venerdì 27 aprile 2012

Il ciclopaladino e il puerile gioco delle etichette



La criticabile abitudine di catalogare gli individui e le loro attività, di inserirli dentro categorie precostituite e riconoscibili è insita nella natura umana.
Tendiamo ad etichettare coloro che riteniamo differenti da noi, anche di poco, quel tanto che basta per meritare una certa dose di diffidenza, se non di ostilità.
E' un esercizio che applichiamo persino su noi stessi, mostrando di noi l'immagine a cui vorremmo corrispondere, tesi verso coloro a cui vorremmo accomunarci.
Lo facciamo per donarci la sicurezza di una appartenenza, lo facciamo per distinguerci da quelli a cui non vorremmo assomigliare.
Mi rendo conto che si tratta di un esercizio poco intelligente e infantile, ma non posso farci niente, malgrado questa consapevolezza non ho la forza di tirarmene fuori.
Rinchiudere le attività umane in categorie riconoscibili rende le cose più semplici, più comprensibili, meno confuse.

Questa premessa solo per introdurre e giustificare il puerile gioco che da qualche tempo mi concedo quando incrocio per strada altri fratelli di pedali: li fotografo mentalmente e li inserisco in una categoria di appartenenza.
E' un gioco, e come tale va preso: con la seria leggerezza dei giochi.
Le categorie da inventare sono innumerevoli: dal classico ciclista della domenica al cicloagonista, dal ciclista per necessità al ciclistafashion, dal ciclosalutista al cicloesploratore.
E io in che categoria potrei collocarmi?
Non lo so di preciso, e questa ammissione già la dice lunga sulla scarsa validità dell'esercizio coatto della catalogazione.
E se fossi un ciclopaladino come, prendendomi in giro, mi ha definito Guerrina?
Ma chi è il ciclopaladino?
E' un anarchico a pedali, un personaggio libero e anticonformista o perlomeno tale desidererebbe apparire. Sono numerosi i particolari che lo distinguono dagli altri pedalatori, ad esempio il caschetto di ordinanza che alternativamente può nascondere una folta capigliatura o una incipiente calvizie oppure le capienti sacche portaoggetti montate sulla ruota posteriore o ancora l'abbigliamento studiatamente informale.
Altre volte lo contraddistingue l'estrema sobrietà del mezzo. Cavalca bici nude, prive di orpelli, essenziali, biciclette a scatto fisso, senza cambi e con il freno a pedale.
Biciclette nate per essere veloci, aerodinamiche e leggere, concepite per non fermarsi, per scivolare sull'asfalto come una biglia sopra un piano inclinato.
Ma il tratto che maggiormente caratterizza il ciclopaladino è il modo deciso con cui prende e pretende spazio sulla strada.
Egli è convinto che la sua pratica ciclistica sia un contributo essenziale per la salvezza del mondo. Pedalare è la sua missione ed essere un ciclista anarchico è il suo modo per espletarla e chi non sa comprende il valore rivoluzionario della sua condotta è soltanto un inguaribile reazionario.
Essendo portatore di verità e virtù indiscutibili si sente autorizzato, dall'alto della propria superiore dirittura morale e della propria sobria purezza, a disprezzare coloro che si ostinano a rinchiudersi all'interno di puzzolenti scatole metalliche a motore, inquinanti e pericolose.
E’ il paladino delle giuste cause che brandisce con orgoglio la bandiera dell’impegno civico e la usa come fosse una lancia contro i suoi nemici motorizzati.

Io ho il dubbio che questo loro atteggiamento di netta contrapposizione generi soltanto incomprensioni e conflitti eppure, malgrado l’estremismo, li sento molto vicini a me.
Potrebbe mancarmi soltanto qualche altro giro di pedivella per sentirmi come loro: un cavaliere senza macchia e senza paura con il sacrosanto diritto di galoppare libero e senza regole nei territori dove gli inscatolati si ingorgano e i pedoni arrancano. Un cavaliere con il cielo clemente sopra la testa, la propria legge morale nel limpido cuore e un sellino sotto il tonico sedere.

Ma a chi la voglio dare a bere ? Per quanto mi possa impegnare a pedalare mi mancherà sempre qualche giro di pedivella per diventare un vero ciclopaladino: a me mancano le necessarie granitiche certezze. Ho troppi dubbi.
E uno di questi dubbi mi fa pensare che forse hanno ragione loro ad essere così incazzati:
per mettere in piedi una rivoluzione cicloculturale sono necessarie le granitiche certezze e le nette contrapposizioni. Forse. Mi devo rassegnare, non sarò mai un rivoluzionario
Bertrand Russell diceva: “il problema dell'umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi”.
L'esimio Bertrand aveva ragione. Ne sono strasicuro.

domenica 22 aprile 2012

Rimini e la ricerca del fiume fantasma parte prima


Prima che le regole diventassero più severe in atletica leggera si veniva eliminati dalla gara dopo due false partenze .
Io di partenze ne ho inanellate ben quattro ma per fortuna non si trattava di una gara e il dio dei ciclisti sbadati è un dio che non si formalizza.
Avevo programmato di percorrere la ciclabile del fiume Marecchia: un corridoio ciclopedonale condiviso dalla Provincia di Rimini e da quella di Pesaro-Urbino che parte da Rivabella e costeggiando l'alveo del fiume raggiunge l’abitato di Villa Verucchio.
Mi alzo ben prima che la sveglia suoni.
La frenesia della partenza mi scaraventa fuori dal letto e decido di godermi l’aria fresca del mattino. Mi lascio il centro cittadino alle spalle e, attraversato il ponte di Tiberio, alla mia sinistra si apre il bel parco “xxv aprile”.
Ipotizzo che i sentieri in terra battuta che lo attraversano rappresentino la parte iniziale della pista. Li imbocco uno dopo l’altro ma dopo alcuni vani tentativi mi rendo conto che si interrompono tutti al limitare del parco.
In effetti la sera prima a cena, parlando della mia voglia di pedalare, mio suocero aveva vagamente accennato al fatto che la pista iniziasse ben più a nord del ponte di Tiberio.
Poco male, in mattinate come questa ogni cosa mi entusiasma, anche il risibile contrattempo di una falsa partenza. Ritorno sulla strada e con il confortante punto di riferimento dell'Adriatico alla mia destra proseguo verso nord.
Poco dopo trovo anche un cartello del Rotary Club locale che segnala la pista: bisogna costeggiare il fiume sul lato destro seguendo la corrente. Questa volta ci siamo mi sono detto.
Imbocco la sterrata che costeggia il fiume esangue.
L’entusiasmo mi spinge veloce tanto da non rendermi conto che la discesa che ho imboccato mi porta dritto dentro l’alveo del fiume in secca.
Fiume che in questo punto ha l’aspetto di un canale lastricato da grossi blocchi di cemento. Lungo un piccolo fossato centrale scorre la poca acqua concessa dalla siccità estiva.
Mi ostino a proseguire lungo il letto del canale nella speranza di trovare una rampa d’uscita.
La bici e le mie povere ossa mal sopportano gli scossoni provocati dalle giunture dei lastroni e il mio entusiasmo comincia a risentirne.
Fortunatamente il dio dei pedalatori incauti fa apparire alla mia sinistra una scaletta in pietra prima che i miei poveri polsi cedano o prima che la camera d’aria esploda (naturalmente non ho portato con me il ricambio).
Risalgo sull’argine con la bici in spalla e decido di tornare verso il centro per chiedere informazioni.
Chiedere informazioni ai passanti può però rivelarsi un’esperienza frustrante: metà delle persone che avvicino è straniera e alle mie domande risponde allargando le braccia in segno di resa, la restante metà è composta da persone che ricordano di aver sentito parlare di un fantomatico percorso ciclabile lungo il Marecchia ma non sanno darmi alcuna indicazione.
Solamente un signore che sfoggia una imbarazzante parrucca viene raggiunto da una illuminazione e mi indirizza all’ufficio turistico della stazione.
Lì il mio entusiasmo subisce il colpo più potente e inizia a vacillare. La vistosa signora dietro il banco informazioni conferma l’esistenza della mitologica marecchiese ma non sa fornirmi informazioni precise, mi allunga un inutile pieghevole di tre paginette e mi squaderna un sorriso romagnolo a 52 denti e un altrettanto romagnolo florido decolleté.
Comincio a pensare che questa pista in realtà sia soltanto una leggenda, anch'essa romagnola.
Torno in centro con la coda tra i pedali. In pratica dopo più di un’ora sono ancora al punto di partenza.
Bruce Chatwin considerava lo smarrirsi una benedizione, perché generava imprevisti e stimolava la spinta a ritrovarsi; ma questa mattina l'unica spinta che sento è un gran giramento di maroni.
Decido di rinnovare il mio entusiasmo concedendomi due tranci di pizza e mentre li divoro butto l’occhio sulla cartina stampata nel retro del non-poi-cosi-inutile pieghevole.
Naturalmente non c’è traccia della ciclabile ma prestando attenzione ai corsi d’acqua mi accorgo che dal Marecchia si dirama un canale scolmatore.
Quindi quello in cui ero entrato e che erroneamente avevo percorso non era il fiume.
Il Marecchia e di conseguenza la ciclabile che dovrebbe fiancheggiarlo piegano bruscamente in direzione nord.
La folta vegetazione di alte canne e la magra del corso d’acqua mi avevano impedito di accorgermi della deviazione.
Mi renderò conto in seguito che, malgrado le indicazioni del cartello del Rotary, la ciclabile in realtà sta sul lato sinistro del fiume.
Per questa volta è andata così ma per lo meno so che direzione dovrò prendere domattina.
-segue-

martedì 17 aprile 2012

Il ciclista sul cavalcavia, il canale scolmatore e il signor demanio


Da bambino, sdraiato sul sedile posteriore dell'auto dei miei genitori, in quel beato stato di stordimento tra la veglia e il sonno, venivo destato a volte dall'incanto dell'apparizione, in cima ad un cavalcavia autostradale, di misteriose figure che guardavano di sotto. Mi chiedevo chi fossero quelle figure immobili stagliate in controluce, cosa ci facessero lì e da dove arrivassero considerato che spesso quei cavalcavia congiungeva il nulla della campagna sterminata. Mi giravo a fissarli fino a che si perdevano nell'orizzonte. Quelle figure immobili spesso sedute su una bicicletta sono uno dei misteri irrisolti della mia infanzia.

Questa volta sono io ad essere in cima ad un cavalcavia dell'autostrada Milano-Torino a guardare giù la lunga fila di automobili incolonnate.
Lo so, non è bello confrontarsi con le miserie altrui , ma confesso che, dall’alto della mia posizione, a cavallo del mio fedele destriero a pedali, mi sento un privilegiato e godo di una immotivata sensazione di trionfo. Mi sento libero. Lo so non è bello ma mi godo la mia soddisfazione, con un sorriso cinico mi stacco dalla vista di quelle lamiere imprigionate e scendo dal cavalcavia verso il Parco dei Fontanili di Rho.
Da lì, stando a quando mi hanno detto, parte un percorso ciclabile di cui non avevo mai sentito parlare: la pista lungo un non meglio identificato “Canale scolmatore”.
Il nome non è allettante, ma non sono certo i nomi a fare gli itinerari.
E' stata Silvia dell'ufficio biciclette di Rho e segnalarmene l'esistenza. Lei insieme ad altri associati a Fiab si sta impegnando nel tentativo di sollecitare una cultura ecologica e ciclabile e di favorire una politica di viabilità sostenibile.
Ho approfittato della loro ospitalità e disponibilità per fare incetta di mappe e di informazioni e mi sono tesserato. Un gesto politico il mio, io che tendo a evitare persino le tessere a punti del supermercato.

Ho ancora stampato sul viso un beffardo sorriso quando varco il “Parco dei fontanili”, un’area verde intercomunale recentemente destinata al ripopolamento arboreo, e incrocio il fantomatico canale.
Non si può dire che il panorama sia suggestivo: percorro uno pista asfaltata circondata da campi incolti e dal profilo ininterrotto di palazzoni di periferia.
Il canale con la sua misera portata d’acqua si inserisce anonimamente nella periferia urbana.
Mi rendo conto con stupore che la pista raggiunge Settimo Milanese forse più rapidamente di quanto permetta la viabilità ordinaria. Si tratta di una inaspettata scorciatoia.
Costeggio la zona industriale e incrocio numerosi attraversamenti stradali, alcuni dei quali parecchio trafficati.
La ciclabile qui è solamente un’esile sentiero che tenta di farsi strada tra l’erba incolta.
Mi viene il dubbio di non avere ben capito le informazioni di Silvia, forse il tragitto ciclabile vero e proprio si limitava ai pochi chilometri iniziali.
Ad ogni attraversamento stradale un cartello avvisa che l'alzaia è di proprietà demaniale e ne vieta l’ingresso.
Decido di fregarmene allegramente, tanto più che un demanio che lascia al degrado proprietà che potrebbero essere meglio sfruttate dalla collettività non merita di venire ascoltato.
Sono curioso di scoprire fino a dove possono arrivare questi sprechi e quanto sia lunga questa occasione mancata.
Non servirebbero grossi lavori per far fruttare questo percorso, basterebbe falciare l’erba e sostituire i cartelli di divieto di transito con quelli che contrassegnano le piste ciclabili, magari con le indicazioni delle distanze.
Nella mente inizio a scrivere una petizione da indirizzare all'egregio signor demanio in cui sottolineo la mia indignazione per il degrado in cui versano le proprietà inutilizzate dello stato.
Se le alzaie delle vie d’acqua abbandonate all'incuria venissero riconvertite in ciclovie sarebbe la loro destinazione più naturale, utile ed economica.
Non faccio in tempo ad indignarmi fino in fondo che, raggiunto Cornaredo, questa possibilità sprecata si tramuta, sul lato destro del canale, in una comoda pista asfaltata che porterà dritta sino alla meta.
Nel contempo il canale si è definitivamente lasciato alle spalle il territorio urbano per immergersi in uno maggiormente agreste.
Mi sposto sul lato sinistro dove un ampio sterrato mi proietta ancor di più nella dimensione bucolica che auspico per queste mie escursioni.
Avrò modo di continuare la mia indignazione in altra occasione, per ora penso a godermi la campagna.

Un cartello segnaletico mi svela il nome completo del canale, nome scarsamente poetico ma in un certo qual modo evocativo. Si bada lombardamente al sodo, a nominare il nocciolo della funzione delle cose: “Canale Scolmatore delle piene di Nord Ovest”.
Ora che pedalo immerso nel verde non ho riferimenti topografici, sono partito senza conoscere ne itinerario, ne direzione, ne destinazione, perché come diceva uno che aveva compiuto viaggi decisamente più avventurosi dei miei: il bello del viaggio è mettersi anche nella condizione di potersi perdere. Perdersi per potersi ritrovare.
Considerato che mi trovo solo qualche decina di chilometri da casa io non corro questo azzardo.
Chiedo informazioni al volo ad un uomo che sta portando a spasso il cane, mi risponde che ci troviamo nel comune di Bareggio. Comincio ad intuire in che direzione mi sta portando il canale.
Quando più avanti rivolgendo la stessa domanda ad un ginnico corridore quello risponderà Albairate senza fermarsi comprenderò che le mie supposizioni erano corrette: lo scolmatore porta dritto verso il Naviglio Grande.
Ma proprio quando avverto che la meta si sta approssimando la maledizione del “tragitto interruptus” si abbatte nuovamente su di me: lavori di ristrutturazione dell'alzaia e dell'alveo mi impediscono il passaggio.
Questa volta non voglio darmi per vinto.
Tento di aggirare il cantiere ma dal lato in cui mi trovo non c’è modo di passare.
Torno indietro fino a raggiungere un ponte e mi sposto sul lato opposto.
Anche qui pare non esista una deviazione in mezzo ai campi. Sto quasi per abbandonarmi allo sconforto quando individuo un sentierino tra due robinie che scende dall’argine e porta verso un gruppo di abitazioni con annesso mulino antico.
Attraverso il piccolo borgo e oltre una curva cieca mi si para davanti lo spettacolo d'acqua del naviglio grande.
La maestosità del corso d’acqua, la forza tranquilla della corrente mi trasmettono un senso di appagamento. Mi sento contento.
Mi siedo all’ombra di un grosso platano e guardo, novello siddharta, il passaggio dei numerosi e variopinti pedalatori che mi scorrono davanti.
Ci sarebbe molto da scrivere sulle eterogenee tipologie umane che compongono il variegato mondo dei ciclanti; gente strana che pare provare piacere nell’affrontare chilometri, sudore e fatica.

Per dovere di cronaca devo segnalare che lo scolmatore passa oltre il naviglio e prosegue ancora per un breve tratto fino a gettarsi nel Ticino.
Me ne sono reso conto quando ormai ero già in pieno appagamento per il presunto traguardo raggiunto e quando ormai il tempo a disposizione era contato oltre che, come suo solito, tiranno.
Quindi  ho pensato che poteva bastare così ed ho eletto come punto di arrivo l'ombra del platano con vista naviglio. Tanto più che rimane da affrontare la strada del ritorno.

sabato 14 aprile 2012

Le ciclomancanze, il pensierino generale e le sceltine locali

Con l'espressione Mobilità sostenibile intendiamo definire un sistema di mobilità urbana che, pur consentendo a ciascuno l'esercizio del proprio diritto alla mobilità, non gravi eccessivamente sul sistema sociale in termini di inquinamento atmosferico ed emissioni di gas serra, inquinamento acustico e congestione dovuta al traffico veicolare. In una città vivibile, umana e conviviale la coesistenza tra i diversi utenti della strada, automobilisti, ciclisti e pedoni è una necessità, mentre ora le strade sono vissute come prerogativa quasi esclusiva delle automobili.
Politica, associazionismo e società civile del nostro territorio devono interrogarsi su quale è il tipo di città in cui vogliamo vivere. Una città avvelenata e sopraffatta dall'invadenza delle automobili o una città che riscopre una dimensione più umana?
Rinnovare la città, ripensarla partendo dal basso è possibile: il singolo cittadino può incidere relativamente a livello nazionale, ma può influire molto in ambito locale, nel territorio di appartenenza mediante le proprie scelte e le proprie azioni.
In Europa il 30% degli spostamenti in auto coprono distanze inferiori a 3 Km, il 50% è inferiore a 5 Km mentre il 90 % è entro i 10 km.
La bicicletta per tragitti sino a 5 km, in ambito urbano da porta a porta, è statisticamente il mezzo più rapido e più efficiente, ciò definisce quale enorme peso l'uso della bicicletta potrebbe avere nel decongestionare le nostre città dal traffico.


Riteniamo che la bicicletta non sia soltanto uno strumento per saltuarie attività ludiche e motorie, ma sia un quotidiano mezzo di trasporto agile e veloce che aiuta a ripensare i rapporti tra i cittadini e la propria città, che facilita le relazioni sociali e che contribuisce ad attenuare gli inconvenienti ed i guasti causati dalla congestione del traffico automobilistico.
La vecchia bicicletta è paradossalmente il mezzo di trasporto del futuro: è ecologica e non inquinante, silenziosa, veloce, leggera (la bicicletta pesa circa 5 volte meno del ciclista, al contrario dell'automobile che pesa venti volte di più del conducente), poco ingombrante (occupa 1/10 dello spazio di un'automobile), si parcheggia facilmente ed è sempre pronta a partire, non congestiona il traffico facendo risparmiare a tutti molto tempo.
L'uso regolare dà un contributo personale alla qualità della vita collettiva, l'uso quotidiano della bicicletta giova alla salute, perché rafforza l'intero organismo, stimola il sistema immunitario e aiuta a diminuire notevolmente la predisposizione alle malattie, produce endorfine che agiscono positivamente sullo stress inducendo il buon umore....(tratto da"Proposta per la promozione di una mobilità sostenibile nel territorio di Lainate"

mercoledì 11 aprile 2012

La fallacità della memoria e i piccoli aggiustamenti della realtà


“Non è tanto importante quello che fai ma quanto il modo in cui lo racconti” mi confidò, al termine di una serata etilica, un amico di cui ometterò il nome e che a furia di raccontare balle ha guadagnato un discreto successo nel proprio campo.
Attenendomi a questa sua frase, indubbiamente evocativa ma sostanzialmente scorretta, io tento di raccontare queste mie minime escursioni nella speranza che possano guadagnarsi la dignità di avventure. Narrare l’epos del quotidiano, la straordinarietà dell’ordinario, l’epopea del gesto semplice, questo mi piacerebbe fare. Non è detto che non scaturiscano storie che valeva la pena raccontare. Questi miei ciclo-racconti sono basati su ricordi di fatti realmente accaduti e nel loro impianto di base sono veritieri. Ma essendo basati sulla materia incoerente dei ricordi corrono il rischio di risultare incompleti e parziali; inconsciamente o consciamente modificati, esagerati o sminuiti dalla mia fallace memoria.
Non si può pretendere che la memoria ripresenti fedelmente “la realtà oggettiva” del passato (non sono  nemmeno sicuro che esista quella del presente).
Quello che la memoria può fare è ripresentare una visione della realtà filtrata dal proprio vissuto, dai propri pregiudizi, dal senno del poi.
I ricordi sono frammenti di una realtà  andata, tasselli di una verità incompleta assemblati come meglio le umane capacità in buona fede possono fare.

Dopo simili presupposti gli scettici di professione, a ragion veduta, potrebbero accusarmi di raccontare balle.
L’accusa non mi tocca, sopratutto perché queste storie sono mie e sono io a raccontarle, e nel raccontarle mi appello al sacrosanto diritto di utilizzare l’arbitrio creativo.
Non aspiro all’imparzialità della cronaca, alla nobile arte di descrivere i fatti nudi e crudi così come sono avvenuti. E’ impresa troppo ardua per le mie scarse capacità riuscire a vagliare tra ciò che è accaduto, tra ciò che avrei voluto accadesse, tra ciò che mi è sembrato di aver visto, tra ciò che ricordo sia accaduto.
Perdonatemi quindi se talvolta mi capita di mescolare fatti, personaggi, accadimenti e impressioni avvenuti in luoghi e tempi diversi. Perdonatemi se addebito gesti e parole di alcuni ad altri.
Perdonatemi se mi sfugge di mano il pennello ed esagero con i colori.
Utilizzando l’arbitrio creativo non faccio altro che colorare e ritoccare un poco i fatti in modo che assomiglino a come avrei voluto si svolgessero.
Lo faccio unicamente per farli aderire maggiormente ad una verità letteraria, una verità più autentica perché più aderente ai desideri.
“Ciò che facciamo e ciò che siamo/ non ci rappresenta altrettanto bene /quanto ciò che vorremmo fare/ e quanto ciò che vorremo essere” così cantò il poeta, e io non posso che essere d'accordo con lui.

mercoledì 4 aprile 2012

Rimini, gli scorci inattesi e il termine della convalescenza


Le città a volte nascondono un carattere diverso da quello che mostrano solitamente.
Sono in grado di esibire prospettive inaspettate, angoli poco frequentati, scorci discreti che con signorile noncuranza concedono la ribalta a fondali maggiormente chiassosi e appariscenti.
Rimini è uno di questi luoghi.
Rimini, prima di avermi rivelato il proprio lato nascosto, evocava alla mia immaginazione apocalittiche visioni di litorali sterminati, tappezzati da miriadi di ombrelloni colorati, di sdraio sudate, di asciugamani insabbiati, di pedalò spiaggiati, di corpi unti da creme abbronzanti.
Il tutto contornato da un lungomare assediato da colonne di auto che si specchiano in una serie ininterrotta di vetrine abbaglianti oltre le quali sonnecchiano quartieri stipati di pensioncine e alberghetti familiari che nella cattiva stagione si rintanano nel loro profondissimo letargo.
Questo era ciò che la parola Rimini evocava alla mia prevenuta immaginazione.
In realtà non è così, o per lo meno non è soltanto così.
I miei suoceri abitano a Rimini, ogni tanto andiamo a fargli visita.
Giorgio, mio suocero, ha comprato da poco una mountain bike nuova. La vecchia bici con i freni a bacchetta che usava in precedenza ha preso il volo davanti al bar Marselli, mentre lui prendeva un caffè al banco.
Ci sarebbe da chiedersi perché abbia comprato una mountain bike con copertoni larghi come cingolati per affrontare il tragitto che da casa lo porta al tabaccaio passando dal bar.
Ci sarebbe inoltre da chiedersi come è possibile che nel centro commerciale dove gliela hanno venduta siano stati capaci di montargli il manubrio al contrario, ma ormai ho imparato a non pormi domande che difficilmente riceveranno la gratificazione di una risposta soddisfacente.

Riassumendo sono a Rimini, ho quattro giorni di vacanza, una bici a disposizione, un clima ottimale, un ginocchio che pare essere in via di miglioramento e un territorio a me sconosciuto da esplorare. Non mi resta che salire in sella e perdermi.
Davanti al laghetto artificiale della ex “Cava Fabbri” mi lascio incantare dal riflesso del sole sulla superficie della acque.
Il sole è basso ma c’è ancora tempo prima che vada a nascondersi oltre le colline di Covignano.
Mi sento euforico, il ginocchio risponde bene, anzi fa ciò che un ginocchio dovrebbe fare: non risponde affatto e per un buon tratto riesco persino a dimenticarmene.
Fiducioso decido di dirigermi verso il mare passando per il centro cittadino.
Rimini è attraversata da una frequentatissima pista ciclo-pedonale cittadina che si snoda lungo una serie di parchi collegati tra di loro: parco Pep, parco Fabbri, parco Alcide Cervi.
E’ un corridoio lungo e stretto, in qualche punto addirittura non più largo di 20 metri.
Questa fascia verde taglia ortogonalmente l’intera città da mare fino alla periferia.
Permette quindi di pedalare o passeggiare in sicurezza da un capo all’altro dell’abitato senza essere costretti a dover fare i conti con il traffico.
Abbandono la pista ciclabile all’altezza dell’arco di Augusto, vestigia romane che varco solennemente come un console imperiale in sella al proprio mezzo in prestito.
Il centro cittadino è pedonale, conserva costruzioni romane, medioevali e rinascimentali. Monumenti che sono testimonianza del peso che questo città ha avuto durante l’arco della storia. Tale era l’influenza sulla costa adriatica di questo porto che Roma imperiale ne era collegata direttamente tramite la via Flaminia.
Mi infilo dentro vicoli angusti ostruiti dai tavoli dei locali all’aperto e girovagando capito all’interno di borgo san Giuliano.
Case basse, tinteggiate a colori pastello, addossate l’una all’altra come a proteggersi, anche dal Garbino, il vento caldo che arriva dal mare e che qua dicono scompigli i sentimenti.
Oltrepasso il ponte di Tiberio, costruito dai romani per scavalcare il fiume Marecchia, mi sporgo oltre il parapetto e il Marecchia mi pare un semplice torrente, eppure mi hanno raccontato che qualche tempo fa è tracimato, provocando ingenti danni nelle valli dell’entroterra.
Mi dirigo verso il lungo mare e vado a sbattere contro il Grand Hotel.
Mi fermo davanti ai suoi cancelli nella speranza di vedere passeggiare lungo i giardini le velate donne dell’harem di qualche grasso sceicco di Felliniana memoria, rimango in ascolto nel caso il vento, che si è alzato improvvisamente, non porti con se le note oniriche di un Amarcord ballato in solitaria.
Ma quei tempi sono inesorabilmente passati e dello splendore di questo luogo resta poco, circondato com’è da pizzerie all’aperto e file ininterrotte di auto in sosta.
Riparto in direzione del porto, supero il faro, costeggio pescherecci all’attracco al fianco dei quali si è accalcata una piccola folla.
Lupi di mare, da poco tornati dalla pesca, scaricano ceste di plastica colme di ghiaccio e pesce.
La piccola folla è composta da acquirenti al dettaglio, un mercato del pesce estemporaneo.
Seguo per un poco i gesti misurati e veloci di questi uomini di mare e infine mi dirigo fino al punto estremo della banchina.
E' il punto d'arrivo più giusto. Più in là di così con questo destriero in prestito non posso spingermi. Scatto un’ultima foto in direzione della spiaggia alle mie spalle e mi dirigo soddisfatto verso casa.
Il ginocchio non si è fatto sentire. Forse posso dirmi guarito.


domenica 1 aprile 2012

In attesa dell’evolversi degli eventi


Eppure in qualche modo ero stato avvisato.
Non in maniera diretta ma a essere più accorti avrei dovuto comunque capire.
Capire e di conseguenza porre rimedio.
Invece niente. Colpa mia e della mia presunzione.
Lo saprò bene io, mi sono detto, quello che è meglio per me.
Risultato: è un mese ormai che il mio ginocchio scricchiola minacciando cedimenti.
Da dieci giorni mi obbligo ad applicarmi cerotti antinfiammatori, sostenuti da geriatriche garze elastiche. Nel frattempo accendo metaforici ceri votivi e prego, sempre metaforicamente, che non si tratti di una qualche magagna più grave.
“Se tra una settimana non ti passa vedremo di farti fare una bella risonanza magnetica per capire di cosa si tratta” ha sentenziato la mia loquace e prosperosa dottoressa.
Ed io rimango qua, abbacchiato, a recriminare sulla mia stupidità, a farmi salire l’ansia oltre i livelli di guardia per il timore che si tratti di qualche accidente al menisco, alla rotula, ai legamenti, a sa Dio quale membrana imprescindibile, che mi impedirà per sempre di godere delle mie sacrosante pedalate o, peggio ancora, di deambulare in piena libertà.

Insomma, mio padre me lo aveva anche detto. Il fatto è che, da che mondo è mondo, i padri ammoniscono e i figli fanno come gli pare.
Secondo lui, spingevo rapporti troppo duri ( per rapporti intendo quelli che intercorrono tra pignoni e moltipliche. Sono accrocchi questi di cui mi intendo ben poco; del resto il lato tecnico e tecnologico della bicicletta e, a ben guardare, anche di tanti altri campi dello scibile umano fatica ad installarsi nella regione del mio cervello che sovrintende le capacità di apprendimento).
Avevo pure letto da qualche parte che, a meno di essere sportivi più che allenati, era sconsigliabile l’utilizzo continuo di rapporti pesanti durante la corsa pena l’insorgenza di fastidiosissimi problemi alle articolazioni.
Non ho voluto dare ascolto a questi consigli non richiesti, illudendomi che non riguardassero anche me. Ho voluto fidarmi soltanto di quello che suggeriva la mia supponenza.
Il Davide lo ha confermato. Non gli ho parlato direttamente del mio problema, ho soltanto buttato lì qualche punto interrogativo e lui prontamente li ha ribattuti con i suoi esclamativi. Il Davide di mestiere vende bici, per effetto di ciò e dall’alto della sua indiscutibile autorità in materia, diventa uno a cui bisogna prestare ascolto.
Il Davide ha detto: “ considerato che sei solamente un gradino più in alto della pippa è meglio che non spingi rapporti troppo alti, altrimenti rischi di farti male”.
Grazie del consiglio, peccato che il danno è già stato fatto.
Ed io rimango qua a recriminare sulla mia stupidità in attesa dell’evolversi degli eventi.