Il ciclopaladino e il puerile gioco delle etichette



La criticabile abitudine di catalogare gli individui e le loro attività, di inserirli dentro categorie precostituite e riconoscibili è insita nella natura umana.
Tendiamo ad etichettare coloro che riteniamo differenti da noi, anche di poco, quel tanto che basta per meritare una certa dose di diffidenza, se non di ostilità.
E' un esercizio che applichiamo persino su noi stessi, mostrando di noi l'immagine a cui vorremmo corrispondere, tesi verso coloro a cui vorremmo accomunarci.
Lo facciamo per donarci la sicurezza di una appartenenza, lo facciamo per distinguerci da quelli a cui non vorremmo assomigliare.
Mi rendo conto che si tratta di un esercizio poco intelligente e infantile, ma non posso farci niente, malgrado questa consapevolezza non ho la forza di tirarmene fuori.
Rinchiudere le attività umane in categorie riconoscibili rende le cose più semplici, più comprensibili, meno confuse.

Questa premessa solo per introdurre e giustificare il puerile gioco che da qualche tempo mi concedo quando incrocio per strada altri fratelli di pedali: li fotografo mentalmente e li inserisco in una categoria di appartenenza.
E' un gioco, e come tale va preso: con la seria leggerezza dei giochi.
Le categorie da inventare sono innumerevoli: dal classico ciclista della domenica al cicloagonista, dal ciclista per necessità al ciclistafashion, dal ciclosalutista al cicloesploratore.
E io in che categoria potrei collocarmi?
Non lo so di preciso, e questa ammissione già la dice lunga sulla scarsa validità dell'esercizio coatto della catalogazione.
E se fossi un ciclopaladino come, prendendomi in giro, mi ha definito Guerrina?
Ma chi è il ciclopaladino?
E' un anarchico a pedali, un personaggio libero e anticonformista o perlomeno tale desidererebbe apparire. Sono numerosi i particolari che lo distinguono dagli altri pedalatori, ad esempio il caschetto di ordinanza che alternativamente può nascondere una folta capigliatura o una incipiente calvizie oppure le capienti sacche portaoggetti montate sulla ruota posteriore o ancora l'abbigliamento studiatamente informale.
Altre volte lo contraddistingue l'estrema sobrietà del mezzo. Cavalca bici nude, prive di orpelli, essenziali, biciclette a scatto fisso, senza cambi e con il freno a pedale.
Biciclette nate per essere veloci, aerodinamiche e leggere, concepite per non fermarsi, per scivolare sull'asfalto come una biglia sopra un piano inclinato.
Ma il tratto che maggiormente caratterizza il ciclopaladino è il modo deciso con cui prende e pretende spazio sulla strada.
Egli è convinto che la sua pratica ciclistica sia un contributo essenziale per la salvezza del mondo. Pedalare è la sua missione ed essere un ciclista anarchico è il suo modo per espletarla e chi non sa comprende il valore rivoluzionario della sua condotta è soltanto un inguaribile reazionario.
Essendo portatore di verità e virtù indiscutibili si sente autorizzato, dall'alto della propria superiore dirittura morale e della propria sobria purezza, a disprezzare coloro che si ostinano a rinchiudersi all'interno di puzzolenti scatole metalliche a motore, inquinanti e pericolose.
E’ il paladino delle giuste cause che brandisce con orgoglio la bandiera dell’impegno civico e la usa come fosse una lancia contro i suoi nemici motorizzati.

Io ho il dubbio che questo loro atteggiamento di netta contrapposizione generi soltanto incomprensioni e conflitti eppure, malgrado l’estremismo, li sento molto vicini a me.
Potrebbe mancarmi soltanto qualche altro giro di pedivella per sentirmi come loro: un cavaliere senza macchia e senza paura con il sacrosanto diritto di galoppare libero e senza regole nei territori dove gli inscatolati si ingorgano e i pedoni arrancano. Un cavaliere con il cielo clemente sopra la testa, la propria legge morale nel limpido cuore e un sellino sotto il tonico sedere.

Ma a chi la voglio dare a bere ? Per quanto mi possa impegnare a pedalare mi mancherà sempre qualche giro di pedivella per diventare un vero ciclopaladino: a me mancano le necessarie granitiche certezze. Ho troppi dubbi.
E uno di questi dubbi mi fa pensare che forse hanno ragione loro ad essere così incazzati:
per mettere in piedi una rivoluzione cicloculturale sono necessarie le granitiche certezze e le nette contrapposizioni. Forse. Mi devo rassegnare, non sarò mai un rivoluzionario
Bertrand Russell diceva: “il problema dell'umanità è che gli stupidi sono strasicuri, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi”.
L'esimio Bertrand aveva ragione. Ne sono strasicuro.

Commenti

  1. Bello! mentre leggevo il tuo testo, mi è venuto in mente la mia visione dell'uso di una bici in Olanda: le persone, un bambino o una donna vecchia, un operaio o una segretaria, la usano com una semplicità e una familiarità che ci dà invidia - una bici in Olanda è proprio la vita. Ciao

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  2. Da facebook

    santissime paroe

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  3. Vincenzo Fabrizi1 settembre 2012 07:50

    Da Facebook

    Sante. Sante parole.

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  4. Maurizio Prestianni11 novembre 2012 14:54

    Da Facebook:

    Maurizio Prestianni 11 ottobre 19.05.33
    beh' si,pedalare è una forma di politica attiva....si agisce sulla cosa pubblica:strade,sanità,ambiente ecc

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