lunedì 28 maggio 2012

L'improbabile pudore del grafomane presuntuoso


“Ma lo sai che sono interessanti le cose che scrivi. Che cos'è che ti spinge farlo? Lo fai perché pensi che possano essere utili agli altri? Vorresti farle pubblicare?” mi chiede il buon Carlo, senza riprendere fiato come suo solito, mentre mi restituisce i fogli che gli avevo dato da leggere.
Sono le domande dirette come queste quelle che ti fregano.
Eviterò di sottolineare che l'eccesso di franchezza spesso sconfina nella mancanza di tatto e che chiunque utilizzi termini come “interessante” per esprimere giudizi su un qualsiasi prodotto della presunta intelligenza umana andrebbe ignorato a prescindere. Ma Carlo non merita di essere ignorato, come non lo merita chiunque abbia la freschezza di fare delle domande.
Mi limiterò a constatare che le domande sfrontatamente ingenue come queste mi spiazzano, sopratutto quando mettono in luce l’inconsistenza di ogni tentativo di risposta.
Cosa avrei dovuto rispondere di sincero senza rischiare di fare la figura del velleitario presuntuoso?
Avrei potuto rispondere che i poveri grafomani come il sottoscritto scrivono nella serena convinzione di farlo soltanto per loro stessi, per dare libero sfogo ai nobili pensieri che custodiscono nel loro intimo (non inteso come capo di abbigliamento) e che scalpitano per vedere la luce. Scrivere per far decantare i propri pensieri in modo che, cristallizzandosi su un foglio, appaiano più nitidi. Scrivere per reclamare un ordine, per reclamare un senso a ciò che ci accade, a ciò che ci precipita addosso.
Balle.
Ciò che il nobile gesto dello scrittura reclama è un lettore.
Se questi miei scritti, piuttosto di restare ben custoditi nel cassetto di una scrivania, vengono lasciati a disposizione di ipotetici lettori ciò che vanno a elemosinare altro non è che l’interesse di un pubblico. Un pubblico che possibilmente dimostri approvazione e stima nei confronti dello scrivente.
Vanità, perdonabile debolezza umana.
A parziale giustificazione della mia ingiustificabile vanità potrei addurre la scusa che questi miei resoconti di viaggio in bicicletta vorrebbero raggiungere finalità divulgative e sociali di pubblico interesse. Vorrebbero essere utili alla causa ecologica. Vorrebbero essere testimonianza e condivisione di ciò che io considero valore, vorrebbero chinarsi a raccogliere la bellezza e vorrebbero mostrarla agli altri, vorrebbero scoprire, nell’inferno che ci assedia, ciò che inferno non è, tanto per citare Calvino.
Una tale dimostrazione di altruismo quasi mi commuove. Non so se è vera ma mi piace illudermi che lo sia.
Perdonatemi la malriposta presunzione ma dall'alto del sellino della mia bicicletta, mi piacerebbe riuscire a porre l’accento su alcuni problemi che, a mio modo di vedere, derivano dell’attuale stile di vita del progredito occidente e provare ad imbastire delle soluzioni.
Problemi che qualcuno potrà considerare marginali. 
Ma quel qualcuno probabilmente non è abituato a guardare le cose pedalando.


lunedì 21 maggio 2012

L'argine del fiume Oglio, la libertà e i buoni anfitrioni


Guerrina si alza in piedi sui pedali per afferrare tutto il vento. Ha gli occhi che sorridono.
Si gira verso di me e grida: “Quando vado in bicicletta mi sento libera. E tu?”
Io, che ormai da troppo tempo convivo con il mio disincanto, faccio fatica a farmi coinvolgere dal suo ingenuo lirismo.
Mi limito ad un sorriso di circostanza e penso che la sua sia soltanto una frase abusata e generica.
Al nostro fianco il fiume Oglio, malgrado la siccità estiva, comunica tutta la sua solenne e placida potenza. La campagna si perde in lontananza, addomesticata dal lavoro dell’uomo, regolata nelle geometrie dei campi coltivati, nei rettangoli colorati dei girasoli, nei disciplinati plotoni dei pioppi.
Lascio indugiare per un poco lo sguardo sul panorama circostante, poi lo concentro sul fondoschiena di Guerrina gioiosamente poggiato sul sellino e capisco che il cinismo non mi ha fregato del tutto: la sua sarà anche stata una frase abusata ma ha il pregio di essere vera e di appartenergli appieno.
E comunque la devo smettere di crogiolarmi nella mia spocchia e devo confessare a me stesso che quando pedalo provo anch'io la medesima sensazione. Potrei anche tentare di dipingere una definizione più originale ed evocativa ma alla fine è così che mi sento: libero.

L'entusiasmo di Guerrina ci ha spinto veloci, mi volto indietro a controllare la strada che si snoda in cima all’argine e mi rendo conto che Paola e Daniele, gli anfitrioni di questo nostro fine settimana mantovano,  sono parecchio indietro.
Fino a quando siamo rimasti in gruppo hanno indossato con evidente soddisfazione i panni dei ciceroni, indicando di volta in volta la fugace apparizione di aironi, nutrie e volatili dai nomi sconosciuti.
Ho sempre annuito alle loro indicazioni, per concedergli soddisfazione e per non farmi commiserare a causa della mia miopia, ma non sono mai riuscito a inquadrare nessuno degli animale da loro indicati.

Rallentiamo per ricompattare il gruppo. Decidiamo di abbandonare l’argine per deviare verso Bozzolo alla ricerca del refrigerio di un gelato o di una bibita ghiacciata.
Il corso principale conserva un aspetto dei bei tempi andati, mi guardo intorno attendendo che, da sotto gli antichi portici, appaia qualche Don Camillo o qualche Peppone.
Nella calura estiva la strada è deserta e nessuna folkloristica apparizione si palesa, ad eccezione di una coppia di sbarbati globalizzati con il cavallo dei pantaloni che pascola a livello marciapiede.
Bisogna farsene una ragione, non è più il tempo per Don Camilli e Pepponi.

Non appena allunghiamo le gambe sotto il tavolo di un bar all’aperto si accende una serrata discussione sulla collocazione da dare alle nutrie in un ipotetico disegno dell’universo.
Daniele le descrive come simil-toponi di grosse dimensioni, avvezzi a scavare nel terreno gallerie che possono addirittura mettere in serio pericolo la stabilità degli argini.
Paola le trova adorabili, Daniele le liquida come bestiacce schifose, possibili portatrici di malattie.
Guerrina, sospetto per puro spirito di sorellanza, appoggia la sua amica.
Io, immerso nell’estatica beatitudine di una birra fresca, non mi pronuncio, non conosco bene la bestiaccia, pardon l’animale, in oggetto ma di sicuro mi è passata la curiosità di incontrarla.

Abbandoniamo controvoglia la sonnolenta ombra dei portici e torniamo a scalare l’argine per raggiungere quella che, nelle intenzioni dei nostri amici, dovrà essere la sorpresa finale.
Superato lo stabilimento idrovoro di San Matteo delle chiaviche, un imponete esempio di archeologia industriale di inizio secolo scorso, scendiamo in zona golenale. Cioè, come mi informa Daniele sorvolando signorilmente sulla mia ignoranza, la zona racchiusa tra la sponda del fiume e gli argini di protezione. Per intenderci l’area che finirebbe sott’acqua in caso di esondazione.
Infiliamo una stradina che si snoda all’interno di un territorio che, sebbene visibilmente ammaestrato dall’uomo, conserva una bellezza paesaggistica incantevole, per lo meno per chi come me è soggetto a restare incantato di fronte ad una natura monotonamente rigogliosa e placida.
Questa zona, come del resto l’intero territorio interessato dalla presenza del fiume, fa parte del Parco Oglio Sud, parco che si pone l’obbiettivo di “tutelare il paesaggio, gli ecosistemi, le permanenze storiche del territorio anche attraverso la promozione e lo sviluppo di attività economiche sostenibili”.

Daniele assicura che qui sono frequenti gli incontri con caprioli e altri simili mitologici animali che io, nella mia beata ignoranza zoofila da urbanizzato abitante della metropoli, considero inavvicinabili.
Per questo motivo quando, riincontrato il fiume, Paola si ferma, pianta i piedi a terra e allarga teatralmente il braccio per presentarmi la sorpresa promessa, mi aspetto che voglia mostrami un branco all’abbeverata.
Quello che invece mi mostra è un ponte di barche.
Il ponte di barche di Torre D'Oglio.
Paola sfodera uno sguardo compiaciuto come se lei stessa avesse provveduto alla realizzazione del ponte. Ci tiene a informarci che si tratta di uno degli ultimissimi ponti di barche superstiti in Italia.
Non posso fare a meno di sorridere pensando che la stessa frase l'ho sentita o letta a riguardo di almeno altri cinque o sei ponti del genere, e tutti erano gli ultimi superstiti.
Io stesso ho attraversato pedalando quello di Bereguardo, in provincia di Pavia.
Sfortunatamente il ponte oggi non è transitabile a causa della scarsità d’acqua che ne impedisce il galleggiamento e la stabilità corretta.
Idealmente potremmo tornare indietro, risalire l’argine e pedalare in direzione sud per raggiungere la confluenza del Po’ e seguendolo raggiungere l’adriatico.
Oppure potremmo risalire la corrente e arrivare in provincia di Brescia.
Potremmo, ma per oggi ci accontentiamo. Poggiamo le bici al tronco di un enorme albero e tiriamo quattro calci ad un “mitico” super tele comprato per l’occasione.
Bisogna farsene una ragione: non è più il tempo per Don Camilli e Pepponi e l'aggettivo mitico ormai non si nega più a niente e a nessuno.

lunedì 14 maggio 2012

La ciclabile lungo il naviglio pavese, la stupidità umana e la soddisfazione finale

Mi piace il fruscio che producono i copertoni sull'asfalto nei momenti in cui la strada è silenziosa.
Mi piace il fruscio della catena che srotola i grani del suo rosario.
Mi piace quel suono regolare di lavorio leggero e costante, a lui mi accordo in modo che la fatica non si faccia sentire, entro nella giusta sintonia e le gambe girano da sole, cercano il mantenimento del cerchio perfetto.
L’andatura sostenuta sprigiona endorfine benefiche. La pedalata batte un ritmo costante, ideale per accompagnare pensieri, per accordarli con il respiro. I pensieri più confusi si ordinano da soli, si sgrossano del superfluo, lasciando a vista soltanto l’essenziale. Potrei azzardarmi a dire che sto recitando un mantra, se solo sapessi bene cosa vuole dire.
Sto percorrendo un lungo tratto di rettilineo su pista protetta.
L' asfalto liscio in lontananza dispensa liquidi miraggi sotto un sole impietoso.
A destra scorre il Naviglio Pavese, a sinistra si snoda una campagna addomesticata e geometrica.
Il lungo rettilineo è vuoto, non c'è anima viva, mi sento un felice viaggiatore.

Eppure la giornata non era iniziata nel migliore dei modi
Avevo fissato la partenza della darsena di porta ticinese con l'obbiettivo di costeggiare il naviglio fino alla sua confluenza con il Ticino.
Il quartiere Ticinese con la darsena e il corredo dei suoi locali notturni è una zona di Milano che mi è sempre piaciuta ma affrontarla in bici è stata un'impresa poco piacevole. Una portiera aperta all'improvviso ha rischiato di scaraventarmi a terra, una manovra azzardata di un suv che cercava di scampare da un ingorgo per poco non mi schiantava contro le automobili in sosta.
Lungo l’intero tratto urbano neppure una striscia tracciata con il gesso per delimitare uno straccio di spazio da destinare a bici e pedoni. Probabilmente al comune di Milano importa ben poco delle “politiche di valorizzazione delle storiche vie d’acqua lombarde” da più parti strombazzate e auspicate.
“Via da qua velocemente” mi sono detto, non è questo il mio modo di intendere una pedalata.
Non deve essere una adrenalinica gimkana nel traffico, una sorta di lotta per la sopravvivenza.
Io pedalo per muovermi con tranquillità e per potermi guardare intorno e in queste condizioni non è proprio possibile.

Fortunatamente raggiunta la periferia il traffico si acquieta e cominciano alcuni spezzoni di strada ciclopedonale.
Posso finalmente rilassarmi e cominciare a godermi questo viaggio lungo la storica e tribolata via d'acqua.
Mi fermo sul ponticello davanti alla conca Fallata, scatto la foto di rito e estraggo dallo zainetto la mappa e gli appunti che ho scaricato da internet.
Questa volta non ho voluto partire impreparato, leggo che il Naviglio Pavese è un canale di circa 33 km che collega il capoluogo lombardo a Pavia.
Parte dalla Darsena di porta Ticinese e chiude il sistema dei navigli restituendo al Ticino le acque portate a Milano dal Naviglio Grande.
E’ un'opera immaginata fra il 1400 e il 1500 ma che per lungo tempo rimase un progetto sulla carta.
Venne seriamente preso in mano soltanto dagli spagnoli che ordinarono l'avvio dei lavori nel 1601.
Lavori che si interruppero ben presto, a causa di alterne vicende, all'intersecazione con il Lambro meridionale.
I lavori furono ripresi due secoli dopo per ordine di Napoleone Bonaparte ma l'inaugurazione solenne avvenne soltanto nel 1819 sotto il dominio degli Asburgo.
A differenza del Naviglio Grande e di quello della Martesana che sfruttano la naturale pendenza del suolo per spingersi fino a destinazione, il Pavese necessita di salti di livello per creare la corrente necessaria. In concomitanza di queste cascate artificiali sono presenti delle chiuse chiamate conche che consentivano alle imbarcazioni di superare i dislivelli.
Il naviglio è rimasto in esercizio come canale navigabile fino al 1965, quando il trasporto delle merci tramite chiatte è stato abbandonato.

Ripongo mappa e appunti nello zainetto e riparto con la speranza di godermi un viaggio nella storia lombarda oltre che una bella pedalata.
In prossimità di Assago inizia la ciclabile vera e propria, il fondo dà l’impressione di essere stato steso di recente, ma le condizioni in cui è ridotta la sponda sono fonte di ulteriore vergogna.
Mi fa vergognare l'incomprensibile stupidità di chi scarica in strada qualsiasi rifiuto e mi fanno vergognare le lussureggianti siepi di ambrosia alte un metro e mezzo che sbugiardano tutte le ordinanze pubbliche antiallergiche che ne imporrebbero lo sfalcio. Malcostume privato che si somma a quello pubblico.
Lungo l'alzaia ho modo anche di ammirare il proliferare indiscriminato dei caratteristici orti italici. Orti che sorgono improvvisati ovunque si presenti la possibilità di far fruttare uno spicchio di terreno incolto e, si presume, senza proprietario che ne rivendichi l’utilizzo.
Superato il confine, fisico ma soprattutto simbolico, della tangenziale il corso d'acqua riflette immagini maggiormente agresti.
Entrati in provincia di Pavia parte il lungo rettilineo su asfalto liscio dove posso abbandonarmi al piacere della pedalata. Non penso a niente. Guardo, osservo, ascolto.
E canto. Un tempo mi capitava di cantare a squarciagola, ora ho acquisito una maggiore esperienza e mi limito ad un canto a labbra socchiuse, più discreto. Avere ingoiato un buon numero di moscerini perlomeno mi ha insegnato qualcosa.

Lungo il canale è possibile ammirare veri e propri reperti di archeologia industriale, fabbriche che in passato utilizzavano le acque del naviglio come forza motrice.
Compio una leggera deviazione dal percorso per poter ammirare la Certosa di Pavia, ma giunto dinnanzi al sacro luogo scopro che i cancelli sono chiusi per la pausa pranzo.
Anche i frati hanno i loro diritti, non si può vivere di sola spiritualità.
Mi concedo un panino all'ombra di un platano e mi gratifico con una birretta ghiacciata.
Riparto sotto un sole ancora più impietoso e un leggero stordimento mi fa sorgere il dubbio che l'acqua sarebbe stata una bevanda più appropriata.
Nell’orario calcinato della pennica postprandiale varco trionfalmente le porte di Pavia.
Attraverso quasi completamente una città semideserta per poter raggiungere il Ticino.
Arrivati alla meta, che come d’obbligo non posso che definire agognata, la sorte, notoriamente beffarda, per l'ennesima volta si prende gioco di me: il punto in cui il Naviglio restituisce le proprie acque residue al Ticino mi è precluso a causa del solito cantiere di ristrutturazione.
Decido di non darmi per vinto anche a costo di commettere una piccola effrazione. Penetro attraverso un varco nella recinzione e porto le ruote fino al limite estremo oltre il quale si precipiterebbe nel fiume. Posso dire di essere arrivato.
La metà sarà anche un pretesto, non lo discuto, il viaggio avrà valore in sé stesso indipendentemente dal traguardo, non lo metto in dubbio, ma la soddisfazione di raggiungere la meta finale ogni tanto me la dovrò pur togliere.

martedì 8 maggio 2012

Il ciclista aggressivo e le parole concilianti


Si possono compiere parecchi gesti utili alla causa della bicicletta ma mi pare che il più efficace sia anche quello più semplice: pedalare.
Più persone sono in giro a pedalare e più gli altri utenti della strada si abitueranno, o per lo meno dovranno rassegnarsi, a conviverci.
Ma per riempire le strade di biciclette bisogna innanzitutto sopravvivere e per sopravvivere pedalando nel caotico traffico cittadino una delle prime regole è farsi vedere.
Tanto per fare un esempio: se pedali di sera vestito di scuro e senza luci sei un pirla e hanno tutto il diritto di imprecare contro la tua pirlaggine. Punto e a capo.
Mettiamo le cose in chiaro io non voglio fare il partigiano, per cui non mi pongo a priori dalla parte dei poveri ciclisti contro gli automobilisti prevaricatori.
Non mi interessano le guerra tra categorie che sanno rivendicare solo i propri diritti senza tenere in considerazione quelli degli altri.
Anche a cavallo della bicicletta salgano gli arroganti, gli irrispettosi e i non curanti.
Agendo da ribelli, da selvaggi della strada, irrispettosi delle regole non si rende un gran favore alla causa della mobilità ciclabile,
L'eccesso di aggressività fa passare il ciclista dalla parte del torto, lo rende un pericolo per se e per gli altri con il rischio di farsi considerare un pirata della strada.
Malvisti agli occhi degli altri utenti della strada e del marciapiede.
E in questo caso non riusciremo non solo a far comprendere ma neppure a mostrare il valore del contributo che la bicicletta fornisce alla causa ambientale e alla qualità di vita.
Per pretendere di essere considerati utenti delle strade con pari dignità e diritti bisognerà comportarsi come utenti della strada veri rispettando quanto è possibile il codice della strada ma sopratutto il codice del buon senso.

Farsi notare per farsi rispettare, imporre la propria presenza senza essere aggressivi, esercitare la prudenza e considerare le possibili manovre altrui mantenendo tutti sensi all'erta.
Qualche giorno fa sono andato al lavoro in bicicletta, da quando ho cambiato sede non lo faccio più tanto spesso, prima erano sei km adesso sono quasi trenta.
Prima mattina, gamba decisa, clima ideale, ho affrontato strada e traffico con impeto e probabilmente con eccesso di spavalderia.
Superare le code di auto in fila agli incroci e ai semafori è stata una gioiosa soddisfazione.
Dalle parti di Cusago, in prossimità di una rotonda, ho superato, passando sul lato destro della carreggiata, tutte le auto ferme in coda.
Nel momento in cui mi sono immesso nella rotonda la Fiat  blu che stavo affiancando ha sgommato ed ha curvato a destra senza mettere la freccia.
C'è mancato veramente poco che mi tirasse sotto.
E' inutile lamentarsi che non ha messo la freccia, semplicemente non mi aveva visto e non gli è saltato in mente che una bici potesse affiancarlo sulla destra mentre era fermo in attesa di partire.
Sono stato io a farmi prendere da un eccesso di aggressività.
Non devo per forza superare tutti quelli che sono fermi in coda.
Io sono un ciclante urbano non un corridore, devo assecondare il traffico e galleggiargli sopra non  aggredirlo per superarlo.
Io per primo devo essere più prudente e non fidarmi della guida altrui.
A voler essere completamente sinceri questo parole concilianti riesco a scriverle ora, comodamente seduto davanti al computer, mentre nel momento in cui mi sono ritrovato con le ruote e i piedi piantati tra l'erba lungo il ciglio della strada dalla mia bocca sono uscite ben altre frasi all'indirizzo dell'autista di quella strabenedetta fiat blu.
Non si può essere sempre concilianti.

mercoledì 2 maggio 2012

Rimini e la ricerca del fiume fantasma parte seconda


Il desiderio di rivalsa mi scaraventa giù dal letto di buonora.
Mi vesto al buio cercando di non fare rumore per non svegliare il resto della casa.
Varcato il portone sento che questo volta riuscirò a vendicare lo smacco subito.
Sono carico, niente e nessuno potrà fermarmi.
Mi dirigo verso il parco XXV Aprile e attraverso il ponte ciclopedonale in legno che scavalca il fiume.
Tenere d’occhio il fiume e costeggiarlo non sarà impresa semplice: non c’è un filo d’acqua a testimoniarne l’esistenza, soltanto una pietraia riarsa si fa spazio tra le vegetazione.
Il frinire delle cicale accompagnato da un sole africano impietoso mi stordisce.
La memoria srotola la sua pellicola e mi proietta in un’estate di tanti anni fa.
Mi vedo ragazzino, in Calabria, seduto su una pietra, lungo il greto inaridito di una fiumara: avverto la medesima sensazione di libertà accecante.
Pedalare mi fa questo effetto: permette alla mente di vagare, mette in ordine i pensieri, catalizza tracce di memorie e io a queste memorie mi abbandono volentieri.
Il tracciato si inserisce lungo carraie di servitù a cave di sabbia che sorgono surreali e spettrali al fianco del fiume. Non incontro anima viva se si fa eccezione alla fugace e polverosa apparizione di un motocrossista in armatura a cui non ho il tempo di fare alcun cenno tanto velocemente sparisce trascinandosi dietro la propria personale tempesta di polvere.
La pista per larghi tratti è assolutamente impraticabile, per questo motivo non è pubblicizzata, perché in realtà non esiste più nella sua interezza.
In passato esisteva ma, scoprirò una volta a casa, una tracimazione del Marecchia l’ha danneggiata in più punti e da allora è rimasta in stato di totale abbandono.
Viene da chiedersi come abbia potuto fare così tanti danni la piena di un fiume che ora non è nemmeno un rigagnolo perduto tra le pietraie.
Continuo caparbiamente ad avanzare sebbene in alcuni tratti sia costretto a scendere di sella tanto il fondo è dissestato.
Le colline in lontananza sono un richiamo irresistibile, non posso non rispondere.
Laggiù, in lontanza c'è la valle del Marecchia, c'è una galassia di paesini abbarbicati sulle alture: San Leo, Sant'arcangelo, Verucchio, Montebello, Torriana e ancora più in là San Marino e il Montefeltro. Borghi, rocche, castelli vestigia ancora vive di una terra ricca di storia e cultura.
Incontro due uomini a cavallo, ci salutiamo. Tra gente che non ha fretta e che percorre strade alternative c’è sempre il tempo per scambiarsi un saluto.
Poco dopo alla mia destra avvisto la recinzione di quello che, a una prima occhiata, pare essere uno sfascia carrozze. Guardo meglio e mi rendo conto che i rottami di metallo che vedo sono combinati e saldati tra loro a formare gigantesche sculture.
Varco un cancello e mi fermo al limitare di uno spiazzo sterrato ingombro di camion e roulotte parcheggiati tra cataste di ferraglie.
Futuristici totem metallici assemblati con materiali di recupero si ergono senza ordine apparente.
Un poco rassicurante abbaiare di cani mi fa decidere di girare le ruote in direzione dell’uscita. Mai decisione fu più saggia e puntuale: avverto alle mie spalle l’avvicinarsi affannato di un ringhio e la tensione di zampe in corsa. Una paura atavica e istintiva mi fa scattare con tutta la mia forza sui pedali e schizzo via oltre il cancello.
Sento il cane desistere ma rallento solo parecchie centinaia di metri dopo e lì riprendo a respirare.
“Magari era un chiuhaua” ha detto il Marco quando, una volta  a casa,  gli ho raccontato l'episodio. Magari era un chiuahaua, ma magari no, magari ho fatto più che bene a non perdere tempo a cercare di scoprirlo.
In quegli attimi di panico non lo potevo sapere, ma avevo varcato i confini, per altro solitamente pacifici e accoglienti, di Mutonia. La Mutoid Waste Company è un collettivo di nomadi metropolitani britannici arrivati a Santarcangelo per rappresentare uno spettacolo, e mai più ripartiti. Sulla sponde del fiume hanno fondato la loro comune, Mutonia appunto.
“Niente è finito per sempre” è questa la loro filosofia. Smontano e riassemblano gli scarti del nostro quotidiano tecnologico, fanno tornare a vivere quello che gli altri buttano via, lo trasformano in qualcos’altro, resuscitandolo come opere d’arte.
La curiosità è buona cosa ma la prudenza non è da meno, per cui senza rimpianti mi lascio  alle spalle il campo dei punkettari riassemblatori e proseguo la mia modesta esplorazione.
Canneti, rovi, vampe africane, nessun riposo d’ombra, nessuna presenza umana all’orizzonte. Mi sento vivo.
Un'altra moto con il suo turbine di polvere e frastuono. A ben pensarci questa è proprio una pista da motocross, forse sono io l’intruso non loro.

La fugace apparizione di due motociclisti, il saluto di due uomini a cavallo, oltre che il ringhio minaccioso di cane e la fuga scomposta di alcuni pennuti: erano questi gli unici contatti con esser viventi avuti in sorte negli ultimi 15 km, quando dall’alto di una duna vedo scendermi incontro un ragazzo in bicicletta.
A giudicare del marcato accento romagnolo e del fatto che indossa un paio di pantaloni lunghi bianchi evidentemente poco adatti ai lunghi percorsi, deve trattarsi di un indigeno.
Sotto questa luce perpendicolare la sua presenza ha un che di irreale, felliniano verrebbe da dire se non risultasse troppo scontato visto le terre che sto attraversando.
Oggi deve essere giorno di suggestioni della memoria: per un processo di analogie spontanee, mi torna alla mente l’immagine di un gelataio in camice bianco con tanto di furgoncino bianco piazzato nel bel mezzo di un’esercitazione militare. Un candido gelataio in paziente attesa del termine della battaglia fittizia per poter poi vendere, a noi imberbi militari di leva, i propri gelati.
Chiedo al ragazzo di bianco vestito se la sterrata sia realmente percorribile fino a Villa Verrucchio e quanto manchi per raggiungere la strada asfaltata. Si ferma prudentemente qualche pedalata più in là, “non lo so mica” mi risponde “ma se attraversi la sbarra della cava sei a Poggio Berni e sulla statale”.
La sua risposta rafforza una mia vecchia convinzione: tutto ciò che non si affaccia sulle direttrici di traffico primario è stato ormai dimenticato. Sentieri, strade bianche, carrarecce non portano più da nessuna parte, non hanno più posto nelle conoscenza di noi moderni e benestanti occidentali.
Il monte titano e i suoi possenti bastioni impreziosiscono l’orizzonte alla mia sinistra, le colline su cui si adagia Poggio Berni sono alla mia destra, dritto di fronte a me dovrebbe snodarsi la strada che dovrebbe permettermi di raggiungere la meta prefissata.
Guardo l’orologio.
Mi hanno raccomandato di essere puntuale per il pranzo, per cui a malincuore desisto dal mio intento, scarto a destra, oltrepasso la sbarra della cava e mi immetto nella provinciale che mi riporterà a Rimini e alle meritate, sugose lasagne dei miei suoceri.