A volte ritornano. La primavera, i ciclocritici, i velocipedastri e la politica (parte prima)


Per quest'anno sembrava non avesse alcuna intenzione di farsi rivedere dalle nostre parti. Considerata l'aria che tira non la si può biasimare.
Ma dopo tanta attesa la primavera è finalmente tornata. E' ufficiale, lo affermano i meteorologi e ho anche visto una rondine.
E insieme alla primavera ritornano, puntuali come lo sbocciare dei fiori e le allergie ai pollini, gli immancabili discorsi sul tema della bicicletta e della mobilità sostenibile.
Ritorna la primavera, ritornano le rondini, ritornano i consueti discorsi e con loro ritorno pure io su questo blog. Lo avevo promesso con poca convinzione lo scorso inverno (o minacciato, a seconda dei punti di vista) e ora provo a mantenere quanto detto.
Siccome non brillo per originalità mi unirò al coro dei ciclocantori primaverili e andrò a ripetere i soliti concetti ecosostenibili e a snocciolare le solite presuntuose perle di saggezza a riguardo delle virtù peculiari della bicicletta, della necessità di un progetto sulla mobilità sostenibile, del bisogno di recuperare una migliore qualità della vita, dell'aria, del territorio.
Tutti discorsi ripetuti cento e cento volte e che a furia di essere ripetuti possono correre il rischio di svuotarsi di interesse e di significato. Ma io sono ostinato e continuo ad attenermi con fiducia ad uno dei pochi insegnamenti utili ricevuti dal mio vecchio insegnante di chimica delle superiori: repetita iuvant. Insegnamento per me utile in tutti i campi dello scibile umano meno che per mandare a memoria le formule chimiche; con buona pace del mio vecchio prof.

Questa primavera però c'è da segnalare una novità: i ciclisti urbani sono sempre di più, sono una realtà in costante aumento, come dicono i giornalisti trendy, e risultano sempre più fastidiosi. Come conseguenza si sentono risuonare con sempre maggiore vigore i tamburi di guerra dell'irritato partito dei ciclocritici.
Pedalando per strada percepisco a volte questo sentimento negativo nei confronti del ciclista (per altro non è da escludere che la mia sia soltanto paranoia). Lo si percepisce anche da certi scritti indecenti che girano in rete o da certi articoli scaturiti dalle penne livorose di certi pseudo intellettuali, se vogliamo così definire i giornalisti, che per lavoro dovrebbero usare l'intelletto.

Se non fosse fastidioso verrebbe anche da ridere a pensare che in tempi come i nostri, attanagliati da un traffico congestionato e paralizzante e da un inquinamento nocivo e insostenibile, c'è chi afferma che uno dei problemi principali delle nostre città siano i ciclisti monelli e le loro poco numerose biciclette, da 10 kg e dai 15 km/h, che in modo più o meno arrogante traballano per le strade.
Strade che attualmente sono di esclusiva proprietà di un numero infinitamente più alto di automobili, ciascuna pesante, inquinante e potenzialmente pericolosa come cento biciclette.
Con questi semplici dati mi sembrerebbe facile capire il rapporto di impatto che hanno bici e auto sul modo di vivere nelle nostre città e restituire una priorità più sensata ai problemi.
Ma forse per qualcuno, miope o in male fede, neanche davanti a questi dati le cose sono facili da capire.

Non che le controversie tra i ciclisti e gli altri utenti della strada siano una novità dei giorni nostri. In una città come Milano anche in passato la convivenza era stata conflittuale. Agli inizi del novecento a causa di una circolazione ciclabile “vivace” si era imposto ai velocipedi un limite di velocità di 12 chilometri l'ora, allineato a quello delle vetture a cavallo (mi chiedo come facessero a rilevare le velocità oltre la norma). In consiglio comunale venne avanzata richiesta di contenere l'uso dei velocipedi perché «troppi sono i velocipedastri che non sanno trattenersi dalla corsa sfrenata».
Insomma a quei tempi la bicicletta era osteggiata perché troppo moderna e troppo veloce ora viene criticata perché considerata obsoleta e, per la sua lentezza, d'intralcio al traffico.
Cambiano i tempi, si ribaltano le prospettive ma la bici, a quanto pare, trova sempre qualcuno a cui rompere le scatole.
In quel lontano consiglio comunale l'assessore Ettore Candiani si oppose con queste parole alla richiesta di limitazioni: «il ciclismo è diventato al giorno d' oggi uno dei mezzi più democratici di trasporto» e le biciclette «rispondono alle più strette necessità della cittadinanza lavoratrice». Parole sante, valide oggi come ieri.

I ciclocritici puntano l'indice accusatorio sull'ipotetica indisciplina dei ciclisti, corresponsabili, a loro dire, della pericolosità delle strade: non montano le luci, non rispettano il codice della strada, pretendono diritti e ignorano doveri, non indossano il giubbino catarifrangente, non portano il casco, sono degli irresponsabili e compagnia bella.
Su una cosa non posso dargli torto, alcune persone che vanno in bici si comportano da maleducati e irresponsabili.
Ma immagino siano le stesse persone che quando salgono in macchina pretendono strada fulminandoti con gli abbaglianti o che a piedi ti urtano per superarti sul marciapiede affollato.
Se una persona è maleducata e irresponsabile, è maleducata e irresponsabile indipendentemente dal mezzo che utilizza. Quindi anche un ciclista può tranquillamente essere un maleducato. Ma parlare di ciclisti in senso generale ha poco senso, incasellare le persone dentro categorie predefinite può essere utile per tentare di fare ordine nel caos del mondo ma è riduttivo e spesso fuorviante.
Io stesso sono ciclista, automobilista e pedone e non posso certo cambiare giudizio sulle altre categorie di me stesso a seconda del mezzo che uso in un dato momento.
E poi ditemi voi, un adolescente a pedali brufoloso e tormentato, un anziano che si sposta in bici per andare a fare la spesa, un amatore domenicale che inguaina una vistosa pancetta da impiegato nella sua tutina multicolore, un ciclante urbano ecologista con i dreadlock, un migrante che non può permettersi altri mezzi di locomozione se non una mountain bike da supermercato, un temerario che si lancia a rotta di collo dai sentieri di montagna, una mamma o un padre che accompagnano i bambini a scuola, uno sfaccendato contemplativo che si perde tra i sentieri di campagna, un pedalatore ritardatario che brucia la svolta a destra per non rischiare di far tardi al lavoro, tutte queste persone, ditemi voi, volete incastrarle a forza nella stessa casella? Li vogliamo chiamare tutti ciclisti e considerarli tutti alla stessa maniera? Cosa hanno altro in comune se non il fatto che si spostano senza inquinare?
Non esistono i ciclisti o gli automobilisti o i pedoni, esistono le persone.
E poi ci sono le biciclette, le automobili e le motociclette.
Ma questo è un altro discorso e magari se ci riusciamo lo facciamo un'altra volta.

Commenti

  1. Massimiliano Boetti15 aprile 2013 07:01

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    Le biciclette devono rispettare delle regole, come spesso non fanno.. troppe volte vedo ancora bici in contromano, sui marciapiedi.. ecc..

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  2. Marino Steffenini15 aprile 2013 11:17

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    contromano in molti posti è consentito, sul marciapiedi è consentito con attenzione ai passanti... è nelle strade che NON è consentito circolare in bici... poi succede che un'autista apra una portiera distrattamente e il ciclista va sotto il tram....

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  3. Massimiliano Boetti15 aprile 2013 13:15

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    "Gli automobilisti sono deprecabili Marino, quel ragazzino sotto il tram me lo ricordo, e quel tipo lo avrei strozzato con le mie mani.. ma ti assicuro che l'imprudenza di molti ciclisti non sfocia in incidenti a volte per puro caso.."

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  4. Marco Marmaz Mazzei15 aprile 2013 14:16

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    poi c'è sempre la non sottile differenza che corre tra un maleducato o un distratto alla guida di un mezzo che a 50 km/h matematicamente ti ammazza e un maleducato o un distratto alla guida di un mezzo che al massimo ti rompe una gamba; non che sia una cosa bella, ovviamente, però il tema non sono le persone, secondo me, ma precisamente il mezzo

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  5. Massimiliano Boetti15 aprile 2013 14:18

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    completamente in disaccordo..è come dire che un bandito col coltello è meno pericoloso di uno con la pistola..uno stronzo è stronzo in macchina come in bici (o in moto)..è la cultura di base che manca..sono meno pericolosi tutti quei neri (non sono per niente razzista ma un nero vestito di nero di notte cazzo non si vede)..che circolano per i paesi? sono meno pericolosi i ciclisti che non si fermano ai semafori rossi perchè sembra che perdano la maglia rosa? sono meno pericolosi quei ciclisti che fanno le curve "raso muro"" su un marciapiede frequentato da mamme in carrozzina?

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  6. Marco Marmaz Mazzei15 aprile 2013 14:21

    Da Facebook:

    mi dispiace che tu sia in disaccordo, ma lo sei con la logica e l'evidenza, non con me: un bandito disarmato è meno pericoloso di un bandito armato

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  7. Massimiliano Boetti15 aprile 2013 14:23

    Da facebook:

    non voglio prolungare una polemica sterile con le notizie che arrivano da Boston.. vado al lavoro in bicicletta e vado piano in auto.. volevo solo dire che molti ciclisti si credono, al pari di certi automobilisti, immuni alle regole..se questo è contro la logica allora sono illogico...

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  8. Il mio punto di vista è da ciclista, ciclista urbana quotidiana per la precisione.
    E' vero che la maleducazione risiede in ogni categoria, esiste l'automobilista che ti fa passare e saluta pure, esiste il ciclista che ti manda a fanculo anche se sei raggiante come il sole e rispetti tutte le regole.

    Però il problema è la riconoscibilità del flusso ciclabile: i conflitti nascono perché essere ciclisti significa risiedere in una terra di mezzo fatta da corsie ciclabili che si interrompono in mezzo a strade, quindi fatta da percorsi che devi alternare e condividere o con persone a piedi (che ti odiano) o con macchine (che ti odiano). Ma il culmine arriva quando loro invadono quel poco spazio che ti hanno riservato (strozzato) e appena tu li odi e lo fai presente, loro ti rimproverano: "ma se siete sempre sul marciapiede".
    Tutti i giorni lo sento: tra uno slalom tra il pavè, le rotaie del tram e la gente in via Dante a Milano "le bici non vanno sul marciapiede" la signora in crisi d'astinenza, "e vai un po' più in mezzo alla strada no, cretina?" ..il ragazzino 18enne con la minicooper del papi. Io rischio la vita tutti i giorni perché per me un posto non esiste!
    Cosa posso rispondere al signore che cammina sulla pista ciclabile con tanto di marciapiede accanto? Dopo che gli ho detto di spostarsi, di utilizzare il SUO spazio, e lui mi ha risposto "ma se siete tutti i giorni sul marciapiede?"... sto zitta, perché 50m più in là quella pista finisce e io però devo andare oltre e invado: invado lo spazio del pedone e quello dell'automobilista. E loro mi odiano. E, agli atti: hanno pure ragione.

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  9. da facebook:

    Perché la Gente si aspetti che i ciclisti siano (o debbano essere) generalmente più educati e ligi alle regole degli altri (leggi automobilisti) per me è un mistero. Rimane il fatto incontestabile che, per quanto stronzi o scriteriati, non abbiamo MAI ammazzato nessuno.

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