Rimini e la ricerca del fiume fantasma parte seconda


Il desiderio di rivalsa mi scaraventa giù dal letto di buonora.
Mi vesto al buio cercando di non fare rumore per non svegliare il resto della casa.
Varcato il portone sento che questo volta riuscirò a vendicare lo smacco subito.
Sono carico, niente e nessuno potrà fermarmi.
Mi dirigo verso il parco XXV Aprile e attraverso il ponte ciclopedonale in legno che scavalca il fiume.
Tenere d’occhio il fiume e costeggiarlo non sarà impresa semplice: non c’è un filo d’acqua a testimoniarne l’esistenza, soltanto una pietraia riarsa si fa spazio tra le vegetazione.
Il frinire delle cicale accompagnato da un sole africano impietoso mi stordisce.
La memoria srotola la sua pellicola e mi proietta in un’estate di tanti anni fa.
Mi vedo ragazzino, in Calabria, seduto su una pietra, lungo il greto inaridito di una fiumara: avverto la medesima sensazione di libertà accecante.
Pedalare mi fa questo effetto: permette alla mente di vagare, mette in ordine i pensieri, catalizza tracce di memorie e io a queste memorie mi abbandono volentieri.
Il tracciato si inserisce lungo carraie di servitù a cave di sabbia che sorgono surreali e spettrali al fianco del fiume. Non incontro anima viva se si fa eccezione alla fugace e polverosa apparizione di un motocrossista in armatura a cui non ho il tempo di fare alcun cenno tanto velocemente sparisce trascinandosi dietro la propria personale tempesta di polvere.
La pista per larghi tratti è assolutamente impraticabile, per questo motivo non è pubblicizzata, perché in realtà non esiste più nella sua interezza.
In passato esisteva ma, scoprirò una volta a casa, una tracimazione del Marecchia l’ha danneggiata in più punti e da allora è rimasta in stato di totale abbandono.
Viene da chiedersi come abbia potuto fare così tanti danni la piena di un fiume che ora non è nemmeno un rigagnolo perduto tra le pietraie.
Continuo caparbiamente ad avanzare sebbene in alcuni tratti sia costretto a scendere di sella tanto il fondo è dissestato.
Le colline in lontananza sono un richiamo irresistibile, non posso non rispondere.
Laggiù, in lontanza c'è la valle del Marecchia, c'è una galassia di paesini abbarbicati sulle alture: San Leo, Sant'arcangelo, Verucchio, Montebello, Torriana e ancora più in là San Marino e il Montefeltro. Borghi, rocche, castelli vestigia ancora vive di una terra ricca di storia e cultura.
Incontro due uomini a cavallo, ci salutiamo. Tra gente che non ha fretta e che percorre strade alternative c’è sempre il tempo per scambiarsi un saluto.
Poco dopo alla mia destra avvisto la recinzione di quello che, a una prima occhiata, pare essere uno sfascia carrozze. Guardo meglio e mi rendo conto che i rottami di metallo che vedo sono combinati e saldati tra loro a formare gigantesche sculture.
Varco un cancello e mi fermo al limitare di uno spiazzo sterrato ingombro di camion e roulotte parcheggiati tra cataste di ferraglie.
Futuristici totem metallici assemblati con materiali di recupero si ergono senza ordine apparente.
Un poco rassicurante abbaiare di cani mi fa decidere di girare le ruote in direzione dell’uscita. Mai decisione fu più saggia e puntuale: avverto alle mie spalle l’avvicinarsi affannato di un ringhio e la tensione di zampe in corsa. Una paura atavica e istintiva mi fa scattare con tutta la mia forza sui pedali e schizzo via oltre il cancello.
Sento il cane desistere ma rallento solo parecchie centinaia di metri dopo e lì riprendo a respirare.
“Magari era un chiuhaua” ha detto il Marco quando, una volta  a casa,  gli ho raccontato l'episodio. Magari era un chiuahaua, ma magari no, magari ho fatto più che bene a non perdere tempo a cercare di scoprirlo.
In quegli attimi di panico non lo potevo sapere, ma avevo varcato i confini, per altro solitamente pacifici e accoglienti, di Mutonia. La Mutoid Waste Company è un collettivo di nomadi metropolitani britannici arrivati a Santarcangelo per rappresentare uno spettacolo, e mai più ripartiti. Sulla sponde del fiume hanno fondato la loro comune, Mutonia appunto.
“Niente è finito per sempre” è questa la loro filosofia. Smontano e riassemblano gli scarti del nostro quotidiano tecnologico, fanno tornare a vivere quello che gli altri buttano via, lo trasformano in qualcos’altro, resuscitandolo come opere d’arte.
La curiosità è buona cosa ma la prudenza non è da meno, per cui senza rimpianti mi lascio  alle spalle il campo dei punkettari riassemblatori e proseguo la mia modesta esplorazione.
Canneti, rovi, vampe africane, nessun riposo d’ombra, nessuna presenza umana all’orizzonte. Mi sento vivo.
Un'altra moto con il suo turbine di polvere e frastuono. A ben pensarci questa è proprio una pista da motocross, forse sono io l’intruso non loro.

La fugace apparizione di due motociclisti, il saluto di due uomini a cavallo, oltre che il ringhio minaccioso di cane e la fuga scomposta di alcuni pennuti: erano questi gli unici contatti con esser viventi avuti in sorte negli ultimi 15 km, quando dall’alto di una duna vedo scendermi incontro un ragazzo in bicicletta.
A giudicare del marcato accento romagnolo e del fatto che indossa un paio di pantaloni lunghi bianchi evidentemente poco adatti ai lunghi percorsi, deve trattarsi di un indigeno.
Sotto questa luce perpendicolare la sua presenza ha un che di irreale, felliniano verrebbe da dire se non risultasse troppo scontato visto le terre che sto attraversando.
Oggi deve essere giorno di suggestioni della memoria: per un processo di analogie spontanee, mi torna alla mente l’immagine di un gelataio in camice bianco con tanto di furgoncino bianco piazzato nel bel mezzo di un’esercitazione militare. Un candido gelataio in paziente attesa del termine della battaglia fittizia per poter poi vendere, a noi imberbi militari di leva, i propri gelati.
Chiedo al ragazzo di bianco vestito se la sterrata sia realmente percorribile fino a Villa Verrucchio e quanto manchi per raggiungere la strada asfaltata. Si ferma prudentemente qualche pedalata più in là, “non lo so mica” mi risponde “ma se attraversi la sbarra della cava sei a Poggio Berni e sulla statale”.
La sua risposta rafforza una mia vecchia convinzione: tutto ciò che non si affaccia sulle direttrici di traffico primario è stato ormai dimenticato. Sentieri, strade bianche, carrarecce non portano più da nessuna parte, non hanno più posto nelle conoscenza di noi moderni e benestanti occidentali.
Il monte titano e i suoi possenti bastioni impreziosiscono l’orizzonte alla mia sinistra, le colline su cui si adagia Poggio Berni sono alla mia destra, dritto di fronte a me dovrebbe snodarsi la strada che dovrebbe permettermi di raggiungere la meta prefissata.
Guardo l’orologio.
Mi hanno raccomandato di essere puntuale per il pranzo, per cui a malincuore desisto dal mio intento, scarto a destra, oltrepasso la sbarra della cava e mi immetto nella provinciale che mi riporterà a Rimini e alle meritate, sugose lasagne dei miei suoceri.

Commenti

Post più popolari