venerdì 31 agosto 2012

Video: Canale Villoresi in bicicletta, parte terza da Lainate a Monza



.....Il “Vilures”, come lo chiamano dalle mie parti, è il canale irriguo più esteso d'Italia, preleva le proprie acque dal fiume Ticino per scaricarle nell’Adda dopo un percorso di 86 km da ovest verso est lungo l’alta pianura a nord di Milano.
I lavori di realizzazione cominciarono nel 1877 e vennero completati nel 1890 concretizzando l'idea dell'ingegnere Eugenio Villoresi di irrigare le terre a nord di Milano, terre che, per la loro natura permeabile, erano poco adatte alla coltivazione e soggette a periodiche siccità.
“Non mi darò pace” aveva sentenziato il visionario ingegnere ”sino a che non avrò eliminato il paradosso di una cospicua parte della Lombardia, la regione più ricca di acque, afflitta dal flagello delle arsure deleterie”.
La rete di distribuzione si addentra nei territori da irrigare in maniera capillare grazie ad un centinaio di bocche di derivazione, dal canale principale si dipartono 19 canali diramatori per un attuale sviluppo complessivo di 250 km.

Allo stato attuale, oltre alla sua valenza irrigua che anno dopo diminuisce con la diminuzione dei terreni  coltivati, il canale con le sue alzaie, le sue pertinenze e i residui terreni verdi che lo fiancheggiano ha assunto un valore fondamentale nella difesa dell’ambiente naturale nelle zone fortemente urbanizzate che attraversa.
Rappresenta una sorta di corridoio verde, una fascia ecologica in grado di collegare tra loro i parchi esistenti nella zona settentrionale della provincia di Milano: il parco del Ticino, quello del Roccolo, il parco delle Groane, quello del Grugnotorto, del Molgora e infine il parco dell’Adda.
Rappresenta l'asse portante della futura dorsale verde: una rete ecologica di territorio protetto che intende raggruppare tutti i parchi della parte settentrionale della provincia di Milano con l’obbiettivo di porre un freno alla continua dissipazione del territorio
All'interno di questo progetto ha un valore strategico fondamentale la realizzazione lungo il corso d'acqua di un percorso ciclabile ininterrotto denominato Ciclovia n°40 che rappresenterà la spina dorsale dell'intera cintura di verde.
La Ciclovia n°40 fa parte di un progetto denominato MiBici avviato dalla provincia di Milano per promuovere e sviluppare una mobilità ciclabile intercomunale.
Un piano che nel corso dei prossimi anni si propone di realizzare piste ciclabili sicure e connesse tra loro all'interno di una rete efficiente, completa e continua.
L'obbiettivo e quello di  creare le condizioni affinché la bicicletta non venga considerata soltanto un mezzo utile per il tempo libero, ma diventi uno strumento effettivo di spostamento quotidiano.
Allo stato attuale il percorso dalle sponde del fiume Ticino fino a Monza è quasi completamente ciclopedonale, ad eccezione di alcuni attraversamenti di strade a viabilità ordinaria a cui bisogna prestare particolare e alle interruzioni ad Arconate, Parabiago e Senago.

Io e il mio fido destriero metallico di solito ci immettiamo sull’alzaia all’altezza di una grossa vasca di derivazione, il "Vascun" appunto, in località “Il Cucù”.
Ai tempi in cui ero ragazzo l'acqua qui era talmente inquinata e ricoperta di schiume dai mille colori cangianti che era impensabile anche soltanto immergerci un piede pena la corrosione del medesimo......segue su http://iquadernidelciclante.blogspot.it/2012/02/canale-villoresi-da-garbagnate-milanese.html

lunedì 27 agosto 2012

Il professore disincantato e l'assessore pragmatico


Alessandro una volta mi disse che andare in bicicletta era l'attività giusta per me: “ E' uno dei pochi sport che si praticano da seduti. Uno sport per sedentari, perfetto per i pigri come te”.
Io sorrisi, perché in fondo la battuta non era male, e pensai: “Ma che vuoi che ne capisca di questa fatica di terra e fango e catrame e sudore, lui che è un uomo di mare e di vento”.
Pensai pure che, prima o poi, gli avrei fatto cambiare opinione a riguardo della bicicletta. E così è successo
Un cambiamento di opinione sufficiente non tanto a fargli trascurare le sue amate vele e le sue tavole, che rimangono ancora le sue prime passioni, ma perlomeno a fargli apprezzare i piaceri di una pedalata in compagnia.
Pochi giorni fa mi telefona e, con un tono di voce che è come una doppia sottolineatura a matita sotto una frase importante, mi dice: “ Ci vediamo domenica mattina al solito posto. Mi raccomando vedi di non arrivare in ritardo come tuo solito”.
Vorrei controbattere che questa accusa di mancanza di puntualità è priva di qualsiasi fondamento ma non me ne lascia il tempo e prosegue con lo stesso tono: “Non mi far fare brutte figure. Viene a pedalare con noi una persona che ho conosciuto da poco e a cui  tengo molto. E' un professore universitario che si occupa di ambiente. Vedrai ti piacerà di sicuro, avete molte interessi in comune a parte l'incolmabile divario culturale." E' questo il bello degli amici, hanno sempre buone parole da regalare. "Quindi te lo ripeto: mi raccomando, non ci fare aspettare”.

L'appuntamento è per le otto e mezza di fronte ai cancelli del parco di Villa Litta Toselli
Preso dall'ansia di quella accorata doppia sottolineatura calcolo male i tempi ed arrivo con una ventina di minuti di anticipo .
Inganno l'attesa osservando i movimenti di una famigliola di anatre che risale senza sforzi apparenti la corrente del canale Villoresi.
Alle 8,48, quando il mio interesse per l'etologia si è già ampiamente esaurito, arriva Alessandro in compagnia del suo nuovo amico. Mi limito ad indicare il polso sinistro sul quale dovrebbe stare l'orologio. Lui mi regala un sorriso a trentasei denti e l'accenno di un'amichevole alzata di spalle.
Su una cosa ha ragione: il professore mi piace sin da subito, mi colpiscono la candida barba ben curata e la stretta di mano decisa e priva di fretta.
Quella barba da saggio erudito abbinata alla professione e alla mia innata tendenza alla subalternità nei confronti della figura dell'intellettuale mi mettono una certa soggezione.
Malgrado l'aspetto da maturo intellettuale il professore si dimostra di gamba svelta e manterrà senza problemi l'andatura che Alessandro ha deciso di imporre.
Durante la pedalata lungo gli sterrati del parco delle Groane parliamo dei vantaggi dell'uso quotidiano della bicicletta, di mobilità sostenibile e delle politiche che, a nostro parere, le  amministrazioni dovrebbero adottare a riguardo. Devo dire che, malgrado la mia soggezione e l'affanno causato dall'andatura sostenuta, sono soprattutto io a parlare. Mi infervoro, non mi pare vero di poter riversare tutta la mia logorrea ciclabile su di un interlocutore tanto qualificato. Il professore mi ascolta con interesse e Alessandro con rassegnazione. Sono rimasto lusingato dall'interesse che il professore mi ha dimostra, ma a posteriori mi viene da pensare che avesse sentito troppe volte gli stessi argomenti e che attendesse con pazienza di fornirmi una lezione di disincanto.
Infatti sulla via del ritorno, con studiata noncuranza, butta lì la frase di apertura della sua lezione: “A proposito delle politiche ecologiche che le amministrazioni dovrebbero adottare ho un gustoso aneddoto che mi piacerebbe raccontarvi”

Il professore pedalerà con buona gamba e racconterà con una dovizia di particolari e una capacita affabulatoria che non sono in grado di rendere appieno. Snocciolerà nomi, luoghi e dettagli che eviterò appositamente di indicare; innanzitutto perché preferisco focalizzare l'attenzione più sull'atteggiamento generale che sull'episodio in particolare e secondo perché sono un pavido che preferisce evitare grane. Ho il timore che il secondo sia il vero motivo ma il primo mi piace di più perché mi giustifica nobilmente.

L'aneddoto è questo: "Alcuni anni fa, durante un volo nazionale, mi trovo fianco a fianco con l’assessore alla mobilità di una grande città del nord. Ci eravamo già conosciuti precedentemente per cui non fatichiamo a intavolare una cordiale conversazione. Dopo qualche gustosa malignità all'indirizzo di alcuni suoi compagni di giunta l'assessore mi parla con soddisfazione della recente introduzione della figura dell’ausiliario del traffico. “Figura che potrà validamente coadiuvare il vigile urbano” parla scandendo le parole come se stesse tenendo un comizio e le accompagna con solenni gesti della mano  “nel difficile ma indispensabile compito di controllo e repressione delle violazioni al codice della strada”. Ad un tratto stacca la schiena dalla poltrona e recita l'illuminazione di un'idea improvvisa. Una recita mal riuscita direi, perché secondo me l'idea l'aveva già in testa da tempo. Comunque, recitando male, mi butta lì la sua richiesta: "Secondo il suo parere è possibile elaborare uno studio che determini quale sia il numero ottimale delle persone da assumere per questo prezioso compito?". Io gli rispondo che è difficile calcolarlo a priori e che la pratica migliore può essere quella più semplice: procedere ad assumere gli ausiliari poco per volta, fino al raggiungimento della migliore fluidificità del traffico e alla completa dissuasione alle infrazioni da parte degli automobilisti. A quel punto l’assessore si adagia sullo schienale e si apre ad un sorriso candido, come quello di un nonno che rivela al nipotino ingenuo un'ovvietà della vita. “Forse non sono riuscito a spiegarmi bene” dice con un candore che mi sconcerta “ gli introiti delle multe sono una voce attiva importantissima per il bilancio comunale. Il nostro obbiettivo non è dissuadere dal compiere le infrazione, perché a quel punto verrebbe a mancarci un solido introito per le nostre casse. Quello che vorremmo trovare è il punto giusto per rimanere appena sotto quella soglia. Trovare la maggiore resa possibile nel rapporto tra gli introiti derivanti dalle contravvenzioni e i costi delle nuove assunzioni. Certo non vogliamo perdere di vista l'obiettivo di impedire che la viabilità si trasformi in un far west selvaggio ma non assumeremo gli ausiliari per debellare le infrazioni ma lo faremo per sanzionarne il più possibile.” Di fronte a quella spudorata affermazione sono rimasto basito e non sono riuscito a rispondere come avrei dovuto. Per il resto del volo mi sono trincerato dietro il paravento di un giornale e all'arrivo ci siamo salutati con cordialità”.

Dopo il racconto del professore andiamo per un po' in fila indiana senza scambiare altre parole.
Ognuno chiuso nel proprio pensiero ad elaborare qualche ragionamento che non trova soluzioni.
Non so cosa pensino gli altri ma io sono amareggiato.
Questa lezione di disincanto a proposito del pragmatismo miope della nostra classe politica non mi coglie impreparato ma mi fa, una volta di più, sorridere amaro.
Di strada da fare c'è ne ancora tanta ma se vogliamo arrivare, importa poco se con un sorriso amaro o di fiducia, l'unica cosa che ci resta è pedalare. Malgrado gli assessori pregmatici.

lunedì 20 agosto 2012

L'istintiva saggezza del corpo e il ciclante contemplativo


Il corpo ragiona meglio della mente.
Come frase d'apertura sarebbe perfetta se non prestasse il fianco alle classiche battute dei classici amici permeati dal classico umorismo da bar: “Se stai parlando della tua di mente allora è verissimo, perché sono tante le cose che ragionano meglio di lei”.
Con la signorilità che mi contraddistingue ignorerò bellamente le ipotetiche battutacce degli amici, eviterò di polemizzare sulla loro infantile mancanza di serietà e coraggiosamente confermerò la frase di apertura.
Con una leggera e compromissoria variazione. Sono il re dei compromessi io.
Il corpo, a volte, ragiona meglio della mente.
O per lo meno conosce istintivamente cosa è meglio per lui, senza lasciarsi condizionare da sovrastrutture, desideri indotti o ragionamenti contorti, e in caso di necessità invia segnali che la mente deve avere soltanto l'umiltà di decifrare.
Dico questo perché qualche giorno fa ho fatto una bella pensata. Io e la mia mente perennemente insoddisfatta.
Ho pensato di apportare qualche leggera modifica all'assetto della mia bicicletta.
Due aggiustamenti di poco conto.
Primo aggiustamento: alzare un tantino la sella per permettere una maggiore estensione della gamba con conseguente aumento della spinta dinamica.
Secondo aggiustamento: sostituire il mozzo del manubrio con un uno più lungo in modo da raggiungere una posizione maggiormente aerodinamica durante la pedalata.

Simili decisioni avrebbero dovuto sin da subito suonarmi come campanelli dall'allarme. Stavano a significare che il mio “platonico ciclismo contemplativo” cominciava a cedere ai virili richiami della performance agonistica.
Maggior aerodinamicità vuole dire testa bassa e occhi puntati sul tachimetro, in gara con se stesso e con gli altri.
Vuole dire abbandonare la posizione eretta del ciclante curioso per rannicchiarsi nella testosteronica posizione del cicloagonista che guarda soltanto dritto davanti a sé.

Fortunatamente il corpo, a volte, ragiona meglio della mente.
E, bontà sua, mi è venuto in soccorso.
Per l’esattezza è stato il ginocchio a suggerirmi che non sono strutturalmente portato per la perfomance agonistica.
Ha iniziato a dolermi dopo pochi chilometri di pedalata aggressiva.
Questa volta non sono stato cocciuto come mio solito ed ho accolto il suggerimento. Perché ne ho riconosciuto l'istintiva saggezza.
Ho abbassato la sella e la mia foga e sono tornato alla posizione che più mi è consona. La posizione del ciclante contemplativo che, con la dovuta calma, a testa alta e petto in fuori osserva tutto ciò che lo circonda.
Con buona pace del tachimetro che sbadiglia.

domenica 12 agosto 2012

La maremma, il cammello a pedali e la mitologia meteorologica


Mai come quest’anno i meteorologi hanno dato tanta prova della loro fervida immaginazione.
Hanno creato una singolare mitologia meteorologica per poter battezzare in modo adeguato i vari anticicloni tropicali che si sono succeduti nell’arco di questa torrida estate.
Caronte, Lucifero, Minosse, nomi evocativi e inquietanti che, per quanto posso immaginare, nelle intenzioni dei fantasiosi uomini del meteo dovevano servire da avvertimento.
Manca all’appello Fetonte con il suo carro solare fuori controllo, persino loro devono averlo considerato eccessivo.
Eppure malgrado questi mitologici avvertimenti mi sono ugualmente ritrovato, in bicicletta, sotto un sole impietoso ad affrontare una sterrata polverosa e riarsa all'interno del parco regionale della Maremma. Circondato da ulivi accecati dalla luce, assordato dallo strepitio delle cicale e alla ricerca di un luogo chiamato Cala di Forno.
Anche questo è un nome che è tutto un programma.
Alla ricerca di Cala da Forno scortato da Caronte.
Soltanto il sommo Dante avrebbe potuto architettare una simile pena.
E io me la sono autoinflitta. Ha ragione mia moglie quando dice che sono poco furbo.

Spiegare come mai, al posto di raggiungere la Cala, mi sia ritrovato tra le bancarelle del mercato settimanale di Grosseto non è cosa facile.
Penso abbia a che fare con l’abitudine, tipica del ciclante, di lasciarsi trasportare dalle suggestioni e dalle conseguenze di decisioni sbagliate prese davanti ad un bivio privo di indicazioni.
Per onore di cronaca devo dire che Cala di Forno è all'interno di una zona protetta,  non avrei comunque potuto raggiungerla se non partecipando alle escursioni organizzate dall’Ente Parco.
Altra fatto difficile da spiegare è come sia finito, lungo la strada del ritorno, a camminare, trascinando la bici a mano, lungo la massicciata della ferrovia.
Potrei giustificarmi dicendo che cercavo una scorciatoia e non l’ho trovata.
Cercavo una scorciatoia perché l’area del Parco è un’area chiusa, a piedi e in bicicletta non si esce.
A nord c’è il fiume Ombrone, a ovest il mare e a est la ferrovia e la via Aurelia che in questo tratto è una superstrada impossibile da attraversare e da percorrere con la bicicletta.
La zona interna del parco è un paradiso per le biciclette ma lungo il perimetro esterno la viabilità è stata progettata esclusivamente in funzione delle auto.

Forse a questo punto è necessario fare un poco d’ordine e dare una parvenza di sequenza cronologica coerente a questo racconto.
Potrei ricominciare dalla scena in cui io e Idalgo, il proprietario dell'agriturismo che ci ha ospitato durante queste vacanze, condividiamo l’ombra di una pergola di gelsomini.
Io gli parlo dei confini del Parco, invalicabili per le biciclette, e Idalgo si fa pensieroso, con la solennità che soltanto un contadino maremmano settantenne con un nome tanto altisonante può possedere.
Dopo un lunga pausa esclama: “ Ma sai che ciai ragione. Maremma Maiale” giuro ha detto maremma maiala “ Però un varco nascosto esiste. Un varco per scavalcare Aurelia e ferrovia e portarti sulle colline usando la bicicletta”.
Un varco sterrato che passa sotto un solenne filare di pini marittimi e che porta alla strada per le colline. Per i borghi medioevali di Manciano, Montemerano e Pitigliano, per Saturnia e le sue terme, luogo Dantesco anche questo con le sue vasche naturali fumanti di acqua sulfurea.
Il giorno successivo a quella chiacchierata rivelatrice parto, come avevo progettato, alla ricerca della Cala di Forno, accompagnato dalle cicale e dal fiato soffocante di Minosse ma dopo qualche chilometro il richiamo di quel varco nascosto mi attrae a se e non voglio resistergli.
Passo sotto L’Aurelia e la ferrovia, infilo la sterrata contornata da un lungo filare di pini marittimi e finalmente raggiungo le colline. Mi accontento di salire fino a Montiano. Divoro due fenomenali panini con la porchetta seduto su una panchina con  vista panoramica su colline che paiono dipinte da un Mondrian etrusco, appagato e meno rigoroso.
Con lo stomaco esultante e soddisfatto giro la bici e mi abbandono completamente alla discesa tanto che non mi accorgo di aver oltrepassato il bivio del ritorno e mi ritrovo sulla strada per Grosseto.

Ecco spiegato come mi sono ritrovato a comperare una maglietta bianca ad una bancarella del mercato piuttosto che sdraiato sulla candida sabbia di Cala di Forno.
La mia cocciutaggine mal riposta spiega invece come mi sia ritrovato ad arrancare sui binari della ferrovia alla ricerca di una scorciatoia, di un altro varco che evidentemente non esiste.
Prima di essere definitivamente disidratato da Minosse raggiungo la stazione dismessa di Rispescia e scavalcando la recinzione rientro in strada nel territorio del parco.

Faccio scorta d'acqua neanche fossi un cammello a pedali e decido di raggiumgere la spiaggia per chiudere in bellezza la giornata da ciclante.
Costeggio per un tratto il fiume Ombrone. Negli spazi che si aprono tra la vegetazione riflette una  luce abbagliante sebbene l’acqua sia torbida e limacciosa.
Metto le ruote sulla ciclabile che porta a Marina di Alberese. Otto chilometri di pista in sede protetta che si snodano attraverso una prateria che regala lo spettacolo inconsueto di un orizzonte che si perde in lontananza.
Una Pampa brulla popolata da vacche Chianine al pascolo e da mandrie di cavalli bradi sorvegliati ancora dagli eredi di quei Butteri che, così narra la leggenda, sfidarono e batterono in abilità i cowboy di Buffalo Bill.
Prima di poggiare la bici sulla sabbia devo attraversare una pineta incontaminata solcata da una serie di canali scolmatori che ai tempi della bonifica, in periodo fascista, servirono per stappare queste terre alle paludi malariche.
Sarebbe bello superare la macchia mediterranea e raggiungere una delle numerosi torri di avvistamento costruite, in tempi più difficili dei nostri, sui rilievi lungo la costa per sorvegliare l'arrivo di navi saracene.
Ma non tutto è raggiungile in bicicletta. Per cui mi accontento, mi siedo sulla sabbia e guardo il mare. In lontananza il profilo dell’Argentario e dell'isola del Giglio.
Si alza un refolo di vento e me la rido.
Alla faccia di Caronte e degli allarmistici uomini del meteo.