La fallacità della memoria e i piccoli aggiustamenti della realtà


“Non è tanto importante quello che fai ma quanto il modo in cui lo racconti” mi confidò, al termine di una serata etilica, un amico di cui ometterò il nome e che a furia di raccontare balle ha guadagnato un discreto successo nel proprio campo.
Attenendomi a questa sua frase, indubbiamente evocativa ma sostanzialmente scorretta, io tento di raccontare queste mie minime escursioni nella speranza che possano guadagnarsi la dignità di avventure. Narrare l’epos del quotidiano, la straordinarietà dell’ordinario, l’epopea del gesto semplice, questo mi piacerebbe fare. Non è detto che non scaturiscano storie che valeva la pena raccontare. Questi miei ciclo-racconti sono basati su ricordi di fatti realmente accaduti e nel loro impianto di base sono veritieri. Ma essendo basati sulla materia incoerente dei ricordi corrono il rischio di risultare incompleti e parziali; inconsciamente o consciamente modificati, esagerati o sminuiti dalla mia fallace memoria.
Non si può pretendere che la memoria ripresenti fedelmente “la realtà oggettiva” del passato (non sono  nemmeno sicuro che esista quella del presente).
Quello che la memoria può fare è ripresentare una visione della realtà filtrata dal proprio vissuto, dai propri pregiudizi, dal senno del poi.
I ricordi sono frammenti di una realtà  andata, tasselli di una verità incompleta assemblati come meglio le umane capacità in buona fede possono fare.

Dopo simili presupposti gli scettici di professione, a ragion veduta, potrebbero accusarmi di raccontare balle.
L’accusa non mi tocca, sopratutto perché queste storie sono mie e sono io a raccontarle, e nel raccontarle mi appello al sacrosanto diritto di utilizzare l’arbitrio creativo.
Non aspiro all’imparzialità della cronaca, alla nobile arte di descrivere i fatti nudi e crudi così come sono avvenuti. E’ impresa troppo ardua per le mie scarse capacità riuscire a vagliare tra ciò che è accaduto, tra ciò che avrei voluto accadesse, tra ciò che mi è sembrato di aver visto, tra ciò che ricordo sia accaduto.
Perdonatemi quindi se talvolta mi capita di mescolare fatti, personaggi, accadimenti e impressioni avvenuti in luoghi e tempi diversi. Perdonatemi se addebito gesti e parole di alcuni ad altri.
Perdonatemi se mi sfugge di mano il pennello ed esagero con i colori.
Utilizzando l’arbitrio creativo non faccio altro che colorare e ritoccare un poco i fatti in modo che assomiglino a come avrei voluto si svolgessero.
Lo faccio unicamente per farli aderire maggiormente ad una verità letteraria, una verità più autentica perché più aderente ai desideri.
“Ciò che facciamo e ciò che siamo/ non ci rappresenta altrettanto bene /quanto ciò che vorremmo fare/ e quanto ciò che vorremo essere” così cantò il poeta, e io non posso che essere d'accordo con lui.

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