere Milano risalivano il Ticino nel suo primo tratto, venivano trasbordate via terra su questo canale, risalendo il quale raggiungevano il Naviglio Grande e infine la città.
Caratteristica è la presenza di un ingegnoso sistema di chiuse, denominate conche, che permettevano ai barconi di superare i numerosi dislivelli d’acqua disseminati lungo il tragitto; dislivelli necessari a fornire la spinta utile per mantenere la corrente d’acqua.
Perse la sua funzione di canale navigabile all'inizio del 1800, quando fu completato il Naviglio Pavese che metteva direttamente in comunicazione Milano con il Ticino.
Attualmente funge da canale di irrigazione.
A differenza degli altri navigli milanesi quello di Bereguardo attraversa interamente un territorio che possiede ancora una viva e forte vocazione agricola. Lungo le sue sponde non si affacciano ville patrizie, ne borghi antichi, ne tanto meno centrali elettriche che possano sfruttare la potenza della corrente.
Ciò che riserva per 18 chilometri di monotona bellezza è il tipico paesaggio agricolo della pianura Padana: un’accurata trama di campi coltivati a foraggio e cereali inframmezzati da boschetti e cascine.

Parto da Castelletto di Abbiategrasso in una mattinata di vento ostinato e contrario che minaccia esperienze mistiche oltre che liriche citazioni DeAndreiane. Per mia fortuna il vento cessa poco dopo la partenza lasciando campo libero ad un sole africano. In prossimità di alcune conche, là dove il canale si allarga creando un ansa che in passato serviva alla sosta dei barconi in attesa del via libera, una moltitudine di bagnanti in costume si gode questa promessa di estate.
Lungi da me la pretesa di dispensare consigli, di stilare decaloghi, di formulare regole per il perfetto ciclante, anche perché penso di non essere in possesso dei requisiti minimi sindacali per poterlo fare, ma questa volta qualche suggerimento mi sento in dovere di darlo.
Mi costringo a farlo per evitarvi inconvenienti di cui io stesso ho fatto esperienza durante questa pedalata.
Primo suggerimento: quando, in territori come questi, avvertirete la necessità di espletare i vostri bisogni non crediate non corra l’obbligo di cercare un luogo appartato.
Non illudetevi, per il fatto che intorno a voi si stendono a perdita d’occhio soltanto campi coltivati, che nessuno possa giungere all’improvviso cogliendovi di sorpresa con le mani in fallo (perdonate, non ho saputo resistere all'orrido calambour).
Arriverà  inevitabilmente una famigliola da scandalizzare mentre sarete nel pieno delle vostre sacrosante funzioni.
Secondo suggerimento: nel caso vi capitasse di incrociate un airone cenerino che amabilmente sgambetta lungo il ciglio della strada, evitate di frenare in modo brusco per gettarvi sulla macchina fotografica.
Tali mosse sconsiderate non sortiranno altro effetto che quello di farlo fuggire spiegando le maestose ali che non avrete modo di immortalare.
Terzo suggerimento: non incrociando centri abitati per parecchi chilometri, potreste sentirvi autorizzati a levarvi di dosso la maglietta in modo da rendere uniforme la vostra risibile abbronzatura da ciclisti.
Abbronzatura che, come è notorio, si interrompe all’altezza dell'avambraccio.
Non esagerate, tenete a mente la vostra vulnerabile natura umana: esporre la schiena al sole per troppo tempo può risultare deleterio persino sotto il cielo anemico della provincia milanese.

Il tragitto mostra lungo la sua intera lunghezza una bellezza bucolica che mi affascina.
Non si attraversano centri abitati, si costeggiano solo alcune costruzioni agricole che sembrano essere rimaste immutate da qualche centinaio di anni. In prossimità della meta il canale si restringe fino alle dimensioni di un torrente.
La corrente si mostra via via più stanca fino a che, giunti nel centro abitato di Bereguardo, il tragitto attuale del naviglio si disperde nelle tombinature e in sacrificate canalizzazioni.
Decido di raggiungere il fiume Ticino e di attraversarlo passando sopra il famoso ponte di barche di Bereguardo, uno degli ultimi e rarissimi esempi di ponte di chiatte in Italia.
Questo tipo di ponte, segue la portata del fiume, quando il livello dell'acqua si alza, le barche galleggiano.
Dicono si tratti di uno degli ultimi ponti di barche sopravvissuti in Italia ma ho il dubbio che questa informazione sia una leggenda metropolitana: un diverso itinerario mi ha portato ad attraversarne uno simile e in più persone, sulla cui attendibilità peraltro non me la sentirei di giurare, mi hanno garantito che ne esistano molti sparsi lungo i fiumi italiani. Al ritorno, come consigliato in tutte le guida in cui è menzionato questo percorso, compio una breve deviazione per visitare l’abbazia cistercense di Morimondo.
Io non sono credente ma il varcare la soglia dell’abbazia indossando dei pantaloncini corti (sotto i quali, ricordo, non c'erano mutande) mi ha fatto sentire poco rispettoso nei confronti della sacralità del luogo.
Sedermi su una panca sotto l’austera maestosità di queste volte, lasciare andare lo sguardo lungo le pareti in ombra, lasciare andare il pensiero, mi hanno fatto avvertire la forte spiritualità di cui queste pietre sono impregnate e mi ha consegnato una sensazione di calma distesa .
Ora che mi trovo di fronte alla tastiera del computer, da buon pragmatico che non ama indulgere in eccessi di misticismo, ipotizzo che quella calma distesa in realtà non fosse altro che il rilassamento dei tessuti muscolari del ciclante in sosta, uniti alla sonnolenza indotta dalla penombra.
Nel dubbio mi segno la fronte

Commenti

  1. Marino Steffenini29 maggio 2013 12:27

    Da Facebook:

    caro ragazzo, è vero che a bereguardo si versa nelle tombinature, ma se tu invece di svoltare a destra avessi proseguito diritto lo avresti rivisto a fianco della provinciale per pavia ..e lì si perde, ma se prendi un "rivolo" sulla destra ti rechi nei piu piccoli paesi ricchi di cascine e trattorie.. C'è un paese che alle 12 al primo rintocco del campanile, trovandoti a bere al bar...usanza..non paghi! ciao, neh!

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