venerdì 26 aprile 2013

La bicicletta e la resistenza, 25 Aprile 2013. Il percorso della memoria


 “A decorrere dal 26 aprile 1944 è fatto divieto   assoluto di circolare con le biciclette anche portate a  mano entro il perimetro della città. Coloro i quali abitano entro il perimetro sopra descritto e, che per ragioni di lavoro, debbono spostarsi con la bicicletta dal luogo del divieto alla periferia e poi far ritorno al centro, dovranno essere muniti di uno speciale dichiarazione della ditta dove lavorano, vidimata dalla questura di Bologna, ma per tutto il perimetro e le strade di divieto dovranno portare la bicicletta a mano con le gomme delle ruote sgonfie, con la catena staccata dalla moltiplica e dal rocchetto”
Così recitava un bando affisso sui muri di Bologna durante i mesi della resistenza.
Fu il primo di questo tenore ma altri comparvero successivamente nelle principali città italiane vietando la circolazione delle biciclette, minacciando l’arresto per l’utilizzo di quello che veniva ritenuto un potenziale strumento di “terrorismo”, un sovversivo mezzo di resistenza civile
E la bicicletta era davvero pericolosamente sovversiva: durante la resistenza partigiana fu un mezzo fondamentale per trasportare documenti e ordini tra le brigate e per coordinare e compiere azioni.

Nelle memorie di partigiane e partigiani il riferimento alle loro bici è frequente: il comandante dei Gap Giovanni Pesce, scrive parlando della sua bicicletta “era come l’aria che respiravo, un mezzo indispensabile per muovermi in modo rapido in ogni frangente”, Marina Addis Saba nel suo libro "Partigiane, Le donne della resistenza" definiva la bicicletta un simbolo di libertà, soprattutto femminile: “Si pedala col vento tra i capelli. Si osserva il paesaggio che scorre veloce, si respira a pieni polmoni, si incontra ogni genere di persone. Si rischia, la staffetta lo sa perfettamente, e questo fa parte della libertà e della scelta che la giovane ha compiuto”.

Imprevedibilmente “sovversiva”, la bicicletta era già stata in passato oggetto di divieti come quello messo in atto dal generale Bava Beccaris durante la sanguinosa repressione dei moti popolari milanesi del maggio 1898, il generale fece affiggere manifesti che decretava il divieto nell'intera provincia di Milano della «circolazione delle Biciclette, Tricicli e Tandems e simili mezzi di locomozione».
La bicicletta strumento di lotta e libertà, alleata dei rivoltosi, strumento in grado di permettere veloce movimento e comunicazione andava fermata.



E' per rendere onore a queste memorie che oggi le vie della mia città si sono riempite di biciclette. In tanti abbiamo partecipato alla manifestazione “Il percorso della memoria” una sgambata attraverso i luoghi che ricordano l’esperienza della lotta partigiana a Lainate.
Bicicletta e resistenza, partendo da questo binomio le associazioni ANPI, Il filo della memoria, Ciclopolis, ACLI, LIBERA, hanno organizzato questo evento per la giornata del 25 Aprile.
Ad ogni tappa animazioni teatrali, letture e canzoni legati ai temi della lotta di liberazione”.
Ed ogni tappa la testimonianza e la rappresentazione di quei giorni difficili e il rischio di cedere alla commozione. Un esercizio di gambe e di memoria per non dimenticare le migliaia di persone che hanno combattuto per la libertà rischiando e in molti casi sacrificando la propria vita e per ricordarci dell’importanza del 25 Aprile nella storia d’Italia”.
E noi pedaliamo gratificati da una splendida giornata di sole e convinti che l'addestramento della memoria sia un grande valore da condividere e non un vuoto esercizio di retorica.
Pedalando si è voluto rendere omaggio alla bicicletta e alle staffette partigiane che con questo mezzo di trasporto hanno dato un contributo fondamentale alla Resistenza.
L’obbiettivo era quello di far rivivere, nei luoghi che hanno visto passare un importante pezzo di storia del nostro paese, i contenuti, le idee e gli episodi che hanno portato alla sconfitta del fascismo e alla liberazione del paese dall’invasione nazista.
Il mezzo usato per spostarci, la bicicletta, ci è parso quello migliore per riaffermare la volontà di una mobilità nuova e sostenibile: la bicicletta è un mezzo veloce per spostarsi, un mezzo per socializzare ma anche per resistere contro i principi di una società dove la velocità degli spostamenti prevale sul benessere e sul risparmio”. E' un peccato che non sia riuscito a convincere i miei bimbi a partecipare. Confido nel prossimo 25 aprile.


domenica 14 aprile 2013

A volte ritornano. La primavera, i ciclocritici, i velocipedastri e la politica (parte prima)


Per quest'anno sembrava non avesse alcuna intenzione di farsi rivedere dalle nostre parti. Considerata l'aria che tira non la si può biasimare.
Ma dopo tanta attesa la primavera è finalmente tornata. E' ufficiale, lo affermano i meteorologi e ho anche visto una rondine.
E insieme alla primavera ritornano, puntuali come lo sbocciare dei fiori e le allergie ai pollini, gli immancabili discorsi sul tema della bicicletta e della mobilità sostenibile.
Ritorna la primavera, ritornano le rondini, ritornano i consueti discorsi e con loro ritorno pure io su questo blog. Lo avevo promesso con poca convinzione lo scorso inverno (o minacciato, a seconda dei punti di vista) e ora provo a mantenere quanto detto.
Siccome non brillo per originalità mi unirò al coro dei ciclocantori primaverili e andrò a ripetere i soliti concetti ecosostenibili e a snocciolare le solite presuntuose perle di saggezza a riguardo delle virtù peculiari della bicicletta, della necessità di un progetto sulla mobilità sostenibile, del bisogno di recuperare una migliore qualità della vita, dell'aria, del territorio.
Tutti discorsi ripetuti cento e cento volte e che a furia di essere ripetuti possono correre il rischio di svuotarsi di interesse e di significato. Ma io sono ostinato e continuo ad attenermi con fiducia ad uno dei pochi insegnamenti utili ricevuti dal mio vecchio insegnante di chimica delle superiori: repetita iuvant. Insegnamento per me utile in tutti i campi dello scibile umano meno che per mandare a memoria le formule chimiche; con buona pace del mio vecchio prof.

Questa primavera però c'è da segnalare una novità: i ciclisti urbani sono sempre di più, sono una realtà in costante aumento, come dicono i giornalisti trendy, e risultano sempre più fastidiosi. Come conseguenza si sentono risuonare con sempre maggiore vigore i tamburi di guerra dell'irritato partito dei ciclocritici.
Pedalando per strada percepisco a volte questo sentimento negativo nei confronti del ciclista (per altro non è da escludere che la mia sia soltanto paranoia). Lo si percepisce anche da certi scritti indecenti che girano in rete o da certi articoli scaturiti dalle penne livorose di certi pseudo intellettuali, se vogliamo così definire i giornalisti, che per lavoro dovrebbero usare l'intelletto.

Se non fosse fastidioso verrebbe anche da ridere a pensare che in tempi come i nostri, attanagliati da un traffico congestionato e paralizzante e da un inquinamento nocivo e insostenibile, c'è chi afferma che uno dei problemi principali delle nostre città siano i ciclisti monelli e le loro poco numerose biciclette, da 10 kg e dai 15 km/h, che in modo più o meno arrogante traballano per le strade.
Strade che attualmente sono di esclusiva proprietà di un numero infinitamente più alto di automobili, ciascuna pesante, inquinante e potenzialmente pericolosa come cento biciclette.
Con questi semplici dati mi sembrerebbe facile capire il rapporto di impatto che hanno bici e auto sul modo di vivere nelle nostre città e restituire una priorità più sensata ai problemi.
Ma forse per qualcuno, miope o in male fede, neanche davanti a questi dati le cose sono facili da capire.

Non che le controversie tra i ciclisti e gli altri utenti della strada siano una novità dei giorni nostri. In una città come Milano anche in passato la convivenza era stata conflittuale. Agli inizi del novecento a causa di una circolazione ciclabile “vivace” si era imposto ai velocipedi un limite di velocità di 12 chilometri l'ora, allineato a quello delle vetture a cavallo (mi chiedo come facessero a rilevare le velocità oltre la norma). In consiglio comunale venne avanzata richiesta di contenere l'uso dei velocipedi perché «troppi sono i velocipedastri che non sanno trattenersi dalla corsa sfrenata».
Insomma a quei tempi la bicicletta era osteggiata perché troppo moderna e troppo veloce ora viene criticata perché considerata obsoleta e, per la sua lentezza, d'intralcio al traffico.
Cambiano i tempi, si ribaltano le prospettive ma la bici, a quanto pare, trova sempre qualcuno a cui rompere le scatole.
In quel lontano consiglio comunale l'assessore Ettore Candiani si oppose con queste parole alla richiesta di limitazioni: «il ciclismo è diventato al giorno d' oggi uno dei mezzi più democratici di trasporto» e le biciclette «rispondono alle più strette necessità della cittadinanza lavoratrice». Parole sante, valide oggi come ieri.

I ciclocritici puntano l'indice accusatorio sull'ipotetica indisciplina dei ciclisti, corresponsabili, a loro dire, della pericolosità delle strade: non montano le luci, non rispettano il codice della strada, pretendono diritti e ignorano doveri, non indossano il giubbino catarifrangente, non portano il casco, sono degli irresponsabili e compagnia bella.
Su una cosa non posso dargli torto, alcune persone che vanno in bici si comportano da maleducati e irresponsabili.
Ma immagino siano le stesse persone che quando salgono in macchina pretendono strada fulminandoti con gli abbaglianti o che a piedi ti urtano per superarti sul marciapiede affollato.
Se una persona è maleducata e irresponsabile, è maleducata e irresponsabile indipendentemente dal mezzo che utilizza. Quindi anche un ciclista può tranquillamente essere un maleducato. Ma parlare di ciclisti in senso generale ha poco senso, incasellare le persone dentro categorie predefinite può essere utile per tentare di fare ordine nel caos del mondo ma è riduttivo e spesso fuorviante.
Io stesso sono ciclista, automobilista e pedone e non posso certo cambiare giudizio sulle altre categorie di me stesso a seconda del mezzo che uso in un dato momento.
E poi ditemi voi, un adolescente a pedali brufoloso e tormentato, un anziano che si sposta in bici per andare a fare la spesa, un amatore domenicale che inguaina una vistosa pancetta da impiegato nella sua tutina multicolore, un ciclante urbano ecologista con i dreadlock, un migrante che non può permettersi altri mezzi di locomozione se non una mountain bike da supermercato, un temerario che si lancia a rotta di collo dai sentieri di montagna, una mamma o un padre che accompagnano i bambini a scuola, uno sfaccendato contemplativo che si perde tra i sentieri di campagna, un pedalatore ritardatario che brucia la svolta a destra per non rischiare di far tardi al lavoro, tutte queste persone, ditemi voi, volete incastrarle a forza nella stessa casella? Li vogliamo chiamare tutti ciclisti e considerarli tutti alla stessa maniera? Cosa hanno altro in comune se non il fatto che si spostano senza inquinare?
Non esistono i ciclisti o gli automobilisti o i pedoni, esistono le persone.
E poi ci sono le biciclette, le automobili e le motociclette.
Ma questo è un altro discorso e magari se ci riusciamo lo facciamo un'altra volta.

Viale Rembrandt