venerdì 31 maggio 2013

Tra il Naviglio Grande e il Parco del Ticino (parte seconda)

....“Ma dove minchia è finito 'sto fiume” mi domando dopo aver pedalato a lungo su un sentiero tortuoso ostruito dall'erba alta. Ho perso l'orientamento, il bosco è così scuro, la vegetazione talmente fitta e del fiume non pare esservi traccia che comincio a temere di aver perso la direzione. Non voglio darlo a vedere, è una questione di orgoglio, per cui ostento una sicurezza che rischio di perdere del tutto fino a che la luce filtra dalla boscaglia e ci ritroviamo sopra l'argine.
Nel medesimo punto dove, qualche mese addietro, avevo assistito ad una gustosa scenetta.
Mentre facciamo rimbalzare i sassi piatti sul pelo dell'acqua racconto a Marco quella scenetta di cui mi ero completamente dimenticato:
Sto scendendo di sella per risalire in cima all'argine e vedo venirmi incontro una coppia. Trentenni più o meno. Lei davanti a piedi, un paio di attillati fuseaux neri da podista, lui dietro, in sella a una mountain bike da supermercato.
Lei ha un'espressione inviperita e lui quella moderatamente contrita di chi si è accorto di averla fatta grossa e pensa che la strategia migliore sia quella di sdrammatizzare.
Sei un cafone” ringhia lei, non così a bassa voce da impedirmi di udirla, “sei sempre a criticare, adesso lo chiedo al primo che passa se la pensa come te, mi tiro giù i pantaloni e glielo chiedo a lui se il mio culone e così grosso come dici”.
Il primo che passa, evidentemente, non posso che essere io, non ci sono molte altre alternative in mezzo a quel bosco ubertoso, mi rendo subito conto che devo essere viola dall'imbarazzo.
Ci troviamo contemporaneamente ai piedi della salita verso l'argine, assumo l'espressione più neutral-cortese che ho in repertorio e evito di incrociare lo sguardo della bionda inviperita.
Lo sguardo di lui non posso evitarlo ed è quello di un bimbo che chiede comprensione. Sorrido per lasciare a loro la precedenza. Lei prende i gradini scavati nel terreno, lui scende e spinge la bici a mano.
Non ho potuto esimermi dal gettare uno sguardo fugace al fondoschiena della bionda ringhiante ed ho pensato che qualsiasi critica quel tipo avesse rivolto a quel presunto culone non solo era una critica ingenerosa ma assolutamente immotivata”.
Marco se la ride immaginando la mia faccia paonazza per l'imbarazzo e stacca un lancio da sei rimbalzi.

Ripartiamo diretti verso nord. Per un buon tratto lo sterrato costeggia il fiume regalandoci una vista ampia e luminosa. Il Ticino scorre una decina di metri più in basso, l'acqua è straordinariamente limpida e regala riflessi argentei. L'ampio greto è formato da ciottoli immacolati che suonano nella corrente. Il Ticino è veramente un bel fiume, forse perché nasce in svizzera?
Ci godiamo il sole in faccia e la quiete di una andatura bucolica fino a quando un rombo sordo accompagnato da ripetuti fischi da mandriano ci aggredisce alle spalle: quattro cicloagonisti, per i quali evidentemente rappresentiamo un fastidioso ostacolo pretendono strada.
Ci facciamo da parte ed io mi volto teatralmente per mostrare il mio sguardo infastidito.
La mandria sbuffante ci sfila a fianco senza degnarci di un cenno di gratitudine, i loro impenetrabili occhiali da sole lanciano bagliori metallici, evidentemente considerano la strada di proprietà assoluta di chi va più veloce.

Devo averlo già detto ma mi ripeto: per la necessità di cercare un minimo di chiarezza nel caos del mondo l'essere umano tende da un lato a catalogare i propri simili in macro gruppi per definirne le identità e per chiarirle, dall'altra tende a sottolineare le differenze per un desiderio di unicità.
Ecco i cicloagonisti prepotenti faranno anche parte del macrogruppo dei fratelli di bicicletta ma faccio fatica a sopportarli.
Inguainati nelle loro aderenti tutine multicolore, i cicloagonisti in genere cavalcano mountain bike progettate per lanciarsi da strapiombi di alta quota e con questi puledri tecnologici sfogano il proprio eccesso di testosterone azzannando lo sterrato di sentieri ciclabili generalmente destinati a svagate famigliole, a passeggiatori incantati e distratti, a imbolsiti pedalatori della domenica. Frequentemente i cicloagonisti si muovono in branchi compatti, in orde ansimanti e sudate seguite da nugoli di polvere e inseguite dagli improperi lanciati dalle summenzionate famigliole svagate, dai passeggiatori incauti e dai pedalatori imbolsiti. Il cicloagonista è l'esemplare di una specie umana che guarda soltanto dritto davanti a se, mai di lato o intorno, impegnato in una perenne sfida con se stesso e con i propri simili, attività questa che gli impedisce di sorridere o divertirsi o godere se non nel proprio masochistico modo di resistere alla fatica. Di rado alza lo sguardo dal tachimetro, di rado concede un'occhiata al panorama circostante.
Lo ammetto, forse si tratta di una descrizione esagerata ma è questo quello che ho pensato mentre guardavo la mandria allontanarsi e mentalmente li mandavo a cagare.

Arrivati ad un bivio sorvegliato da alcuni provvidenziali cartelli segnaletici colorati abbandoniamo il lungo fiume è imbocchiamo una campestre tra file ordinate di pioppi che ci scorteranno fino al naviglio.
Spuntiamo all'altezza di Robecchetto con Induno di fronte all'ennesimo antico ponte in pietra. Ci fermiamo ad una fontanella per riempire le borracce e ci avviciniamo ad un uomo armato di pennelli, tavolozza, ampia tela e cavalletto.
Basta un complimento all'abbozzo di dipinto per far partire la conversazione. Aldo, questo è il nome del pittore dilettante, è nato da queste parti e si diletta a dipingere scorci caratteristici del Naviglio.
Marco è in vena poetica e decanta la bellezza dei luoghi e la fortuna di viverci. Io gli vado a ruota e probabilmente esagero con le lodi. Insomma siamo contenti e lo dimostriamo.
Aldo ne è lusingato, e si vede, ma da buon lombardo disincantato ci racconta che quando lui era ragazzo le acque del naviglio in quella zona erano putride e l'aria irrespirabile a causa degli sversamenti di lavorazione delle concerie di pellame che sorgevano numerose lì intorno.
Aldo ci saluta con una stretta di mano che definire vigorosa risulterebbe un eufemismo e con il sole alle spalle che allunga le nostre ombre sull'asfalto della ciclabile ci dirigiamo soddisfatti alla macchina.
Per chiudere nel migliore dei modi la giornata evitando qualsiasi lamentela per il ritorno non mancherò di imboccare l'autostrada.

martedì 28 maggio 2013

Tra il Naviglio Grande e il Parco del Ticino (parte prima)

Marco getta occhiate distratte ai campi coltivati che scivolano veloci dietro il vetro del finestrino.
Si lamenta ad alta voce; come suo solito, mi viene da dire.
Non ha digerito il fatto che io, ignorando i suoi consigli, non abbia imboccato l'autostrada e mi sia avventurato lungo strade secondarie che attraversano campagne monotone e paesini anonimi a lui sconosciuti. In questo modo, a suo giudizio, avrei allungato il tragitto addirittura di un quarto d'ora.
Mi azzardo a spiegargli, con l'accortezza ironica che sono solito usare con lui in questi casi, che 15 minuti sono un'inezia se confrontati con il ritmo delle stagioni.
La sua reazione alle mie argomentazioni filosofiche non è altrettanto ironica.
Finalmente, con un ritardo di 15 minuti sulla tabella di marcia, raggiungiamo Castelletto di Cuggiono. Scelgo di parcheggiare nella piazzetta alta per una questione puramente scenografica: voglio che Marco venga sedotto dalla bellezza dello scorcio che la discesa verso il naviglio ci regalerà.
Montiamo in sella alle nostre biciclette proprio davanti ai cancelli arrugginiti di villa Clerici.
Era una delle numerose “Ville di Delizia” affacciate sul Naviglio Grande, meta di villeggiatura della nobiltà milanese nei secoli passati. Ora è disabitata e abbandonata alle ingiurie del tempo. Marco, che di mestiere fa l'architetto, si aggrappa alle inferriate per osservare meglio il vialetto di ingresso invaso dalle erbacce e la facciata scrostata. Scuota la testa sconsolato e si lascia scappare un sospiro.
Anche in queste condizioni la villa rimane comunque un notevole esempio di architettura seicentesca, sopratutto nel lato che affaccia sul naviglio, impreziosito da una scalinata monumentale che porta alla zona dell'imbarcadero.
Scendiamo cauti lungo l'acciottolato e la discesa scenografica produce l'effetto sperato: “che bel posto” si lascia sfuggire Marco regalandomi la soddisfazione di un apprezzamento.
Attraversiamo l'antico ponte in pietra che scavalca il Naviglio e tiriamo dritto in direzione del Ticino infilando uno sterrato che si perde nel bosco.

Siamo all'interno del Parco Lombardo della Valle del Ticino, nato nel 1974 per tutelare il fiume e i numerosi ambienti naturali presenti lungo il suo corso. Ho letto che il Parco “ si estende dal Lago Maggiore fino alla confluenza con il fiume Po, per una superficie complessiva di circa 91.000 ettari e interessa 47 Comuni nelle Province di Varese, Milano e Pavia ed  ha l'obiettivo di conciliare le esigenze della protezione ambientale con quelle sociali ed economiche delle numerose comunità presenti nell'area, una delle più densamente popolate d'Italia, applicando un sistema di protezione differenziata alle aree naturali, agricole e urbane“.

Io sono un ruminante del pedale. Rumino chilometri con la lenta metodicità di una mucca al pascolo. Il Marco, al contrario, ha una andatura schizofrenica, fatta di repentine accelerazioni e irritanti surplace e siccome a lui piace imporre la propria andatura è naturale che lui stia davanti e io lo segua a ruota, sebbene sia io quello che conosce la strada. E' una questione di carattere, immagino, più di una volta mi ha detto che sapersi imporre è il suo unico talento.
Rimane davanti fino a quando, lungo un sentierino che si fa strada a stento nel folto sottobosco,  incrociamo un'enorme pozzanghera impossibile da circumnavigare rimanendo in sella.
Strategicamente mi lascia il passo costringendomi ad affrontare per primo l'attraversamento di quella palude.
Il risultato è che rimarrò con scarpe e calze fradice e infangate fino al rientro.
Siccome sono dispettoso a lui ho urlato, dopo essermi trascinato oltre il guado, che era abbordabile e che poteva affrontarlo con fiducia. Così impara a fare lo stratega....(continua)

venerdì 10 maggio 2013

A volte ritornano. La primavera, i ciclocritici, i velocipedastri e la politica (parte seconda)

Mi ero illuso. A questo punto, mentre scosto le tende per guardare fuori dalla finestra l'ennesimo acquazzone, mi viene il dubbio che non fosse una rondine quella che avevo creduto di vedere. Probabilmente si trattava di un qualche autunnale uccello del malaugurio.
Aggiungiamoci anche la presa di coscienza che la meteorologia è una scienza empirica troppo approssimativa e che delle previsioni a medio termine dei meteorologi non bisogna fidarsi affatto.
Fatto sta che questa benedetta primavera latita, continua ad illudere e a farsi desiderare.
E se qualcuno, come il sottoscritto, sperava che sarebbe stata la primavera della bicicletta rischia di rimare deluso. Parte malissimo o, nella migliore delle ipotesi, parte con enorme ritardo, troppa acqua dal cielo rischia di scoraggiare i neociclanti indecisi.
Questo a livello generale sotto il cielo di Milano, mentre a livello personale un persistente problema intestinale da settimane mi scombussola le viscere sconsigliandoli di affrontare pedalate impegnative.
Insomma sono deluso, scoraggiato e fisicamente spossato.

Ma sforzandomi di combattere questa mia disillusione tenterò comunque di dipanare il filo del discorso iniziato nel post precedente.
L’argomento era la crescente mal sopportazione nei confronti dei ciclisti.
Bisognerebbe cercare innanzitutto di capire da dove nasca questa insofferenza che spesso si trasforma in ostilità.
L’egregio Alfredo Drufuca lo ha ben spiegato in un suo scritto, è inutile che io mi ingegni a cercare altre parole per dire male le cose che lui ha detto benissimo, per cui lo citerò testualmente: “credo..(che il problema)..possa essere riassunto nel disordine intrinseco nel moto del ciclista, dagli effetti tanto più disorientanti ed ansiogeni quanto maggiore è il numero di ciclisti sulla strada.
L’automobilista riconosce nei suoi simili comportamenti per lui normalmente ben prevedibili e quindi facilmente controllabili, governati come sono da regole scritte per (da) loro stessi nonchè dall’omologazione cinematica e dalle conseguenti leggi inerziali che, con le masse e le velocità in gioco, costituiscono un fattore intrinseco di ordine.
Il ciclista invece non esprime quest’ordine: la sua traiettoria è meno rettilinea; il fatto che sia costretto a percorrere corridoi zeppi di insidie (un automobilista può stare lontano dalle auto in sosta che aprono portiere, non affronta le buche ed i tombini che si accumulano lungo i margini delle strade) gli impone improvvisi scarti; le sue velocità sono basse il che gli impedisce di “negoziare” le manovre necessarie ad esempio per svoltare a sinistra o percorrere una rotatoria; la sua visibilità è minore …”
Insomma “le due ruote sono viste come un intralcio al traffico e non come la base per decongestionarlo“ tanto per regalarmi un'altra citazione, questa volta scippata al maestro Paolo Rumiz.

Di fronte a questa ostilità in alcuni ciclopaladini scatta per riflesso l’avversione nei confronti delle automobili e degli automobilisti. Avversione che trovo controproducente oltre che ingiusta.
Concentriamoci sulle bici e lasciamo le auto in secondo piano.
Se si vuole lavorare in modo che sbocci la primavera della bicicletta e dopo di lei tutte le altre stagioni a venire non mi pare strategicamente vincente scagliarsi contro auto e automobilisti considerandoli nemici da eliminare. Strategia, a mio giudizio, controproducente e foriera di sventure come quella di un ipotetico centro-sinistra che si incaponisca a indicare, non a torto, l’impresentabilità dell’avversario e perda di vista se stesso e i propri valori andando a sbattere contro il muro della storia .
Il problema è il settarismo, lo scontro con l'altro e la certezza assoluta di essere sempre dalla parte del giusto. Se vogliamo fare partire una rivoluzione di civiltà non possiamo farla partendo da una contrapposizione con gli altri utenti della strada. Le contrapposizioni sono il preludio agli scontri e non mi pare furbo scontrarsi con gli automobilisti, e intendo anche in senso figurato
Forse esistono obiettivi migliori verso i quali i ciclopaladini possono indirizzare la propria indole battagliera e polemica .
Uno di questi è il modo di amministrare e progettare lo spazio delle nostre città
Perché se da una parte esiste una popolazione all’interno della quale continua ad aumentare il desiderio di una mobilità ciclabile e sostenibile dall’altra esiste una amministrazione pubblica colpevolmente in ritardo su questo campo
Le città italiane a partire dalla ricostruzione post bellica sono state ridisegnate e riprogettate in funzione delle auto e tutto ciò che non è auto o viene confinato sul marciapiede o viene considerato un intralcio.
C’è bisogno di un’inversione di rotta che comporti innanzi tutto un cambio radicale di mentalità da parte di chi ci amministra, un impegno ecologico che abbandoni gli schemi mentali e di comportamento seguiti fino ad ora.
La politica non può accontentarsi di volare rasoterra limitandosi a gestire solo il qui e ora ma dovrebbe avere il coraggio di volare alto, di aprirsi a orizzonti più vasti, di immaginare e realizzare un’urbanistica nuova. La politica non può limitarsi a compire azioni che si adeguino alle circostanze esistenti ma deve porre le condizioni per permettere che ciò che attualmente è impossibile diventi possibile domani.
Mi rendo conto che sto sbandando paurosamente verso il lirico e che forse questo ultime righe altro non sono che un vuoto esercizio di retorica ma mi servivano per rendere congrue le dimensioni di questo post .

Posso quindi terminare con le parole che avrebbe usato il buon vecchio Marx: “Uno spettro si aggira per l'Europa: lo spettro del ciclismo urbano. Tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una sacra caccia alle streghe contro questo spettro: il papa e lo zar, Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi. Ciclanti di tutto il mondo unitevi.
Ciclopaladini di tutto il mondo limitate le vostre invettive contro gli automobilisti maleducati e indirizzate le vostre energie per pretendere dalla politica risposte concrete.”


Viale Rembrandt