giovedì 21 giugno 2012

La strada del ciclopendolare



"Anche questa mattina mezzora di coda per fare sei chilometri da casa al lavoro " mi lamento mentre mi accascio sulla sedia della mia scrivania.
"A lamentarti sei capace, ma tu cosa fai per migliorare la situazione?" mi risponde Andrea senza neppure alzare gli occhi dallo schermo del computer.
Andrea è un mio collega ed è un tipo diretto e poco diplomatico; peculiarità che sovente me lo rendono indigesto. Non è tipo che si perde in grandi discorsi, ma spesso non sono necessari grandi discorsi per comprendere verità semplici. E' stata sufficiente la sua risposta secca e indigesta per sbattermi in faccia le mie contraddizioni e per partorire una presa di coscienza, tanto banale quanto inequivocabilmente vera: se voglio che le cose cambino devo essere io stesso, in prima persona, a compiere i piccoli gesti necessari al cambiamento...continua su http://iquadernidelciclante.blogspot.it/2012/02/una-dichiarazione-di-intenti.html
Ora il luogo di lavoro è cambiato e i Km non sono più 6 ma sono i 25.
Ma una volta inforcata la bicicletta non rimane che pedalare.

lunedì 11 giugno 2012

La Valganna, l'adrenalina e l'apparizione della Madonna (parte seconda)


…........Quando si allontana soddisfatto, caracollando sotto il peso della sua scorta di bottiglie piene di acqua miracolosa, mi stacco dal muretto al quale ero rimasto poggiato fino a quel momento e scendo i tre gradini che mi separano dalla vasca della fontana.
Ma non trovo il rubinetto, c’è solo una polla d’acqua che sgorga dalle pietre rosse.
Non ricordo di aver mai bevuto prima direttamente da una sorgente. C’è sempre stato un rubinetto, un tubo, un accrocchio, insomma un intermediario tra me, uomo del ventesimo secolo e la fonte.
Mi accorgo che il palo al quale ho poggiato il mio fedele destriero a pedali sorregge un cartello dal quale apprendo di trovarmi chino alla fonte di San Gemolo, la fonte dei sassi rossi. La leggenda vuole che a renderli di quel colore sia stato il sangue del santo ucciso in quel luogo da dei briganti.
Un santo importante qui in zona: poco più in là trovo una cappella eretta a ricordo del suo martirio
e raggiunto l’abitato di Ganna, visito l’insediamento monastico della badia eretta a suo nome.
I chiostri dei conventi non smettono mai di incantarmi. Immagino ci sia il raggiungimento di una qualche perfezione in quella loro geometria chiusa.
Fatto sta che rimango seduto in pace con me ad abbracciarmi le gambe con la schiena poggiata a una colonna per un tempo enormemente maggiore rispetto a quello dedicato all'osservatorio in riva al laghetto. Con buona pace degli ornitologi.
Mi stacco con riluttanza dalla quieta penombra del chiostro e riprendo la strada.
La pista si inserisce per un breve tratto nella viabilità ordinaria del paese per poi immergersi nella vegetazione che costeggia il lago di Ghirla.
Potrei continuare lungo la ciclabile della Valganna, passare dal parco dell'Argentera, con il suoi reperti di antichi mulini e magli idraulici, e percorre quello che un tempo era il sedime recuperato della ferrovia che portava a Ponte Tresa.
Invece decido, sciaguratamente, di abbandonare il fondo valle e affrontare la salita.
Salire per raggiungere il vecchio Villaggio del Touring sopra il paesino di Boarezzo che in epoche lontane fungeva da colonia estiva per il giovani balilla.
E se le gambe reggono salire ancora e raggiungere le trincee della linea Cadorna.

Purtroppo devo farmene una ragione, il ciclista contemplativo che è in me è poco avvezzo a sforzi eccessivi. E poi ci sono giornate in cui le gambe non spingono a dovere. E in quelle giornate bisognerebbe avere l'umiltà di tornare indietro.
Io non so se sono umile a sufficienza, di certo talvolta sono cocciuto più di un mulo.
L’esperienza di quella ascesa si è rivelata mistica e ha inciso una profonda ferita nella mia presunzione.

Arrivati a questo punto del racconto decido di abbandonare la narrazione al tempo presente per rifugiarmi in quella al tempo passato. Lo faccio in primo luogo per distaccarmi da quei momenti, per esorcizzarli, per tenerli lontani.
Ma principalmente lo faccio per rimarcare il fatto che si tratta di tempi andati. Tempi in cui ero uno sprovveduto neofita della bici. Ora le mie capacità di resistenza sono notevolmente aumentate, ci tengo a dirlo perché un minimo di amor proprio bisogna mostrarlo.
L'autoironia sarà anche una virtù, ma va ben dosata, altrimenti si corre il rischio di venire fraintesi e di sminuire se stessi e le cose che si fanno. E io non sono bravo con le dosi.
Ma torniamo al proseguo del racconto prima di perdere il filo dietro a queste digressioni autoanalitiche da quattro soldi.
Evocare quei tremendi momenti sarebbe compito arduo persino per penne ben più attrezzate della mia. Lo scoramento, l’orgoglio che vacilla, la solitudine dell’uomo di fronte alla propria infinitezza, la naturale ribellione del corpo dinanzi a sforzi autoimposti per motivi francamente risibili, sono impressioni che resteranno scolpite imperituramente nella mia memoria.
Quando, svoltato l’ennesimo tornante mi è apparsa la madonna le eventualità che mi si prospettavano erano due: o si trattava di una visione, e in quel caso era meglio poggiare i piedi a terra, mettere da parte l’orgoglio che mi stava trascinando alla rovina trainandomi per lingua e arrendersi oppure ce l’avevo fatta, avevo per lo meno raggiunto il primo virtuale traguardo, avevo raggiunto la cappelletta votiva posta all’entrata di Boarezzo.
Ora sul ripiano in pietra della cappelletta che custodisce l'immagine della Madonnina di Boarezzo, proprio al fianco dei ceri votivi, c'è la mia borraccia.
L'ho lasciata lì come una sorta di ex voto provvisorio.
Provvisorio perché tornerò a riprenderla.
E lo farò afferrandola al volo, senza fermarmi, in piedi sui pedali, salutando con un composto cenno virile quella bella ragazza dipinta.

martedì 5 giugno 2012

La Valganna, l'adrenalina e l'apparizione della Madonna (parte prima)


Il cartello indica “miniera Valsassera”, ma a parte quello non vedo altra traccia di qualcosa che possa anche vagamente somigliare ad una miniera.
Intorno a me soltanto frassini e ontani, la sterrata che sto percorrendo e un sottobosco selvatico.
In lontananza arriva ad ondate il rombo della provinciale che taglia a metà la stretta valle.
Poggio la bici al tronco di un albero enorme e mi inoltro nella vegetazione.
Vorrei trovare l'ingresso di qualche gallerie ma incrocio soltanto i ruderi di un edificio, probabile pertinenze del complesso minerario.
Dai buchi di quelle che un tempo erano le finestre spuntano dei rami.
Mi fanno impressione  quei buchi . Sembrano le orbite vuote di un teschio abbandonato tra l'erba.
La natura indifferente si sta riappropriando, una foglia per volta, di quei resti abbandonati dall'uomo.
Risalgo in sella e mi scrollo dalle spalle una leggera delusione e un certo numero di ragnatele..
Sto pedalando lungo una sterrata che fa parte, come recita il depliant turistico della provincia di Varese che mi sono portato appresso, di un “percorso ciclabile e pedonale che percorre la Valganna e la Valmarchirolo, dal confine di Induno fino a Laveno Ponte Tresa. Il primo tratto coincide con il "Sentiero del Giubileo”, un itinerario naturalistico nato per celebrare il Giubileo del 2000 e che si propone di ripristinare e valorizzare un'antica strada medievale utilizzata dai pellegrini provenienti dalla svizzera e diretti a Roma”.
Attraversando questa selva oscura anch'io mi sento un pellegrino in cammino, diretto verso la grande indulgenza. Un peregrinus: uno straniero, uno sconosciuto e dunque un diverso, che viene da lontano e va altrove, "Per Agros", percorrendo i territori sconosciuti e pericolosi fuori dalle mura della città.
Il rombo violento di una moto che aggredisce la statale mi risveglia dalle mie fantasie rendendo evidente la pochezza del mio presunto pellegrinaggio.
Del resto, a parte il tratto che coincide con la ciclabile, il resto del sentiero giubilante è invaso dall'erba alta; a testimonianza del fatto che di giubilanti desiderosi di mettersi in viaggio per riscattare la propria anima ne sono rimasti ben pochi
Costeggio per un tratto il torrente Margorabbia emissario del piccolo lago di Ganna.
Sulle sponde del laghetto sono stati posizionati osservatori mimetici dai quali osservare le varie specie di uccelli che  vi fanno sosta.
Infilo la testa in una delle feritoie di osservazione e aspetto. Solo acqua e canne.
Evidentemente il bird watching è una attività per persone con una vista e una pazienza molto superiori alla mia.
Abbandono senza rimpianti la mia posizione di osservazione ornitologa e mi lancio, con un inconsueto eccesso di imprudenza, sullo sterrato tortuoso.
Talvolta il mio ciclismo platonico deve essere rinvigorito da una sana dose di adrenalina.
Di solito non dura molto: la mia scarsa resistenza alla fatica riconduce in poco tempo la mia foga atletica a livelli più consoni.

Ho la lingua a terra e i polmoni che chiedono pietà quando, dietro un basso muretto di pietra un metro sotto il livello del sentiero, noto un uomo chino ad una fontana. Sta riempiendo d'acqua alcune bottiglie.
Mi rendo conto di avere sete, decido di fermarmi per bere e riempire la borraccia. Appoggio la bicicletta ad un palo, riprendo fiato e saluto l'uomo là in basso.
Lui alza la testa e mi sorride. Bastano due parole di saluto per capire che ha una gran voglia di chiacchierare.
Dalla sua scomoda posizione, è in ginocchio sul bordo della vasca, mi informa che l’acqua di questa fonte è pesante e antinfiammatoria ed è un miracoloso toccasana contro i suoi problemi di prostrata.

Mi domando quale sia la molla che spinge certe persone ad annullare ogni pudore e a confidare a perfetti sconosciuti le proprie faccende intime.
Quando si allontana soddisfatto, caracollando sotto il peso della sua scorta di bottiglie piene di acqua miracolosa, mi stacco dal muretto al quale ero rimasto poggiato fino a quel momento e scendo i tre gradini che mi separano dalla vasca della fontana.
Ma non trovo il rubinetto, c’è solo una polla d’acqua che sgorga dalle pietre rosse.
Non ricordo di aver mai bevuto prima direttamente da una sorgente. C’è sempre stato un rubinetto, un tubo, un accrocchio, insomma un intermediario tra me, uomo del ventesimo secolo e la fonte.........continua

Viale Rembrandt