giovedì 24 ottobre 2013

Il mal di schiena, la bicicletta e la camminata nordica. parte terza

Il gesto di pedalare e quello di camminare mi sembrano due gesti affini. Non per niente il buon vecchio Karl Christian Ludwig Drais von Sauerbronn, l’inventore della draisina (l'antenato ottocentesco della bicicletta, un attrezzo sterzante senza pedali e senza freni sul quale si stava a cavallo di un’asse poggiata su due ruote e si spingeva con i piedi) considerava la propria invenzione "la maniera migliore per camminare".  Studi scientifici hanno individuato numerose analogie tra queste due attività fisiche, potrei parlare della soglia anaerobica comune, del comune rilascio di endorfine benefiche, del ben distribuito carico di sforzo ma, diciamo la verità, non so nemmeno di cosa sto parlando, si tratta di nozioni tecniche che non sono assolutamente alla mia portata.
Mi limiterò a dire che pedalare e camminare aiutano a lavare i pensieri. Per lo meno questo è quello che succede a me. Mentre pedalo o cammino i pensieri mettono in ordine le priorità, filtrano il superfluo, non si lasciano fuorviare dalle sovrastrutture e dalle pippe mentali. Forse questo accade perché il corpo è concentrato sul proprio movimento naturale,  sullo sviluppo di gesti primari e istintivi e la mente si mette al passo focalizzando l'essenziale.

Camminare è un esercizio spirituale ha detto qualcuno. Non sono ben sicuro di avere capito cosa significhi questa affermazione ma quando l'ho sentita per la prima volta mi si è affacciata alla mente l'immagine della scuola peripatetica di Aristotele, degli allievi che passeggiavano al fianco del loro maestro e delle lezioni che legavano la capacità di comprensione al movimento.
Secondo me anche pedalare è un esercizio spirituale e per meglio dirlo prendo in prestito le parole di un romanzo che mi è caro: “Le parole si accordano al ritmo della pedalata, a quello del suo respiro. Soffio e suono, cadenza, battito e rumore, attesa sospesa e ripartenza. Il ritmo, il ritmo si lega al suono, il ritmo, Andrea lo avverte, riconosce questi segnali, la testa è sgombra e lucida, preparata ad accogliere, cassa di risonanza, corda tesa pronta a vibrare. Cosi il miracolo si compie: la musica torna a visitarlo”.

Considerate le affinità tra il pedalare e il camminare ho pensato che non sarebbe stato un tradimento trascurare per un po' la mia ciclofilosofia e la mia amata bicicletta (che Marco ultimamente ha definita termosifone) per dedicarmi alla Camminata Nordica o come dicono quelli più cosmopoliti Nordik Walking. Non mi aspettavo però che da questa decisione derivassero dei fastidiosi problemi di adattamento. Non mi aspettavo che camminare con le bacchette da montagna lungo le pianeggianti campestri dell'hinterland Milanese potesse apparire tanto bizzarro agli occhi disincantati della gente di pianura. Credevo che alla mia rispettabile età avessi ormai imparato ad infischiarmene dei giudizi degli estranei ma, a quanto pare, non ho imparato a sufficienza.
Non è facile sopportare gli sguardi ironici delle persone che ti incrociano. E' necessaria una tempra forte e una buona dose di fiducia in se stessi per incassare le loro occhiate ironiche. Di solito incollano lo sguardo sulle bacchette, in viso gli si dipinge una espressione di ilare compatimento mentre nella mente gli affiorano spiritose domande del tipo: ma questo da dove arriva? Sta cercando funghi o non trova l'ingresso dello skylift. Ad alcuni questi interrogativi si possono leggere in faccia mentre altri, evidentemente più espansivi e spiritosi, non si fanno scrupolo di chiedere direttamente. In questo caso devo ammettere che si tratta di una buona opportunità per fare quattro chiacchiere con dei perfetti sconosciuti e per accumulare una buona dose di battute.
Poi ci sono quelli come il Gianni che con la sua aria da uomo di mondo e il suo clamoroso accento da bauscia milanese mi ha detto “capisco quelli che sbacchettano sui sentieri di montagna ma qua in pianura fanno proprio la figura dei pirla”. E' sempre bello ricevere l'incoraggiamento degli amici veri. Io gli ho risposto con una semplice domanda: “Perchè?”. Lui da principio ha tentato di arrampicarsi sui vetri nel vano tentativo di trovare una risposta razionale ma non riuscendo neppure a convincere se stesso ha chiosato con un lapidario: “alla fine comunque sei pirla lo stesso”. Grande capacità di sintesi la sua.
Alla fine dei conti una risposta convincente e razionale, non legata alle suggestioni o alle convenzioni, non l'ho ancora ricevuta da nessuno. Aspetto contributi alla discussione.
Da parte mia, per dare risposte a chi mi domanda a cosa servano le bacchette quando cammino, ripeto a memoria la definizione di Nordik Walking che ho trovato su wikipedia: ”Rispetto alla normale camminata, questa richiede l’applicazione di una forza ai bastoni a ogni passo. Ciò implica l’uso dell’intero corpo (con maggiore intensità) e determina il coinvolgimento di gruppi muscolari del torace, dorsali, tricipiti, bicipiti, spalle, addominali e spinali, assente nella normale camminata.
L'attività può generare un incremento fino al 46% nel consumo di energia rispetto alla camminata senza bastoni. È stato anche dimostrato l’aumento di resistenza della muscolatura del tronco superiore fino al 38% in sole dodici settimane. Il coinvolgimento forzato della muscolatura genera effetti superiori a quanto ottenibile con una normale camminata con gli stessi ritmi, come ad esempio: aumento generalizzato della forza e resistenza nei muscoli principali e nel tronco superiore, aumento significativo della frequenza del battito cardiaco a parità di ritmo, miglioramento delle vie vascolari ed efficienza dell’apporto di ossigeno, consumo di maggior quantità di calorie rispetto alla normale camminata, miglioramento di equilibrio e stabilità, alleggerimento significativo degli sforzi su anca, ginocchio e caviglie, riduzione degli sforzi sulla struttura ossea, maggior facilità nella risalita di pendii”. Con buona pace di quello che pensa il Gianni direi che a parte l'ultima annotazione tutte le altre sono valide in pianura quanto in montagna

Per concludere, durante le mie prime uscite con le bacchette provavo un certo imbarazzo, quasi una sorta di vergogna. Avevo il timore di apparire ridicolo e le occhiate ironiche non facevano altro che confermare il mio timore. Poi poco per volta ho preso coscienza del fatto che non avevo nulla di cui vergognarmi: non facevo nulla di illegale ne di scandaloso, facevo una cosa legittima, che mi dava soddisfazione e che, sopratutto, alleviava il mio dolore alla schiena. Mi sono guardato intorno e ho pensato che non potevo risultare più ridicolo dei tanti che caracollavano con la lingua penzoloni nel tentativo, spesso vano, di perdere una fetta del loro peso in eccesso. A ben guardare non potevo risultare più ridicolo nemmeno dei tanti jogger in splendida forma accessoriati delle loro braghette aderenti, dei loro Ipod sparati a palla nelle orecchie e dei loro cardiofrequenzimetri legati al braccio e nemmeno degli ansimanti cicloagonisti in trance agonistica inguainati nelle loro tutine multicolori a cavallo delle loro tecnologissime biciclette progettate per precipitarsi giù da ripidissime mulattiere di montagna.
Mi sono chiesto: perchè a queste figure è tranquillamente concessa la dignità di mostrare il proprio sudore e il proprio abbigliamento folkloristico lungo il domestico percorso ciclopedonale del canale Villoresi mentre le mie bacchette risultano bizzarre? Chi decide cosa è ridicolo e cosa non lo è se non le convenzioni e le abitudini in voga in un dato contesto storico? Le mie innocue bacchettine risultano bizzarre semplicemente perchè non ci sono altri Nordik Walker lungo il Villoresi in questo periodo storico. “E ci sarà pure un motivo perchè non ci sono 'sti Nordik Walker” potrebbe rispondere qualche fine umorista. Touchè.
Comunque ciò che oggi viene considerato strano non è detto che lo sia anche domani e quando ci saranno tanti altri camminatori di pianura le bacchette non risulteranno più tanto strane. Io per ora faccio da apripista. Certo che se l'apripista non viene seguito da altri camminatori rischia di fare proprio la figura dello scemo del villaggio o, nella migliore delle ipotesi, la figura del pirla. Speriamo che il Gianni non abbia ragione anche questa volta.

giovedì 10 ottobre 2013

Il mal di schiena, la bicicletta e la camminata nordica. parte seconda

La risposta alla domanda di Giovanni non l'ho trovata. In realtà neppure mi sono dato la pena di cercarla perché una volta chiusa alle spalle la porta della mansarda avevo già deciso di non farvi ritorno.
Io sono incuriosito e attirato da quelle pratiche, in sospetto odore di new age, che basano le proprie teorie sullo sviluppo delle energie individuali e sugli equilibri di corpo, mente e volontà, ma i modi da stregone di Giovanni mi avevano lasciato perplesso. Anche perché sono convinto che il confine tra queste pratiche e la cialtroneria sia talmente sottile che ci vuole poco a mettere i piedi  sia da una parte che dall'altra.
Questo è un mio punto di vista ed è certamente opinabile, ciò che non era opinabile era il fatto che dopo due sedute di manipolazioni il mio mal di schiena non era diminuito affatto ne era diminuita l'innaturale inclinazione della mia povera colonna vertebrale. E' questo il motivo principale che mi ha spinto a non fare più ritorno alla mansarda, indipendentemente dalle domande di Giovanni, profonde o cialtronesche che fossero.

Di Paola mi è rimasta in mente sopratutto una affermazione. L'aveva infilata tra uno scambio di banali frasi di circostanza mentre con mani esperte era intenta a sfibrare ogni singolo muscolo del mio corpo (mi rendo conto che qualsiasi cosa io scriva a riguardo dei massaggi scivola nella terra dei doppi sensi maliziosi, ma vi assicuro che non è mia intenzione). Paola aveva detto “pedalare è di sicuro un gesto salutare, ma non è propriamente naturale. E' un gesto che ha bisogno di un mezzo meccanico per prodursi, è un gesto ripetitivo che si protrae per lungo tempo in una posizione non naturale”. Per lei era logico e conseguente che se non ci si posiziona perfettamente sulla bicicletta a lungo andare si può essere soggetti a problemi fisici. Voleva forse dare ad intendere che il mio mal di schiena era causato da una scorretta posizione sulla sella?
Io, dalla mia scomoda posizione sottomessa, (ci risiamo con i doppi sensi) le avevo risposto che non ero d'accordo, non penso però che le mie improvvisate argomentazioni siano risultate convincenti. Un po' perché, sebbene dissentissi, avevo il dubbio che la sua affermazione avesse un fondo di verità, e un po' perché nelle mie condizioni disastrate ero poco credibile come testimonial degli effetti benefici della bicicletta.
A posteriori, guardando le cose con maggior lucidità mentre scrivo queste righe, mi sento di escludere che il mio mal di schiena fosse causato da una ipotetica postura sbagliata sulla bicicletta perché, tra il pessimo tempo dei mesi precedenti e un fastidiosissimo problema intestinale che mi affliggeva da tempo, in pratica avevo pedalato pochissimo in quel periodo. Anzi potrei persino avanzare l'ipotesi che fosse stata l'astinenza da bicicletta ad avere provocato il cedimento strutturale delle mie fragili vertebre.

Comunque a parte le teorie esoteriche, le domande imbarazzanti e le supposizioni sul mio stare in sella l'unico dato certo era che, malgrado le cure farmacologiche e le sedute di massaggi, mi trovavo ancora con la schiena dolorante. A ben guardare esisteva un altro dato certo: camminare lentamente mi dava sollievo.
“Il nostro corpo funziona in linea generale come quello di tutti gli altri esseri umani ma gli acciacchi, le posture, le peculiarità lo rendono particolare, solo nostro. Quindi chi meglio di noi con un po' di  attenzione, può capirlo. Esistono comportamenti atteggiamenti e reazioni comuni ma esistono anche dinamiche e modalità che sono solo nostre e che quindi dovremmo essere capaci di riconoscere, valutare e gestire.” Copio di sana pianta da un manuale di ginnastica posturale che ho preso in biblioteca e di cui ho letto solo l'introduzione. Con in mente queste parole, con la convinzione che fossero legge e con la consapevolezza che camminare poteva essere un rimedio ai miei problemi ho deciso che potevo aiutarmi da solo.
Camminando.
Ho comprato un paio di bacchetta da camminata nordica e sono partito come fossi Forrest Gump, solo molto più lento.

continua nella prossima puntata con la difficile esistenza del camminatore nordico da pianure

giovedì 3 ottobre 2013

Il mal di schiena, la bicicletta e la camminata nordica

“Ma lei cosa ha paura di perdere?”  mi ha domandato a bruciapelo, fissandomi dritto negli occhi, l'uomo in t-shirt bianca che mi era stato presentato non più di due minuti prima. 
"Glielo chiedo soprattutto in relazione ai figli. Ci pensi, faccia questo lavoro di analisi e mi risponderà la prossima volta che ci vediamo"
Nei due minuti che avevano preceduto la formulazione di quella imbarazzante domanda l'uomo in t-shirt bianca aveva controllato la mia colonna vertebrale franata verso sinistra, mi aveva fatto chiudere gli occhi, aveva imposto la sua mano destra sulla mia testa e aveva scandagliato con l'altra mano il mio addome imbarazzato sentenziando che avevo qualche problema al rene. Oppure al fegato adesso non ricordo con precisione, perdonatemi ma quel suo modo di fare assertivo e inquisitorio mi aveva un poco confuso.
Non che fossi completamente lucido anche prima, avevo appena terminato una seduta di fisioterapia sotto le mani energiche di Paola, (niente doppi sensi per favore) la socia dell'uomo dalle domande a bruciapelo, che di nome fa Giovanni e di professione fa l’osteopata.

Mi trovavo lì in quella mansarda inondata dal sole e riadattata ad ambulatorio perché cercavo qualcuno in grado di stabilizzare la mia schiena instabile. E' da qualche anno che periodicamente la mia schiena cede, senza un apparente motivo scatenante. Frana su se stessa bloccandosi dolorosamente. 
In realtà nelle ultime due occasioni non ho provato un forte dolore, la schiena si è indolenzita e si è accasciata sul lato sinistro “alla ricerca di una posizione antalgica” come ha sentenziato la mia dottoressa che, referti alla mano, mi ha diagnosticato una "anterolistesi di L5 su S1 per costituzionale ipoplasia del muro posteriore di L5". Tradotto in linguaggio più comprensibile: il congenito scivolamento anteriore di una vertebra su quella di sotto. In pratica un disturbo con cui dovrò abituarmi a convivere. Per contrastarne l'effetto destabilizzante la terapia migliore è tentare di irrobustire i muscoli dorsali e addominali in modo che aiutino a sorreggere la mia traballante impalcature di vertebre difettose.

Ho letto da qualche parte questa frase: “Il corpo si abitua a tutto, è capace, a lungo andare di sopportare e di convivere con i propri disturbi”. E leggendola mi è tornata alla mente  l'immagine di  zia Serafina, che mi faceva da balia da bambino. Sono ricordi lontani, offuscati dal tempo e dalla mia labile memoria. Ricordo però con chiarezza che la zia Serafina non riusciva a stare in piedi diritta, camminava piegata in avanti e leggermente piegata su un lato. Eredità di una vita faticosa e di qualche forma artritica poco curabile ai suoi tempi. Io la ricordo solo così, rattrappita e sorridente. Non ricordo di averla mai sentita lamentarsi. 
Magari si lamentava dei dolori e della fatica ma se lo faceva non lo faceva davanti al suo nipotino sensibile e delicato, che sarei io da piccolo. Oppure io, nipotino delicato e sensibile ma proiettato solo verso me stesso, egocentrico come ogni bambino, non badavo ai problemi altrui, anche a quelli di una zia a cui volevo tanto bene. Ad ogni modo, si lamentasse o meno , lei con i suoi problemi fisici ci conviveva, facevano parte, per lo meno ai miei occhi di nipotino, della normalità. Zia Serafina  aveva trovato la postura, l'angolazione che gli permetteva di continuare ad agire senza avvertire dolore.
Ma perché mi è tornata alla mente l'immagine rattrappita di zia Serafina?
Perché sono paranoico. Me ne frego se il corpo è comunque in grado di convivere con i propri acciacchi, io ho paura: sarò destinato alla medesima sorte di zia quando diventerò anziano? 
Non posso accettarlo, con tutti gli sforzi che faccio per mantenere un minimo di forma fisica e per tentare di resistere alla decadenza degli anni. Adesso che la vedo scritta la parola “sforzi” mi appare esagerata, caratterialmente non è che io sia proprio portato a sopportare grossi sforzi o sacrifici particolari, sono costituzionalmente pigro. Potrei azzardarmi a dire che mi impegno, ma se voglio essere sincero anche la parola impegno risulta un tantino esagerata nel mio caso. Insomma, indipendentemente dai termini corretti o meno, qualche attività fisica la svolgo eppure non soltanto non riesco a mantenermi in forma ma addirittura sono pieno di acciacchi.

Come al solito divago troppo e rischio di perdere il filo del discorso, quindi ricapitoliamo e torniamo a quella mansarda inondata dal sole con Giovanni dalle domande imbarazzanti e Paola dalle dita d'acciaio.

Ma ci torniamo nella prossima puntata

venerdì 2 agosto 2013

Il Lollo, l'onore messo in discussione e il tempo del trasferimento (parte seconda)

....Mentre in lontananza si inizia a scorgere la struttura che ospita la biblioteca propongo di svoltare a destra, per evitare l’ennesimo incrocio trafficato, e di imboccare una ciclabile tranquilla che allunga ulteriormente il tragitto. E questa volta il Lollo si impunta.
“Ma dai, Pà, non perdiamo ancora del tempo, tiriamo dritto che così arriviamo prima”.
Arrivare prima? Ma prima di chi? E cosa vuole dire perdere tempo? Cosa vuol dire guadagnarlo? E guadagnarlo per spenderlo in che modo?
Ci sono rimasto male, io pensavo che quello che stavamo facendo era guadagnare e godersi il tempo, viverlo pedalando in compagnia, personalmente avrei voluto che la nostra pedalata durasse ancora più  a lungo.
Io non giro in bicicletta per aggiungere giorni alla mia vita, giro in bicicletta per aggiungere vita ai miei giorni; cito a memoria una frase che ho letto non so dove e che mi pare adeguata alla situazione.

Ricordo, tra le tante fiabe che ho letto ad alta voce nel tentativo, il più delle volte vano, di far addormentare i bambini, di avere anche letto Il piccolo principe di Saint-Exupéry. Libro che mi ha annoiato (francamente a me pare un'opera sopravvalutata) ma che contiene un passo che allora mi aveva molto colpito: un dialogo tra il piccolo principe e un mercante di pillole che calmano la sete, ne basta una alla settimana e non si sente il bisogno bere". "Perché vendi questa roba?” chiede il piccolo principe. "Perché è una grossa economia di tempo che fa risparmiare 53 minuti a settimana". "e che cosa se ne fa di questi 53 minuti?". "se ne fa quel che si vuole".  "Io" conclude il piccolo principe” se avessi 53 minuti da spendere camminerei adagio verso una fontana”
Quello che il Lollo e io stavamo facendo non era camminare adagio verso una fontana?

Il Lollo ha chiesto di accorciare il tempo del viaggio per raggiungere prima la meta, come se il viaggio non fosse anch'esso tempo da vivere. Affrettarsi per guadagnare tempo, un concetto talmente radicato nel nostro quotidiano che persino un ragazzino di 13 anni ne subisce l’influenza.
Io potrei ammettere che il Lollo, sacrosantamente, si fosse soltanto stancato, sia di pedalare che di stare insieme al suo vecchio.
Quindi potrei ammettere che questi miei discorsi sul guadagnare tempo, sull'andare in relazione con l’arrivare, sui nefasti influssi della nostra società convulsa non centrano niente con questa storia.
Ma anche ammettendo tutto non posso mettere da parte questi discorsi, perché questa storia altro non era che un pretesto per sparare un pippotto sui vantaggi degli spostamenti in bicicletta.

Chiusi nell'abitacolo di un veicolo il tempo del trasferimento da un luogo all'altro, per una commissione ad esempio, diventa un non-tempo in passivo, sospeso nell'attesa di congiungere i due estremi di una linea. Un tempo considerato in perdita, sprecato, non utilizzato, a meno che non lo si passi chiacchierando amabilmente con un altro passeggero oppure che il DJ dall'autoradio non ci faccia buona compagnia.
Al contrario con la bicicletta il tempo dello spostamento è un tempo vissuto pienamente, un tempo in attivo. Con la bicicletta si usa il verbo andare declinandolo al gerundio (tranquilli non si tratta di grammatica): andando, come usa dire il buon Emilio Rigatti, il tempo del presente si perpetua lasciandoti agio di guardarti intorno, di assaporare il momento, il qui e ora.
La bici restituisce valore al tempo e allo spazio che separa i due punti di un tragitto, restituisce un significato differente al termine andare rispetto a quello odierno, un significato più simile a quello che possedeva in passato quando andare da un luogo all’altro doveva per forza di cose tener conto dell’andando.

Ah dimenticavo, magari qualcuno è curioso di saper come è andata a finire con il libro del quale la biblioteca reclamava la restituzione. Lui se ne stava tranquillo nel suo scaffale, sul ripiano “resoconti di viaggio” nella sala C della biblioteca medesima. Si erano semplicemente scordati di caricarlo nel loro sistema informatico.
Forse avrei fatto meglio a telefonare senza andare di persona.
Così non avrei perso tutto quel tempo.

mercoledì 3 luglio 2013

Gli imprevisti del mestiere, la volpe e l'uva

Non so se il problema che mi è precipitato addosso possa essere catalogato tra le sciagure o più sobriamente  tra i contrattempi fastidiosi.
Immagino che la scelta dipenda dall’atteggiamento mentale di colui che viene investito dal problema, dall’importanza che egli attribuisce all’accaduto e dalla sua capacità di reagire alle avversità.
Per farla breve, il mio computer è defunto e con lui sono scomparsi, forse per sempre, tutti i post già preparati, quelli abbozzati, gli appunti sparsi, le documentazioni e le fotografie riguardanti le biciclette.
Non è una grande perdita dirà qualcuno, potevi  fare un back up preventivo dirà qualcun altro.
Poco male, mi rassegnerò alla perdita e mi prenderò l’ennesima vacanza da questo blog,anche per ristabilire le giuste priorità della vita (In effetti spendere più tempo del dovuto di fronte ad uno schermo e ad una tastiera, pretendendo di mettere in fila frasi che possano risultare di un qualche interesse, non dovrebbe rientrare tra le mie attività prioritarie).
Magari più avanti mi impegnerò a scavare nella mia labile memoria per recuperare qualche frase e qualche ricordo ciclabile e comunque non è detto che il mio informatico di fiducia non riesca a resuscitare il computer defunto.  
In tal caso ho il timore che sarò nuovamente pronto a ribaltare le mie priorità.

venerdì 21 giugno 2013

Il Lollo, l'onore messo in discussione e il tempo del trasferimento (parte prima)

Mi rigiro la busta tra le mani senza decidermi ad aprirla. Ha l'aspetto di una lettera ufficiale. Il logo del Comune stampigliato sul fronte mi provoca agitazione, come del resto tutto quello che ha a che fare con l’autorità costituita. C’è poco da dire, sono sempre stato un tipo emotivo.
Mi decido ad aprire la busta soltanto dopo aver compiuto il mio consueto rito scaramantico. Cosa vorranno da me? Avranno rilevato qualche errore sulla tassa per la spazzatura oppure qualche incongruenza sull'Imu ed ora vengono a battere cassa?
“Egregio signore. La invitiamo a controllare se i volumi sottoindicati, che risultano a Lei prestati presso una delle Biblioteche facenti parte del Consorzio, siano effettivamente ancora in suo possesso e non ancora restituiti.
Il sentiero degli Dei / Wu Ming 2 ; Scaduto il: 18-05-2013
In tal caso le chiediamo di voler provvedere alla loro restituzione, in quanto il periodo previsto per il prestito è scaduto.
Cordiali saluti Il responsabile della biblioteca ”
Potete immaginare il mio sollievo quando comprendo che si tratta di una innocua comunicazione della biblioteca comunale ma, purtroppo per me, con l'avanzare dell’età divento sempre più permaloso e la sensazione di sollievo per lo scampato pericolo svanisce in un attimo e viene sostituita prontamente da un senso di sordo dispetto.
Mi calo nella parte del cavaliere il cui onore è stato messo ingiustamente in discussione: con quale ardire questi felloni si permettono di avanzare simili pretese? Io ho restituito tutto! Decido che la questione va affrontata di petto, è necessario agire immediatamente, bisogna chiarire la questione senza perdere tempo.
“Gioventù ascoltate,io prendo la bicicletta e vado in biblioteca” grido sulla soglia della camera dei ragazzi per scavalcare il muro sonoro creato dalle stucchevoli canzoncine adolescenziali che i miei preadolescenti figlioli stanno ascoltando ad un volume esagerato.
“Vengo anch'io Pà” risponde il primogenito sollevando appena lo sguardo dallo schermo del computer. Per nominare il primogenito d'ora in avanti userò un nome fittizio, lo chiamerò Lollo, perché lui ci tiene alla sua privacy.
La sua risposta mi spiazza, non credo alle mie orecchie. Ripeto per evitare fraintendimenti, mentre la secondogenita ha l'accortezza di abbassare il volume, consapevole del fatto che comincio a non sopportare più gli “One Direction” e i loro britannici ciuffetti ingellati, “Ma hai sentito bene, ho detto che vado in bici”. “ E allora? Va bene. Posso venire anch'io o no” mi risponde il Lollo con la sua peculiare aria di sufficienza.
Che momento memorabile (se evitiamo di focalizzare l'attenzione sulla sua spocchia) mio figlio che si degna di farmi compagnia e per di più in bicicletta. Lui che spesso avanza la pretesa di farsi accompagnare in macchina per raggiungere luoghi che distano da casa non più di 500 metri.
Per raggiungere la biblioteca invece bisogna pedalare per qualche chilometro lungo strade a scorrimento veloce parecchio trafficate.
E a questo punto scatta in me l'istinto della chioccia protettrice.

Modifico il percorso per evitare incroci pericolosi e per potere pedalare su strade più tranquille. Così facendo allunghiamo di un bel pezzo il tragitto. Lollo non avanza obiezioni, forse perché ha voglia di pedalare, è sabato e abbiamo tempo da dedicarci , forse perché non conosce bene le strade e non sa quale sia la via più breve oppure perché è ancora un bambino e i bambini si lasciano portare.....(continua nella prossima puntata ..forse)

venerdì 7 giugno 2013

Gli imbecilli occasionali e i punti di vista molteplici

Vista da fuori la scena potrebbe anche apparire ridicola: due adulti che sbraitano in mezzo alla strada pretendendo, ognuno per se stesso, il diritto della ragione.
Uno dei due contendenti è aggrappato istericamente al volante di una utilitaria color grigio topo ferma nella corsia contraria al suo senso marcia, l'altro, in bicicletta, ha i piedi piantati a terra sulla mezzeria della strada
Il motivo per il quale non sono in grado di cogliere il lato ridicolo della faccenda è che il tizio sbraitante piantato in mezzo alla strada sono io.
Non dovrei essere lì ad inveire all'indirizzo di quel fesso motorizzato, avrei dovuto semplicemente andarmene e scuotere la testa con aria di compatimento come faccio sempre.
Ma l'utilitaria grigio topo stava per schiacciarmi.

Non voglio addentrami troppo nella descrizione della dinamica della scongiurata collisione, mi limiterò a constatate che dovevo svoltare a sinistra e per farlo avevo guadagnato la mezzeria mentre l'isterico al volante sebbene avesse tutto lo spazio per sfilarmi al fianco aveva deciso di superami sulla sinistra invadendo la corsia opposta; naturalmente nel momento esatto in cui stavo per svoltare.
Naturale che io pretenda per me la ragione, mi risulta meno naturale il fatto che lui faccia altrettanto, urlando che devo “imparare ad andare in giro” e lo fa contro l'evidenza che la sua automobile sta occupando la corsia opposta.

La morale della faccenda, come nella stragrande maggioranza delle discussioni in cui i contendenti sono certi delle proprie ragioni, è che, al termine di queste sterili discussioni, ci si separa maledicendo la stupidità dell'altro e portandosi appresso la convinzione della propria verità, diametralmente opposta a quella dell'altro. Tornato a casa ognuno poi racconterà ai propri amici il proprio parziale punto di vista, convincendosi sempre più delle proprie ragioni, e dagli amici, con tutta probabilità, riceverà il conforto di un sostegno.

Da questa faccenda voglio ricavare un'ulteriore morale, meno filosofica ma più concreta:  indipendentemente da chi dei due avesse ragione, da chi dei due fosse il più imbecille quello vulnerabile, quello indifeso, quello che rischiava di farsi male ero comunque io.
Quella in sella alla bicicletta.

venerdì 31 maggio 2013

Tra il Naviglio Grande e il Parco del Ticino (parte seconda)

....“Ma dove minchia è finito 'sto fiume” mi domando dopo aver pedalato a lungo su un sentiero tortuoso ostruito dall'erba alta. Ho perso l'orientamento, il bosco è così scuro, la vegetazione talmente fitta e del fiume non pare esservi traccia che comincio a temere di aver perso la direzione. Non voglio darlo a vedere, è una questione di orgoglio, per cui ostento una sicurezza che rischio di perdere del tutto fino a che la luce filtra dalla boscaglia e ci ritroviamo sopra l'argine.
Nel medesimo punto dove, qualche mese addietro, avevo assistito ad una gustosa scenetta.
Mentre facciamo rimbalzare i sassi piatti sul pelo dell'acqua racconto a Marco quella scenetta di cui mi ero completamente dimenticato:
Sto scendendo di sella per risalire in cima all'argine e vedo venirmi incontro una coppia. Trentenni più o meno. Lei davanti a piedi, un paio di attillati fuseaux neri da podista, lui dietro, in sella a una mountain bike da supermercato.
Lei ha un'espressione inviperita e lui quella moderatamente contrita di chi si è accorto di averla fatta grossa e pensa che la strategia migliore sia quella di sdrammatizzare.
Sei un cafone” ringhia lei, non così a bassa voce da impedirmi di udirla, “sei sempre a criticare, adesso lo chiedo al primo che passa se la pensa come te, mi tiro giù i pantaloni e glielo chiedo a lui se il mio culone e così grosso come dici”.
Il primo che passa, evidentemente, non posso che essere io, non ci sono molte altre alternative in mezzo a quel bosco ubertoso, mi rendo subito conto che devo essere viola dall'imbarazzo.
Ci troviamo contemporaneamente ai piedi della salita verso l'argine, assumo l'espressione più neutral-cortese che ho in repertorio e evito di incrociare lo sguardo della bionda inviperita.
Lo sguardo di lui non posso evitarlo ed è quello di un bimbo che chiede comprensione. Sorrido per lasciare a loro la precedenza. Lei prende i gradini scavati nel terreno, lui scende e spinge la bici a mano.
Non ho potuto esimermi dal gettare uno sguardo fugace al fondoschiena della bionda ringhiante ed ho pensato che qualsiasi critica quel tipo avesse rivolto a quel presunto culone non solo era una critica ingenerosa ma assolutamente immotivata”.
Marco se la ride immaginando la mia faccia paonazza per l'imbarazzo e stacca un lancio da sei rimbalzi.

Ripartiamo diretti verso nord. Per un buon tratto lo sterrato costeggia il fiume regalandoci una vista ampia e luminosa. Il Ticino scorre una decina di metri più in basso, l'acqua è straordinariamente limpida e regala riflessi argentei. L'ampio greto è formato da ciottoli immacolati che suonano nella corrente. Il Ticino è veramente un bel fiume, forse perché nasce in svizzera?
Ci godiamo il sole in faccia e la quiete di una andatura bucolica fino a quando un rombo sordo accompagnato da ripetuti fischi da mandriano ci aggredisce alle spalle: quattro cicloagonisti, per i quali evidentemente rappresentiamo un fastidioso ostacolo pretendono strada.
Ci facciamo da parte ed io mi volto teatralmente per mostrare il mio sguardo infastidito.
La mandria sbuffante ci sfila a fianco senza degnarci di un cenno di gratitudine, i loro impenetrabili occhiali da sole lanciano bagliori metallici, evidentemente considerano la strada di proprietà assoluta di chi va più veloce.

Devo averlo già detto ma mi ripeto: per la necessità di cercare un minimo di chiarezza nel caos del mondo l'essere umano tende da un lato a catalogare i propri simili in macro gruppi per definirne le identità e per chiarirle, dall'altra tende a sottolineare le differenze per un desiderio di unicità.
Ecco i cicloagonisti prepotenti faranno anche parte del macrogruppo dei fratelli di bicicletta ma faccio fatica a sopportarli.
Inguainati nelle loro aderenti tutine multicolore, i cicloagonisti in genere cavalcano mountain bike progettate per lanciarsi da strapiombi di alta quota e con questi puledri tecnologici sfogano il proprio eccesso di testosterone azzannando lo sterrato di sentieri ciclabili generalmente destinati a svagate famigliole, a passeggiatori incantati e distratti, a imbolsiti pedalatori della domenica. Frequentemente i cicloagonisti si muovono in branchi compatti, in orde ansimanti e sudate seguite da nugoli di polvere e inseguite dagli improperi lanciati dalle summenzionate famigliole svagate, dai passeggiatori incauti e dai pedalatori imbolsiti. Il cicloagonista è l'esemplare di una specie umana che guarda soltanto dritto davanti a se, mai di lato o intorno, impegnato in una perenne sfida con se stesso e con i propri simili, attività questa che gli impedisce di sorridere o divertirsi o godere se non nel proprio masochistico modo di resistere alla fatica. Di rado alza lo sguardo dal tachimetro, di rado concede un'occhiata al panorama circostante.
Lo ammetto, forse si tratta di una descrizione esagerata ma è questo quello che ho pensato mentre guardavo la mandria allontanarsi e mentalmente li mandavo a cagare.

Arrivati ad un bivio sorvegliato da alcuni provvidenziali cartelli segnaletici colorati abbandoniamo il lungo fiume è imbocchiamo una campestre tra file ordinate di pioppi che ci scorteranno fino al naviglio.
Spuntiamo all'altezza di Robecchetto con Induno di fronte all'ennesimo antico ponte in pietra. Ci fermiamo ad una fontanella per riempire le borracce e ci avviciniamo ad un uomo armato di pennelli, tavolozza, ampia tela e cavalletto.
Basta un complimento all'abbozzo di dipinto per far partire la conversazione. Aldo, questo è il nome del pittore dilettante, è nato da queste parti e si diletta a dipingere scorci caratteristici del Naviglio.
Marco è in vena poetica e decanta la bellezza dei luoghi e la fortuna di viverci. Io gli vado a ruota e probabilmente esagero con le lodi. Insomma siamo contenti e lo dimostriamo.
Aldo ne è lusingato, e si vede, ma da buon lombardo disincantato ci racconta che quando lui era ragazzo le acque del naviglio in quella zona erano putride e l'aria irrespirabile a causa degli sversamenti di lavorazione delle concerie di pellame che sorgevano numerose lì intorno.
Aldo ci saluta con una stretta di mano che definire vigorosa risulterebbe un eufemismo e con il sole alle spalle che allunga le nostre ombre sull'asfalto della ciclabile ci dirigiamo soddisfatti alla macchina.
Per chiudere nel migliore dei modi la giornata evitando qualsiasi lamentela per il ritorno non mancherò di imboccare l'autostrada.

martedì 28 maggio 2013

Tra il Naviglio Grande e il Parco del Ticino (parte prima)

Marco getta occhiate distratte ai campi coltivati che scivolano veloci dietro il vetro del finestrino.
Si lamenta ad alta voce; come suo solito, mi viene da dire.
Non ha digerito il fatto che io, ignorando i suoi consigli, non abbia imboccato l'autostrada e mi sia avventurato lungo strade secondarie che attraversano campagne monotone e paesini anonimi a lui sconosciuti. In questo modo, a suo giudizio, avrei allungato il tragitto addirittura di un quarto d'ora.
Mi azzardo a spiegargli, con l'accortezza ironica che sono solito usare con lui in questi casi, che 15 minuti sono un'inezia se confrontati con il ritmo delle stagioni.
La sua reazione alle mie argomentazioni filosofiche non è altrettanto ironica.
Finalmente, con un ritardo di 15 minuti sulla tabella di marcia, raggiungiamo Castelletto di Cuggiono. Scelgo di parcheggiare nella piazzetta alta per una questione puramente scenografica: voglio che Marco venga sedotto dalla bellezza dello scorcio che la discesa verso il naviglio ci regalerà.
Montiamo in sella alle nostre biciclette proprio davanti ai cancelli arrugginiti di villa Clerici.
Era una delle numerose “Ville di Delizia” affacciate sul Naviglio Grande, meta di villeggiatura della nobiltà milanese nei secoli passati. Ora è disabitata e abbandonata alle ingiurie del tempo. Marco, che di mestiere fa l'architetto, si aggrappa alle inferriate per osservare meglio il vialetto di ingresso invaso dalle erbacce e la facciata scrostata. Scuota la testa sconsolato e si lascia scappare un sospiro.
Anche in queste condizioni la villa rimane comunque un notevole esempio di architettura seicentesca, sopratutto nel lato che affaccia sul naviglio, impreziosito da una scalinata monumentale che porta alla zona dell'imbarcadero.
Scendiamo cauti lungo l'acciottolato e la discesa scenografica produce l'effetto sperato: “che bel posto” si lascia sfuggire Marco regalandomi la soddisfazione di un apprezzamento.
Attraversiamo l'antico ponte in pietra che scavalca il Naviglio e tiriamo dritto in direzione del Ticino infilando uno sterrato che si perde nel bosco.

Siamo all'interno del Parco Lombardo della Valle del Ticino, nato nel 1974 per tutelare il fiume e i numerosi ambienti naturali presenti lungo il suo corso. Ho letto che il Parco “ si estende dal Lago Maggiore fino alla confluenza con il fiume Po, per una superficie complessiva di circa 91.000 ettari e interessa 47 Comuni nelle Province di Varese, Milano e Pavia ed  ha l'obiettivo di conciliare le esigenze della protezione ambientale con quelle sociali ed economiche delle numerose comunità presenti nell'area, una delle più densamente popolate d'Italia, applicando un sistema di protezione differenziata alle aree naturali, agricole e urbane“.

Io sono un ruminante del pedale. Rumino chilometri con la lenta metodicità di una mucca al pascolo. Il Marco, al contrario, ha una andatura schizofrenica, fatta di repentine accelerazioni e irritanti surplace e siccome a lui piace imporre la propria andatura è naturale che lui stia davanti e io lo segua a ruota, sebbene sia io quello che conosce la strada. E' una questione di carattere, immagino, più di una volta mi ha detto che sapersi imporre è il suo unico talento.
Rimane davanti fino a quando, lungo un sentierino che si fa strada a stento nel folto sottobosco,  incrociamo un'enorme pozzanghera impossibile da circumnavigare rimanendo in sella.
Strategicamente mi lascia il passo costringendomi ad affrontare per primo l'attraversamento di quella palude.
Il risultato è che rimarrò con scarpe e calze fradice e infangate fino al rientro.
Siccome sono dispettoso a lui ho urlato, dopo essermi trascinato oltre il guado, che era abbordabile e che poteva affrontarlo con fiducia. Così impara a fare lo stratega....(continua)

venerdì 10 maggio 2013

A volte ritornano. La primavera, i ciclocritici, i velocipedastri e la politica (parte seconda)

Mi ero illuso. A questo punto, mentre scosto le tende per guardare fuori dalla finestra l'ennesimo acquazzone, mi viene il dubbio che non fosse una rondine quella che avevo creduto di vedere. Probabilmente si trattava di un qualche autunnale uccello del malaugurio.
Aggiungiamoci anche la presa di coscienza che la meteorologia è una scienza empirica troppo approssimativa e che delle previsioni a medio termine dei meteorologi non bisogna fidarsi affatto.
Fatto sta che questa benedetta primavera latita, continua ad illudere e a farsi desiderare.
E se qualcuno, come il sottoscritto, sperava che sarebbe stata la primavera della bicicletta rischia di rimare deluso. Parte malissimo o, nella migliore delle ipotesi, parte con enorme ritardo, troppa acqua dal cielo rischia di scoraggiare i neociclanti indecisi.
Questo a livello generale sotto il cielo di Milano, mentre a livello personale un persistente problema intestinale da settimane mi scombussola le viscere sconsigliandoli di affrontare pedalate impegnative.
Insomma sono deluso, scoraggiato e fisicamente spossato.

Ma sforzandomi di combattere questa mia disillusione tenterò comunque di dipanare il filo del discorso iniziato nel post precedente.
L’argomento era la crescente mal sopportazione nei confronti dei ciclisti.
Bisognerebbe cercare innanzitutto di capire da dove nasca questa insofferenza che spesso si trasforma in ostilità.
L’egregio Alfredo Drufuca lo ha ben spiegato in un suo scritto, è inutile che io mi ingegni a cercare altre parole per dire male le cose che lui ha detto benissimo, per cui lo citerò testualmente: “credo..(che il problema)..possa essere riassunto nel disordine intrinseco nel moto del ciclista, dagli effetti tanto più disorientanti ed ansiogeni quanto maggiore è il numero di ciclisti sulla strada.
L’automobilista riconosce nei suoi simili comportamenti per lui normalmente ben prevedibili e quindi facilmente controllabili, governati come sono da regole scritte per (da) loro stessi nonchè dall’omologazione cinematica e dalle conseguenti leggi inerziali che, con le masse e le velocità in gioco, costituiscono un fattore intrinseco di ordine.
Il ciclista invece non esprime quest’ordine: la sua traiettoria è meno rettilinea; il fatto che sia costretto a percorrere corridoi zeppi di insidie (un automobilista può stare lontano dalle auto in sosta che aprono portiere, non affronta le buche ed i tombini che si accumulano lungo i margini delle strade) gli impone improvvisi scarti; le sue velocità sono basse il che gli impedisce di “negoziare” le manovre necessarie ad esempio per svoltare a sinistra o percorrere una rotatoria; la sua visibilità è minore …”
Insomma “le due ruote sono viste come un intralcio al traffico e non come la base per decongestionarlo“ tanto per regalarmi un'altra citazione, questa volta scippata al maestro Paolo Rumiz.

Di fronte a questa ostilità in alcuni ciclopaladini scatta per riflesso l’avversione nei confronti delle automobili e degli automobilisti. Avversione che trovo controproducente oltre che ingiusta.
Concentriamoci sulle bici e lasciamo le auto in secondo piano.
Se si vuole lavorare in modo che sbocci la primavera della bicicletta e dopo di lei tutte le altre stagioni a venire non mi pare strategicamente vincente scagliarsi contro auto e automobilisti considerandoli nemici da eliminare. Strategia, a mio giudizio, controproducente e foriera di sventure come quella di un ipotetico centro-sinistra che si incaponisca a indicare, non a torto, l’impresentabilità dell’avversario e perda di vista se stesso e i propri valori andando a sbattere contro il muro della storia .
Il problema è il settarismo, lo scontro con l'altro e la certezza assoluta di essere sempre dalla parte del giusto. Se vogliamo fare partire una rivoluzione di civiltà non possiamo farla partendo da una contrapposizione con gli altri utenti della strada. Le contrapposizioni sono il preludio agli scontri e non mi pare furbo scontrarsi con gli automobilisti, e intendo anche in senso figurato
Forse esistono obiettivi migliori verso i quali i ciclopaladini possono indirizzare la propria indole battagliera e polemica .
Uno di questi è il modo di amministrare e progettare lo spazio delle nostre città
Perché se da una parte esiste una popolazione all’interno della quale continua ad aumentare il desiderio di una mobilità ciclabile e sostenibile dall’altra esiste una amministrazione pubblica colpevolmente in ritardo su questo campo
Le città italiane a partire dalla ricostruzione post bellica sono state ridisegnate e riprogettate in funzione delle auto e tutto ciò che non è auto o viene confinato sul marciapiede o viene considerato un intralcio.
C’è bisogno di un’inversione di rotta che comporti innanzi tutto un cambio radicale di mentalità da parte di chi ci amministra, un impegno ecologico che abbandoni gli schemi mentali e di comportamento seguiti fino ad ora.
La politica non può accontentarsi di volare rasoterra limitandosi a gestire solo il qui e ora ma dovrebbe avere il coraggio di volare alto, di aprirsi a orizzonti più vasti, di immaginare e realizzare un’urbanistica nuova. La politica non può limitarsi a compire azioni che si adeguino alle circostanze esistenti ma deve porre le condizioni per permettere che ciò che attualmente è impossibile diventi possibile domani.
Mi rendo conto che sto sbandando paurosamente verso il lirico e che forse questo ultime righe altro non sono che un vuoto esercizio di retorica ma mi servivano per rendere congrue le dimensioni di questo post .

Posso quindi terminare con le parole che avrebbe usato il buon vecchio Marx: “Uno spettro si aggira per l'Europa: lo spettro del ciclismo urbano. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi. Ciclanti di tutto il mondo unitevi.
Ciclopaladini di tutto il mondo limitate le vostre invettive contro gli automobilisti maleducati e indirizzate le vostre energie per pretendere dalla politica risposte concrete.”


venerdì 26 aprile 2013

La bicicletta e la resistenza, 25 Aprile 2013. Il percorso della memoria


 “A decorrere dal 26 aprile 1944 è fatto divieto   assoluto di circolare con le biciclette anche portate a  mano entro il perimetro della città. Coloro i quali abitano entro il perimetro sopra descritto e, che per ragioni di lavoro, debbono spostarsi con la bicicletta dal luogo del divieto alla periferia e poi far ritorno al centro, dovranno essere muniti di uno speciale dichiarazione della ditta dove lavorano, vidimata dalla questura di Bologna, ma per tutto il perimetro e le strade di divieto dovranno portare la bicicletta a mano con le gomme delle ruote sgonfie, con la catena staccata dalla moltiplica e dal rocchetto”
Così recitava un bando affisso sui muri di Bologna durante i mesi della resistenza.
Fu il primo di questo tenore ma altri comparvero successivamente nelle principali città italiane vietando la circolazione delle biciclette, minacciando l’arresto per l’utilizzo di quello che veniva ritenuto un potenziale strumento di “terrorismo”, un sovversivo mezzo di resistenza civile
E la bicicletta era davvero pericolosamente sovversiva: durante la resistenza partigiana fu un mezzo fondamentale per trasportare documenti e ordini tra le brigate e per coordinare e compiere azioni.

Nelle memorie di partigiane e partigiani il riferimento alle loro bici è frequente: il comandante dei Gap Giovanni Pesce, scrive parlando della sua bicicletta “era come l’aria che respiravo, un mezzo indispensabile per muovermi in modo rapido in ogni frangente”, Marina Addis Saba nel suo libro "Partigiane, Le donne della resistenza" definiva la bicicletta un simbolo di libertà, soprattutto femminile: “Si pedala col vento tra i capelli. Si osserva il paesaggio che scorre veloce, si respira a pieni polmoni, si incontra ogni genere di persone. Si rischia, la staffetta lo sa perfettamente, e questo fa parte della libertà e della scelta che la giovane ha compiuto”.

Imprevedibilmente “sovversiva”, la bicicletta era già stata in passato oggetto di divieti come quello messo in atto dal generale Bava Beccaris durante la sanguinosa repressione dei moti popolari milanesi del maggio 1898, il generale fece affiggere manifesti che decretava il divieto nell'intera provincia di Milano della «circolazione delle Biciclette, Tricicli e Tandems e simili mezzi di locomozione».
La bicicletta strumento di lotta e libertà, alleata dei rivoltosi, strumento in grado di permettere veloce movimento e comunicazione andava fermata.



E' per rendere onore a queste memorie che oggi le vie della mia città si sono riempite di biciclette. In tanti abbiamo partecipato alla manifestazione “Il percorso della memoria” una sgambata attraverso i luoghi che ricordano l’esperienza della lotta partigiana a Lainate.
Bicicletta e resistenza, partendo da questo binomio le associazioni ANPI, Il filo della memoria, Ciclopolis, ACLI, LIBERA, hanno organizzato questo evento per la giornata del 25 Aprile.
Ad ogni tappa animazioni teatrali, letture e canzoni legati ai temi della lotta di liberazione”.
Ed ogni tappa la testimonianza e la rappresentazione di quei giorni difficili e il rischio di cedere alla commozione. Un esercizio di gambe e di memoria per non dimenticare le migliaia di persone che hanno combattuto per la libertà rischiando e in molti casi sacrificando la propria vita e per ricordarci dell’importanza del 25 Aprile nella storia d’Italia”.
E noi pedaliamo gratificati da una splendida giornata di sole e convinti che l'addestramento della memoria sia un grande valore da condividere e non un vuoto esercizio di retorica.
Pedalando si è voluto rendere omaggio alla bicicletta e alle staffette partigiane che con questo mezzo di trasporto hanno dato un contributo fondamentale alla Resistenza.
L’obbiettivo era quello di far rivivere, nei luoghi che hanno visto passare un importante pezzo di storia del nostro paese, i contenuti, le idee e gli episodi che hanno portato alla sconfitta del fascismo e alla liberazione del paese dall’invasione nazista.
Il mezzo usato per spostarci, la bicicletta, ci è parso quello migliore per riaffermare la volontà di una mobilità nuova e sostenibile: la bicicletta è un mezzo veloce per spostarsi, un mezzo per socializzare ma anche per resistere contro i principi di una società dove la velocità degli spostamenti prevale sul benessere e sul risparmio”. E' un peccato che non sia riuscito a convincere i miei bimbi a partecipare. Confido nel prossimo 25 aprile.


domenica 14 aprile 2013

A volte ritornano. La primavera, i ciclocritici, i velocipedastri e la politica (parte prima)


Per quest'anno sembrava non avesse alcuna intenzione di farsi rivedere dalle nostre parti. Considerata l'aria che tira non la si può biasimare.
Ma dopo tanta attesa la primavera è finalmente tornata. E' ufficiale, lo affermano i meteorologi e ho anche visto una rondine.
E insieme alla primavera ritornano, puntuali come lo sbocciare dei fiori e le allergie ai pollini, gli immancabili discorsi sul tema della bicicletta e della mobilità sostenibile.
Ritorna la primavera, ritornano le rondini, ritornano i consueti discorsi e con loro ritorno pure io su questo blog. Lo avevo promesso con poca convinzione lo scorso inverno (o minacciato, a seconda dei punti di vista) e ora provo a mantenere quanto detto.
Siccome non brillo per originalità mi unirò al coro dei ciclocantori primaverili e andrò a ripetere i soliti concetti ecosostenibili e a snocciolare le solite presuntuose perle di saggezza a riguardo delle virtù peculiari della bicicletta, della necessità di un progetto sulla mobilità sostenibile, del bisogno di recuperare una migliore qualità della vita, dell'aria, del territorio.
Tutti discorsi ripetuti cento e cento volte e che a furia di essere ripetuti possono correre il rischio di svuotarsi di interesse e di significato. Ma io sono ostinato e continuo ad attenermi con fiducia ad uno dei pochi insegnamenti utili ricevuti dal mio vecchio insegnante di chimica delle superiori: repetita iuvant. Insegnamento per me utile in tutti i campi dello scibile umano meno che per mandare a memoria le formule chimiche; con buona pace del mio vecchio prof.

Questa primavera però c'è da segnalare una novità: i ciclisti urbani sono sempre di più, sono una realtà in costante aumento, come dicono i giornalisti trendy, e risultano sempre più fastidiosi. Come conseguenza si sentono risuonare con sempre maggiore vigore i tamburi di guerra dell'irritato partito dei ciclocritici.
Pedalando per strada percepisco a volte questo sentimento negativo nei confronti del ciclista (per altro non è da escludere che la mia sia soltanto paranoia). Lo si percepisce anche da certi scritti indecenti che girano in rete o da certi articoli scaturiti dalle penne livorose di certi pseudo intellettuali, se vogliamo così definire i giornalisti, che per lavoro dovrebbero usare l'intelletto.

Se non fosse fastidioso verrebbe anche da ridere a pensare che in tempi come i nostri, attanagliati da un traffico congestionato e paralizzante e da un inquinamento nocivo e insostenibile, c'è chi afferma che uno dei problemi principali delle nostre città siano i ciclisti monelli e le loro poco numerose biciclette, da 10 kg e dai 15 km/h, che in modo più o meno arrogante traballano per le strade.
Strade che attualmente sono di esclusiva proprietà di un numero infinitamente più alto di automobili, ciascuna pesante, inquinante e potenzialmente pericolosa come cento biciclette.
Con questi semplici dati mi sembrerebbe facile capire il rapporto di impatto che hanno bici e auto sul modo di vivere nelle nostre città e restituire una priorità più sensata ai problemi.
Ma forse per qualcuno, miope o in male fede, neanche davanti a questi dati le cose sono facili da capire.

Non che le controversie tra i ciclisti e gli altri utenti della strada siano una novità dei giorni nostri. In una città come Milano anche in passato la convivenza era stata conflittuale. Agli inizi del novecento a causa di una circolazione ciclabile “vivace” si era imposto ai velocipedi un limite di velocità di 12 chilometri l'ora, allineato a quello delle vetture a cavallo (mi chiedo come facessero a rilevare le velocità oltre la norma). In consiglio comunale venne avanzata richiesta di contenere l'uso dei velocipedi perché «troppi sono i velocipedastri che non sanno trattenersi dalla corsa sfrenata».
Insomma a quei tempi la bicicletta era osteggiata perché troppo moderna e troppo veloce ora viene criticata perché considerata obsoleta e, per la sua lentezza, d'intralcio al traffico.
Cambiano i tempi, si ribaltano le prospettive ma la bici, a quanto pare, trova sempre qualcuno a cui rompere le scatole.
In quel lontano consiglio comunale l'assessore Ettore Candiani si oppose con queste parole alla richiesta di limitazioni: «il ciclismo è diventato al giorno d' oggi uno dei mezzi più democratici di trasporto» e le biciclette «rispondono alle più strette necessità della cittadinanza lavoratrice». Parole sante, valide oggi come ieri.

I ciclocritici puntano l'indice accusatorio sull'ipotetica indisciplina dei ciclisti, corresponsabili, a loro dire, della pericolosità delle strade: non montano le luci, non rispettano il codice della strada, pretendono diritti e ignorano doveri, non indossano il giubbino catarifrangente, non portano il casco, sono degli irresponsabili e compagnia bella.
Su una cosa non posso dargli torto, alcune persone che vanno in bici si comportano da maleducati e irresponsabili.
Ma immagino siano le stesse persone che quando salgono in macchina pretendono strada fulminandoti con gli abbaglianti o che a piedi ti urtano per superarti sul marciapiede affollato.
Se una persona è maleducata e irresponsabile, è maleducata e irresponsabile indipendentemente dal mezzo che utilizza. Quindi anche un ciclista può tranquillamente essere un maleducato. Ma parlare di ciclisti in senso generale ha poco senso, incasellare le persone dentro categorie predefinite può essere utile per tentare di fare ordine nel caos del mondo ma è riduttivo e spesso fuorviante.
Io stesso sono ciclista, automobilista e pedone e non posso certo cambiare giudizio sulle altre categorie di me stesso a seconda del mezzo che uso in un dato momento.
E poi ditemi voi, un adolescente a pedali brufoloso e tormentato, un anziano che si sposta in bici per andare a fare la spesa, un amatore domenicale che inguaina una vistosa pancetta da impiegato nella sua tutina multicolore, un ciclante urbano ecologista con i dreadlock, un migrante che non può permettersi altri mezzi di locomozione se non una mountain bike da supermercato, un temerario che si lancia a rotta di collo dai sentieri di montagna, una mamma o un padre che accompagnano i bambini a scuola, uno sfaccendato contemplativo che si perde tra i sentieri di campagna, un pedalatore ritardatario che brucia la svolta a destra per non rischiare di far tardi al lavoro, tutte queste persone, ditemi voi, volete incastrarle a forza nella stessa casella? Li vogliamo chiamare tutti ciclisti e considerarli tutti alla stessa maniera? Cosa hanno altro in comune se non il fatto che si spostano senza inquinare?
Non esistono i ciclisti o gli automobilisti o i pedoni, esistono le persone.
E poi ci sono le biciclette, le automobili e le motociclette.
Ma questo è un altro discorso e magari se ci riusciamo lo facciamo un'altra volta.

Viale Rembrandt