Rimini, gli scorci inattesi e il termine della convalescenza


Le città a volte nascondono un carattere diverso da quello che mostrano solitamente.
Sono in grado di esibire prospettive inaspettate, angoli poco frequentati, scorci discreti che con signorile noncuranza concedono la ribalta a fondali maggiormente chiassosi e appariscenti.
Rimini è uno di questi luoghi.
Rimini, prima di avermi rivelato il proprio lato nascosto, evocava alla mia immaginazione apocalittiche visioni di litorali sterminati, tappezzati da miriadi di ombrelloni colorati, di sdraio sudate, di asciugamani insabbiati, di pedalò spiaggiati, di corpi unti da creme abbronzanti.
Il tutto contornato da un lungomare assediato da colonne di auto che si specchiano in una serie ininterrotta di vetrine abbaglianti oltre le quali sonnecchiano quartieri stipati di pensioncine e alberghetti familiari che nella cattiva stagione si rintanano nel loro profondissimo letargo.
Questo era ciò che la parola Rimini evocava alla mia prevenuta immaginazione.
In realtà non è così, o per lo meno non è soltanto così.
I miei suoceri abitano a Rimini, ogni tanto andiamo a fargli visita.
Giorgio, mio suocero, ha comprato da poco una mountain bike nuova. La vecchia bici con i freni a bacchetta che usava in precedenza ha preso il volo davanti al bar Marselli, mentre lui prendeva un caffè al banco.
Ci sarebbe da chiedersi perché abbia comprato una mountain bike con copertoni larghi come cingolati per affrontare il tragitto che da casa lo porta al tabaccaio passando dal bar.
Ci sarebbe inoltre da chiedersi come è possibile che nel centro commerciale dove gliela hanno venduta siano stati capaci di montargli il manubrio al contrario, ma ormai ho imparato a non pormi domande che difficilmente riceveranno la gratificazione di una risposta soddisfacente.

Riassumendo sono a Rimini, ho quattro giorni di vacanza, una bici a disposizione, un clima ottimale, un ginocchio che pare essere in via di miglioramento e un territorio a me sconosciuto da esplorare. Non mi resta che salire in sella e perdermi.
Davanti al laghetto artificiale della ex “Cava Fabbri” mi lascio incantare dal riflesso del sole sulla superficie della acque.
Il sole è basso ma c’è ancora tempo prima che vada a nascondersi oltre le colline di Covignano.
Mi sento euforico, il ginocchio risponde bene, anzi fa ciò che un ginocchio dovrebbe fare: non risponde affatto e per un buon tratto riesco persino a dimenticarmene.
Fiducioso decido di dirigermi verso il mare passando per il centro cittadino.
Rimini è attraversata da una frequentatissima pista ciclo-pedonale cittadina che si snoda lungo una serie di parchi collegati tra di loro: parco Pep, parco Fabbri, parco Alcide Cervi.
E’ un corridoio lungo e stretto, in qualche punto addirittura non più largo di 20 metri.
Questa fascia verde taglia ortogonalmente l’intera città da mare fino alla periferia.
Permette quindi di pedalare o passeggiare in sicurezza da un capo all’altro dell’abitato senza essere costretti a dover fare i conti con il traffico.
Abbandono la pista ciclabile all’altezza dell’arco di Augusto, vestigia romane che varco solennemente come un console imperiale in sella al proprio mezzo in prestito.
Il centro cittadino è pedonale, conserva costruzioni romane, medioevali e rinascimentali. Monumenti che sono testimonianza del peso che questo città ha avuto durante l’arco della storia. Tale era l’influenza sulla costa adriatica di questo porto che Roma imperiale ne era collegata direttamente tramite la via Flaminia.
Mi infilo dentro vicoli angusti ostruiti dai tavoli dei locali all’aperto e girovagando capito all’interno di borgo san Giuliano.
Case basse, tinteggiate a colori pastello, addossate l’una all’altra come a proteggersi, anche dal Garbino, il vento caldo che arriva dal mare e che qua dicono scompigli i sentimenti.
Oltrepasso il ponte di Tiberio, costruito dai romani per scavalcare il fiume Marecchia, mi sporgo oltre il parapetto e il Marecchia mi pare un semplice torrente, eppure mi hanno raccontato che qualche tempo fa è tracimato, provocando ingenti danni nelle valli dell’entroterra.
Mi dirigo verso il lungo mare e vado a sbattere contro il Grand Hotel.
Mi fermo davanti ai suoi cancelli nella speranza di vedere passeggiare lungo i giardini le velate donne dell’harem di qualche grasso sceicco di Felliniana memoria, rimango in ascolto nel caso il vento, che si è alzato improvvisamente, non porti con se le note oniriche di un Amarcord ballato in solitaria.
Ma quei tempi sono inesorabilmente passati e dello splendore di questo luogo resta poco, circondato com’è da pizzerie all’aperto e file ininterrotte di auto in sosta.
Riparto in direzione del porto, supero il faro, costeggio pescherecci all’attracco al fianco dei quali si è accalcata una piccola folla.
Lupi di mare, da poco tornati dalla pesca, scaricano ceste di plastica colme di ghiaccio e pesce.
La piccola folla è composta da acquirenti al dettaglio, un mercato del pesce estemporaneo.
Seguo per un poco i gesti misurati e veloci di questi uomini di mare e infine mi dirigo fino al punto estremo della banchina.
E' il punto d'arrivo più giusto. Più in là di così con questo destriero in prestito non posso spingermi. Scatto un’ultima foto in direzione della spiaggia alle mie spalle e mi dirigo soddisfatto verso casa.
Il ginocchio non si è fatto sentire. Forse posso dirmi guarito.


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