L'argine del fiume Oglio, la libertà e i buoni anfitrioni


Guerrina si alza in piedi sui pedali per afferrare tutto il vento. Ha gli occhi che sorridono.
Si gira verso di me e grida: “Quando vado in bicicletta mi sento libera. E tu?”
Io, che ormai da troppo tempo convivo con il mio disincanto, faccio fatica a farmi coinvolgere dal suo ingenuo lirismo.
Mi limito ad un sorriso di circostanza e penso che la sua sia soltanto una frase abusata e generica.
Al nostro fianco il fiume Oglio, malgrado la siccità estiva, comunica tutta la sua solenne e placida potenza. La campagna si perde in lontananza, addomesticata dal lavoro dell’uomo, regolata nelle geometrie dei campi coltivati, nei rettangoli colorati dei girasoli, nei disciplinati plotoni dei pioppi.
Lascio indugiare per un poco lo sguardo sul panorama circostante, poi lo concentro sul fondoschiena di Guerrina gioiosamente poggiato sul sellino e capisco che il cinismo non mi ha fregato del tutto: la sua sarà anche stata una frase abusata ma ha il pregio di essere vera e di appartenergli appieno.
E comunque la devo smettere di crogiolarmi nella mia spocchia e devo confessare a me stesso che quando pedalo provo anch'io la medesima sensazione. Potrei anche tentare di dipingere una definizione più originale ed evocativa ma alla fine è così che mi sento: libero.

L'entusiasmo di Guerrina ci ha spinto veloci, mi volto indietro a controllare la strada che si snoda in cima all’argine e mi rendo conto che Paola e Daniele, gli anfitrioni di questo nostro fine settimana mantovano,  sono parecchio indietro.
Fino a quando siamo rimasti in gruppo hanno indossato con evidente soddisfazione i panni dei ciceroni, indicando di volta in volta la fugace apparizione di aironi, nutrie e volatili dai nomi sconosciuti.
Ho sempre annuito alle loro indicazioni, per concedergli soddisfazione e per non farmi commiserare a causa della mia miopia, ma non sono mai riuscito a inquadrare nessuno degli animale da loro indicati.

Rallentiamo per ricompattare il gruppo. Decidiamo di abbandonare l’argine per deviare verso Bozzolo alla ricerca del refrigerio di un gelato o di una bibita ghiacciata.
Il corso principale conserva un aspetto dei bei tempi andati, mi guardo intorno attendendo che, da sotto gli antichi portici, appaia qualche Don Camillo o qualche Peppone.
Nella calura estiva la strada è deserta e nessuna folkloristica apparizione si palesa, ad eccezione di una coppia di sbarbati globalizzati con il cavallo dei pantaloni che pascola a livello marciapiede.
Bisogna farsene una ragione, non è più il tempo per Don Camilli e Pepponi.

Non appena allunghiamo le gambe sotto il tavolo di un bar all’aperto si accende una serrata discussione sulla collocazione da dare alle nutrie in un ipotetico disegno dell’universo.
Daniele le descrive come simil-toponi di grosse dimensioni, avvezzi a scavare nel terreno gallerie che possono addirittura mettere in serio pericolo la stabilità degli argini.
Paola le trova adorabili, Daniele le liquida come bestiacce schifose, possibili portatrici di malattie.
Guerrina, sospetto per puro spirito di sorellanza, appoggia la sua amica.
Io, immerso nell’estatica beatitudine di una birra fresca, non mi pronuncio, non conosco bene la bestiaccia, pardon l’animale, in oggetto ma di sicuro mi è passata la curiosità di incontrarla.

Abbandoniamo controvoglia la sonnolenta ombra dei portici e torniamo a scalare l’argine per raggiungere quella che, nelle intenzioni dei nostri amici, dovrà essere la sorpresa finale.
Superato lo stabilimento idrovoro di San Matteo delle chiaviche, un imponete esempio di archeologia industriale di inizio secolo scorso, scendiamo in zona golenale. Cioè, come mi informa Daniele sorvolando signorilmente sulla mia ignoranza, la zona racchiusa tra la sponda del fiume e gli argini di protezione. Per intenderci l’area che finirebbe sott’acqua in caso di esondazione.
Infiliamo una stradina che si snoda all’interno di un territorio che, sebbene visibilmente ammaestrato dall’uomo, conserva una bellezza paesaggistica incantevole, per lo meno per chi come me è soggetto a restare incantato di fronte ad una natura monotonamente rigogliosa e placida.
Questa zona, come del resto l’intero territorio interessato dalla presenza del fiume, fa parte del Parco Oglio Sud, parco che si pone l’obbiettivo di “tutelare il paesaggio, gli ecosistemi, le permanenze storiche del territorio anche attraverso la promozione e lo sviluppo di attività economiche sostenibili”.

Daniele assicura che qui sono frequenti gli incontri con caprioli e altri simili mitologici animali che io, nella mia beata ignoranza zoofila da urbanizzato abitante della metropoli, considero inavvicinabili.
Per questo motivo quando, riincontrato il fiume, Paola si ferma, pianta i piedi a terra e allarga teatralmente il braccio per presentarmi la sorpresa promessa, mi aspetto che voglia mostrami un branco all’abbeverata.
Quello che invece mi mostra è un ponte di barche.
Il ponte di barche di Torre D'Oglio.
Paola sfodera uno sguardo compiaciuto come se lei stessa avesse provveduto alla realizzazione del ponte. Ci tiene a informarci che si tratta di uno degli ultimissimi ponti di barche superstiti in Italia.
Non posso fare a meno di sorridere pensando che la stessa frase l'ho sentita o letta a riguardo di almeno altri cinque o sei ponti del genere, e tutti erano gli ultimi superstiti.
Io stesso ho attraversato pedalando quello di Bereguardo, in provincia di Pavia.
Sfortunatamente il ponte oggi non è transitabile a causa della scarsità d’acqua che ne impedisce il galleggiamento e la stabilità corretta.
Idealmente potremmo tornare indietro, risalire l’argine e pedalare in direzione sud per raggiungere la confluenza del Po’ e seguendolo raggiungere l’adriatico.
Oppure potremmo risalire la corrente e arrivare in provincia di Brescia.
Potremmo, ma per oggi ci accontentiamo. Poggiamo le bici al tronco di un enorme albero e tiriamo quattro calci ad un “mitico” super tele comprato per l’occasione.
Bisogna farsene una ragione: non è più il tempo per Don Camilli e Pepponi e l'aggettivo mitico ormai non si nega più a niente e a nessuno.

Commenti

  1. Stefano Antonelli31 agosto 2012 08:16

    Da Facebook 26 maggio 23.15.19

    Proprio in questi giorni sto fantasticando su una gita in bici per i fanti sull'Oglio e penso che qualche spunto da questo bel racconto lo prenderò, buone pedalate.

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