La Valganna, l'adrenalina e l'apparizione della Madonna (parte seconda)


…........Quando si allontana soddisfatto, caracollando sotto il peso della sua scorta di bottiglie piene di acqua miracolosa, mi stacco dal muretto al quale ero rimasto poggiato fino a quel momento e scendo i tre gradini che mi separano dalla vasca della fontana.
Ma non trovo il rubinetto, c’è solo una polla d’acqua che sgorga dalle pietre rosse.
Non ricordo di aver mai bevuto prima direttamente da una sorgente. C’è sempre stato un rubinetto, un tubo, un accrocchio, insomma un intermediario tra me, uomo del ventesimo secolo e la fonte.
Mi accorgo che il palo al quale ho poggiato il mio fedele destriero a pedali sorregge un cartello dal quale apprendo di trovarmi chino alla fonte di San Gemolo, la fonte dei sassi rossi. La leggenda vuole che a renderli di quel colore sia stato il sangue del santo ucciso in quel luogo da dei briganti.
Un santo importante qui in zona: poco più in là trovo una cappella eretta a ricordo del suo martirio
e raggiunto l’abitato di Ganna, visito l’insediamento monastico della badia eretta a suo nome.
I chiostri dei conventi non smettono mai di incantarmi. Immagino ci sia il raggiungimento di una qualche perfezione in quella loro geometria chiusa.
Fatto sta che rimango seduto in pace con me ad abbracciarmi le gambe con la schiena poggiata a una colonna per un tempo enormemente maggiore rispetto a quello dedicato all'osservatorio in riva al laghetto. Con buona pace degli ornitologi.
Mi stacco con riluttanza dalla quieta penombra del chiostro e riprendo la strada.
La pista si inserisce per un breve tratto nella viabilità ordinaria del paese per poi immergersi nella vegetazione che costeggia il lago di Ghirla.
Potrei continuare lungo la ciclabile della Valganna, passare dal parco dell'Argentera, con il suoi reperti di antichi mulini e magli idraulici, e percorre quello che un tempo era il sedime recuperato della ferrovia che portava a Ponte Tresa.
Invece decido, sciaguratamente, di abbandonare il fondo valle e affrontare la salita.
Salire per raggiungere il vecchio Villaggio del Touring sopra il paesino di Boarezzo che in epoche lontane fungeva da colonia estiva per il giovani balilla.
E se le gambe reggono salire ancora e raggiungere le trincee della linea Cadorna.

Purtroppo devo farmene una ragione, il ciclista contemplativo che è in me è poco avvezzo a sforzi eccessivi. E poi ci sono giornate in cui le gambe non spingono a dovere. E in quelle giornate bisognerebbe avere l'umiltà di tornare indietro.
Io non so se sono umile a sufficienza, di certo talvolta sono cocciuto più di un mulo.
L’esperienza di quella ascesa si è rivelata mistica e ha inciso una profonda ferita nella mia presunzione.

Arrivati a questo punto del racconto decido di abbandonare la narrazione al tempo presente per rifugiarmi in quella al tempo passato. Lo faccio in primo luogo per distaccarmi da quei momenti, per esorcizzarli, per tenerli lontani.
Ma principalmente lo faccio per rimarcare il fatto che si tratta di tempi andati. Tempi in cui ero uno sprovveduto neofita della bici. Ora le mie capacità di resistenza sono notevolmente aumentate, ci tengo a dirlo perché un minimo di amor proprio bisogna mostrarlo.
L'autoironia sarà anche una virtù, ma va ben dosata, altrimenti si corre il rischio di venire fraintesi e di sminuire se stessi e le cose che si fanno. E io non sono bravo con le dosi.
Ma torniamo al proseguo del racconto prima di perdere il filo dietro a queste digressioni autoanalitiche da quattro soldi.
Evocare quei tremendi momenti sarebbe compito arduo persino per penne ben più attrezzate della mia. Lo scoramento, l’orgoglio che vacilla, la solitudine dell’uomo di fronte alla propria infinitezza, la naturale ribellione del corpo dinanzi a sforzi autoimposti per motivi francamente risibili, sono impressioni che resteranno scolpite imperituramente nella mia memoria.
Quando, svoltato l’ennesimo tornante mi è apparsa la madonna le eventualità che mi si prospettavano erano due: o si trattava di una visione, e in quel caso era meglio poggiare i piedi a terra, mettere da parte l’orgoglio che mi stava trascinando alla rovina trainandomi per lingua e arrendersi oppure ce l’avevo fatta, avevo per lo meno raggiunto il primo virtuale traguardo, avevo raggiunto la cappelletta votiva posta all’entrata di Boarezzo.
Ora sul ripiano in pietra della cappelletta che custodisce l'immagine della Madonnina di Boarezzo, proprio al fianco dei ceri votivi, c'è la mia borraccia.
L'ho lasciata lì come una sorta di ex voto provvisorio.
Provvisorio perché tornerò a riprenderla.
E lo farò afferrandola al volo, senza fermarmi, in piedi sui pedali, salutando con un composto cenno virile quella bella ragazza dipinta.

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