La maremma, il cammello a pedali e la mitologia meteorologica


Mai come quest’anno i meteorologi hanno dato tanta prova della loro fervida immaginazione.
Hanno creato una singolare mitologia meteorologica per poter battezzare in modo adeguato i vari anticicloni tropicali che si sono succeduti nell’arco di questa torrida estate.
Caronte, Lucifero, Minosse, nomi evocativi e inquietanti che, per quanto posso immaginare, nelle intenzioni dei fantasiosi uomini del meteo dovevano servire da avvertimento.
Manca all’appello Fetonte con il suo carro solare fuori controllo, persino loro devono averlo considerato eccessivo.
Eppure malgrado questi mitologici avvertimenti mi sono ugualmente ritrovato, in bicicletta, sotto un sole impietoso ad affrontare una sterrata polverosa e riarsa all'interno del parco regionale della Maremma. Circondato da ulivi accecati dalla luce, assordato dallo strepitio delle cicale e alla ricerca di un luogo chiamato Cala di Forno.
Anche questo è un nome che è tutto un programma.
Alla ricerca di Cala da Forno scortato da Caronte.
Soltanto il sommo Dante avrebbe potuto architettare una simile pena.
E io me la sono autoinflitta. Ha ragione mia moglie quando dice che sono poco furbo.

Spiegare come mai, al posto di raggiungere la Cala, mi sia ritrovato tra le bancarelle del mercato settimanale di Grosseto non è cosa facile.
Penso abbia a che fare con l’abitudine, tipica del ciclante, di lasciarsi trasportare dalle suggestioni e dalle conseguenze di decisioni sbagliate prese davanti ad un bivio privo di indicazioni.
Per onore di cronaca devo dire che Cala di Forno è all'interno di una zona protetta,  non avrei comunque potuto raggiungerla se non partecipando alle escursioni organizzate dall’Ente Parco.
Altra fatto difficile da spiegare è come sia finito, lungo la strada del ritorno, a camminare, trascinando la bici a mano, lungo la massicciata della ferrovia.
Potrei giustificarmi dicendo che cercavo una scorciatoia e non l’ho trovata.
Cercavo una scorciatoia perché l’area del Parco è un’area chiusa, a piedi e in bicicletta non si esce.
A nord c’è il fiume Ombrone, a ovest il mare e a est la ferrovia e la via Aurelia che in questo tratto è una superstrada impossibile da attraversare e da percorrere con la bicicletta.
La zona interna del parco è un paradiso per le biciclette ma lungo il perimetro esterno la viabilità è stata progettata esclusivamente in funzione delle auto.

Forse a questo punto è necessario fare un poco d’ordine e dare una parvenza di sequenza cronologica coerente a questo racconto.
Potrei ricominciare dalla scena in cui io e Idalgo, il proprietario dell'agriturismo che ci ha ospitato durante queste vacanze, condividiamo l’ombra di una pergola di gelsomini.
Io gli parlo dei confini del Parco, invalicabili per le biciclette, e Idalgo si fa pensieroso, con la solennità che soltanto un contadino maremmano settantenne con un nome tanto altisonante può possedere.
Dopo un lunga pausa esclama: “ Ma sai che ciai ragione. Maremma Maiale” giuro ha detto maremma maiala “ Però un varco nascosto esiste. Un varco per scavalcare Aurelia e ferrovia e portarti sulle colline usando la bicicletta”.
Un varco sterrato che passa sotto un solenne filare di pini marittimi e che porta alla strada per le colline. Per i borghi medioevali di Manciano, Montemerano e Pitigliano, per Saturnia e le sue terme, luogo Dantesco anche questo con le sue vasche naturali fumanti di acqua sulfurea.
Il giorno successivo a quella chiacchierata rivelatrice parto, come avevo progettato, alla ricerca della Cala di Forno, accompagnato dalle cicale e dal fiato soffocante di Minosse ma dopo qualche chilometro il richiamo di quel varco nascosto mi attrae a se e non voglio resistergli.
Passo sotto L’Aurelia e la ferrovia, infilo la sterrata contornata da un lungo filare di pini marittimi e finalmente raggiungo le colline. Mi accontento di salire fino a Montiano. Divoro due fenomenali panini con la porchetta seduto su una panchina con  vista panoramica su colline che paiono dipinte da un Mondrian etrusco, appagato e meno rigoroso.
Con lo stomaco esultante e soddisfatto giro la bici e mi abbandono completamente alla discesa tanto che non mi accorgo di aver oltrepassato il bivio del ritorno e mi ritrovo sulla strada per Grosseto.

Ecco spiegato come mi sono ritrovato a comperare una maglietta bianca ad una bancarella del mercato piuttosto che sdraiato sulla candida sabbia di Cala di Forno.
La mia cocciutaggine mal riposta spiega invece come mi sia ritrovato ad arrancare sui binari della ferrovia alla ricerca di una scorciatoia, di un altro varco che evidentemente non esiste.
Prima di essere definitivamente disidratato da Minosse raggiungo la stazione dismessa di Rispescia e scavalcando la recinzione rientro in strada nel territorio del parco.

Faccio scorta d'acqua neanche fossi un cammello a pedali e decido di raggiumgere la spiaggia per chiudere in bellezza la giornata da ciclante.
Costeggio per un tratto il fiume Ombrone. Negli spazi che si aprono tra la vegetazione riflette una  luce abbagliante sebbene l’acqua sia torbida e limacciosa.
Metto le ruote sulla ciclabile che porta a Marina di Alberese. Otto chilometri di pista in sede protetta che si snodano attraverso una prateria che regala lo spettacolo inconsueto di un orizzonte che si perde in lontananza.
Una Pampa brulla popolata da vacche Chianine al pascolo e da mandrie di cavalli bradi sorvegliati ancora dagli eredi di quei Butteri che, così narra la leggenda, sfidarono e batterono in abilità i cowboy di Buffalo Bill.
Prima di poggiare la bici sulla sabbia devo attraversare una pineta incontaminata solcata da una serie di canali scolmatori che ai tempi della bonifica, in periodo fascista, servirono per stappare queste terre alle paludi malariche.
Sarebbe bello superare la macchia mediterranea e raggiungere una delle numerosi torri di avvistamento costruite, in tempi più difficili dei nostri, sui rilievi lungo la costa per sorvegliare l'arrivo di navi saracene.
Ma non tutto è raggiungile in bicicletta. Per cui mi accontento, mi siedo sulla sabbia e guardo il mare. In lontananza il profilo dell’Argentario e dell'isola del Giglio.
Si alza un refolo di vento e me la rido.
Alla faccia di Caronte e degli allarmistici uomini del meteo.

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