La ciclabile lungo il naviglio pavese, la stupidità umana e la soddisfazione finale

Mi piace il fruscio che producono i copertoni sull'asfalto nei momenti in cui la strada è silenziosa.
Mi piace il fruscio della catena che srotola i grani del suo rosario.
Mi piace quel suono regolare di lavorio leggero e costante, a lui mi accordo in modo che la fatica non si faccia sentire, entro nella giusta sintonia e le gambe girano da sole, cercano il mantenimento del cerchio perfetto.
L’andatura sostenuta sprigiona endorfine benefiche. La pedalata batte un ritmo costante, ideale per accompagnare pensieri, per accordarli con il respiro. I pensieri più confusi si ordinano da soli, si sgrossano del superfluo, lasciando a vista soltanto l’essenziale. Potrei azzardarmi a dire che sto recitando un mantra, se solo sapessi bene cosa vuole dire.
Sto percorrendo un lungo tratto di rettilineo su pista protetta.
L' asfalto liscio in lontananza dispensa liquidi miraggi sotto un sole impietoso.
A destra scorre il Naviglio Pavese, a sinistra si snoda una campagna addomesticata e geometrica.
Il lungo rettilineo è vuoto, non c'è anima viva, mi sento un felice viaggiatore.

Eppure la giornata non era iniziata nel migliore dei modi
Avevo fissato la partenza della darsena di porta ticinese con l'obbiettivo di costeggiare il naviglio fino alla sua confluenza con il Ticino.
Il quartiere Ticinese con la darsena e il corredo dei suoi locali notturni è una zona di Milano che mi è sempre piaciuta ma affrontarla in bici è stata un'impresa poco piacevole. Una portiera aperta all'improvviso ha rischiato di scaraventarmi a terra, una manovra azzardata di un suv che cercava di scampare da un ingorgo per poco non mi schiantava contro le automobili in sosta.
Lungo l’intero tratto urbano neppure una striscia tracciata con il gesso per delimitare uno straccio di spazio da destinare a bici e pedoni. Probabilmente al comune di Milano importa ben poco delle “politiche di valorizzazione delle storiche vie d’acqua lombarde” da più parti strombazzate e auspicate.
“Via da qua velocemente” mi sono detto, non è questo il mio modo di intendere una pedalata.
Non deve essere una adrenalinica gimkana nel traffico, una sorta di lotta per la sopravvivenza.
Io pedalo per muovermi con tranquillità e per potermi guardare intorno e in queste condizioni non è proprio possibile.

Fortunatamente raggiunta la periferia il traffico si acquieta e cominciano alcuni spezzoni di strada ciclopedonale.
Posso finalmente rilassarmi e cominciare a godermi questo viaggio lungo la storica e tribolata via d'acqua.
Mi fermo sul ponticello davanti alla conca Fallata, scatto la foto di rito e estraggo dallo zainetto la mappa e gli appunti che ho scaricato da internet.
Questa volta non ho voluto partire impreparato, leggo che il Naviglio Pavese è un canale di circa 33 km che collega il capoluogo lombardo a Pavia.
Parte dalla Darsena di porta Ticinese e chiude il sistema dei navigli restituendo al Ticino le acque portate a Milano dal Naviglio Grande.
E’ un'opera immaginata fra il 1400 e il 1500 ma che per lungo tempo rimase un progetto sulla carta.
Venne seriamente preso in mano soltanto dagli spagnoli che ordinarono l'avvio dei lavori nel 1601.
Lavori che si interruppero ben presto, a causa di alterne vicende, all'intersecazione con il Lambro meridionale.
I lavori furono ripresi due secoli dopo per ordine di Napoleone Bonaparte ma l'inaugurazione solenne avvenne soltanto nel 1819 sotto il dominio degli Asburgo.
A differenza del Naviglio Grande e di quello della Martesana che sfruttano la naturale pendenza del suolo per spingersi fino a destinazione, il Pavese necessita di salti di livello per creare la corrente necessaria. In concomitanza di queste cascate artificiali sono presenti delle chiuse chiamate conche che consentivano alle imbarcazioni di superare i dislivelli.
Il naviglio è rimasto in esercizio come canale navigabile fino al 1965, quando il trasporto delle merci tramite chiatte è stato abbandonato.

Ripongo mappa e appunti nello zainetto e riparto con la speranza di godermi un viaggio nella storia lombarda oltre che una bella pedalata.
In prossimità di Assago inizia la ciclabile vera e propria, il fondo dà l’impressione di essere stato steso di recente, ma le condizioni in cui è ridotta la sponda sono fonte di ulteriore vergogna.
Mi fa vergognare l'incomprensibile stupidità di chi scarica in strada qualsiasi rifiuto e mi fanno vergognare le lussureggianti siepi di ambrosia alte un metro e mezzo che sbugiardano tutte le ordinanze pubbliche antiallergiche che ne imporrebbero lo sfalcio. Malcostume privato che si somma a quello pubblico.
Lungo l'alzaia ho modo anche di ammirare il proliferare indiscriminato dei caratteristici orti italici. Orti che sorgono improvvisati ovunque si presenti la possibilità di far fruttare uno spicchio di terreno incolto e, si presume, senza proprietario che ne rivendichi l’utilizzo.
Superato il confine, fisico ma soprattutto simbolico, della tangenziale il corso d'acqua riflette immagini maggiormente agresti.
Entrati in provincia di Pavia parte il lungo rettilineo su asfalto liscio dove posso abbandonarmi al piacere della pedalata. Non penso a niente. Guardo, osservo, ascolto.
E canto. Un tempo mi capitava di cantare a squarciagola, ora ho acquisito una maggiore esperienza e mi limito ad un canto a labbra socchiuse, più discreto. Avere ingoiato un buon numero di moscerini perlomeno mi ha insegnato qualcosa.

Lungo il canale è possibile ammirare veri e propri reperti di archeologia industriale, fabbriche che in passato utilizzavano le acque del naviglio come forza motrice.
Compio una leggera deviazione dal percorso per poter ammirare la Certosa di Pavia, ma giunto dinnanzi al sacro luogo scopro che i cancelli sono chiusi per la pausa pranzo.
Anche i frati hanno i loro diritti, non si può vivere di sola spiritualità.
Mi concedo un panino all'ombra di un platano e mi gratifico con una birretta ghiacciata.
Riparto sotto un sole ancora più impietoso e un leggero stordimento mi fa sorgere il dubbio che l'acqua sarebbe stata una bevanda più appropriata.
Nell’orario calcinato della pennica postprandiale varco trionfalmente le porte di Pavia.
Attraverso quasi completamente una città semideserta per poter raggiungere il Ticino.
Arrivati alla meta, che come d’obbligo non posso che definire agognata, la sorte, notoriamente beffarda, per l'ennesima volta si prende gioco di me: il punto in cui il Naviglio restituisce le proprie acque residue al Ticino mi è precluso a causa del solito cantiere di ristrutturazione.
Decido di non darmi per vinto anche a costo di commettere una piccola effrazione. Penetro attraverso un varco nella recinzione e porto le ruote fino al limite estremo oltre il quale si precipiterebbe nel fiume. Posso dire di essere arrivato.
La metà sarà anche un pretesto, non lo discuto, il viaggio avrà valore in sé stesso indipendentemente dal traguardo, non lo metto in dubbio, ma la soddisfazione di raggiungere la meta finale ogni tanto me la dovrò pur togliere.

Commenti

  1. Bello, anche io non appena riesco a prendere la bici mi sento un "felice viaggiatore".

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  2. Da Facebook:

    io so cos'è recitare un mantra e, credimi, pedalare lo è

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  3. Verena Frascinelli31 agosto 2012 08:31

    Da Facebook 27 maggio 21.36.15

    bellissimo..!!!!!!!:-)

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