Tra il Naviglio Grande e il Parco del Ticino (parte seconda)

....“Ma dove minchia è finito 'sto fiume” mi domando dopo aver pedalato a lungo su un sentiero tortuoso ostruito dall'erba alta. Ho perso l'orientamento, il bosco è così scuro, la vegetazione talmente fitta e del fiume non pare esservi traccia che comincio a temere di aver perso la direzione. Non voglio darlo a vedere, è una questione di orgoglio, per cui ostento una sicurezza che rischio di perdere del tutto fino a che la luce filtra dalla boscaglia e ci ritroviamo sopra l'argine.
Nel medesimo punto dove, qualche mese addietro, avevo assistito ad una gustosa scenetta.
Mentre facciamo rimbalzare i sassi piatti sul pelo dell'acqua racconto a Marco quella scenetta di cui mi ero completamente dimenticato:
Sto scendendo di sella per risalire in cima all'argine e vedo venirmi incontro una coppia. Trentenni più o meno. Lei davanti a piedi, un paio di attillati fuseaux neri da podista, lui dietro, in sella a una mountain bike da supermercato.
Lei ha un'espressione inviperita e lui quella moderatamente contrita di chi si è accorto di averla fatta grossa e pensa che la strategia migliore sia quella di sdrammatizzare.
Sei un cafone” ringhia lei, non così a bassa voce da impedirmi di udirla, “sei sempre a criticare, adesso lo chiedo al primo che passa se la pensa come te, mi tiro giù i pantaloni e glielo chiedo a lui se il mio culone e così grosso come dici”.
Il primo che passa, evidentemente, non posso che essere io, non ci sono molte altre alternative in mezzo a quel bosco ubertoso, mi rendo subito conto che devo essere viola dall'imbarazzo.
Ci troviamo contemporaneamente ai piedi della salita verso l'argine, assumo l'espressione più neutral-cortese che ho in repertorio e evito di incrociare lo sguardo della bionda inviperita.
Lo sguardo di lui non posso evitarlo ed è quello di un bimbo che chiede comprensione. Sorrido per lasciare a loro la precedenza. Lei prende i gradini scavati nel terreno, lui scende e spinge la bici a mano.
Non ho potuto esimermi dal gettare uno sguardo fugace al fondoschiena della bionda ringhiante ed ho pensato che qualsiasi critica quel tipo avesse rivolto a quel presunto culone non solo era una critica ingenerosa ma assolutamente immotivata”.
Marco se la ride immaginando la mia faccia paonazza per l'imbarazzo e stacca un lancio da sei rimbalzi.

Ripartiamo diretti verso nord. Per un buon tratto lo sterrato costeggia il fiume regalandoci una vista ampia e luminosa. Il Ticino scorre una decina di metri più in basso, l'acqua è straordinariamente limpida e regala riflessi argentei. L'ampio greto è formato da ciottoli immacolati che suonano nella corrente. Il Ticino è veramente un bel fiume, forse perché nasce in svizzera?
Ci godiamo il sole in faccia e la quiete di una andatura bucolica fino a quando un rombo sordo accompagnato da ripetuti fischi da mandriano ci aggredisce alle spalle: quattro cicloagonisti, per i quali evidentemente rappresentiamo un fastidioso ostacolo pretendono strada.
Ci facciamo da parte ed io mi volto teatralmente per mostrare il mio sguardo infastidito.
La mandria sbuffante ci sfila a fianco senza degnarci di un cenno di gratitudine, i loro impenetrabili occhiali da sole lanciano bagliori metallici, evidentemente considerano la strada di proprietà assoluta di chi va più veloce.

Devo averlo già detto ma mi ripeto: per la necessità di cercare un minimo di chiarezza nel caos del mondo l'essere umano tende da un lato a catalogare i propri simili in macro gruppi per definirne le identità e per chiarirle, dall'altra tende a sottolineare le differenze per un desiderio di unicità.
Ecco i cicloagonisti prepotenti faranno anche parte del macrogruppo dei fratelli di bicicletta ma faccio fatica a sopportarli.
Inguainati nelle loro aderenti tutine multicolore, i cicloagonisti in genere cavalcano mountain bike progettate per lanciarsi da strapiombi di alta quota e con questi puledri tecnologici sfogano il proprio eccesso di testosterone azzannando lo sterrato di sentieri ciclabili generalmente destinati a svagate famigliole, a passeggiatori incantati e distratti, a imbolsiti pedalatori della domenica. Frequentemente i cicloagonisti si muovono in branchi compatti, in orde ansimanti e sudate seguite da nugoli di polvere e inseguite dagli improperi lanciati dalle summenzionate famigliole svagate, dai passeggiatori incauti e dai pedalatori imbolsiti. Il cicloagonista è l'esemplare di una specie umana che guarda soltanto dritto davanti a se, mai di lato o intorno, impegnato in una perenne sfida con se stesso e con i propri simili, attività questa che gli impedisce di sorridere o divertirsi o godere se non nel proprio masochistico modo di resistere alla fatica. Di rado alza lo sguardo dal tachimetro, di rado concede un'occhiata al panorama circostante.
Lo ammetto, forse si tratta di una descrizione esagerata ma è questo quello che ho pensato mentre guardavo la mandria allontanarsi e mentalmente li mandavo a cagare.

Arrivati ad un bivio sorvegliato da alcuni provvidenziali cartelli segnaletici colorati abbandoniamo il lungo fiume è imbocchiamo una campestre tra file ordinate di pioppi che ci scorteranno fino al naviglio.
Spuntiamo all'altezza di Robecchetto con Induno di fronte all'ennesimo antico ponte in pietra. Ci fermiamo ad una fontanella per riempire le borracce e ci avviciniamo ad un uomo armato di pennelli, tavolozza, ampia tela e cavalletto.
Basta un complimento all'abbozzo di dipinto per far partire la conversazione. Aldo, questo è il nome del pittore dilettante, è nato da queste parti e si diletta a dipingere scorci caratteristici del Naviglio.
Marco è in vena poetica e decanta la bellezza dei luoghi e la fortuna di viverci. Io gli vado a ruota e probabilmente esagero con le lodi. Insomma siamo contenti e lo dimostriamo.
Aldo ne è lusingato, e si vede, ma da buon lombardo disincantato ci racconta che quando lui era ragazzo le acque del naviglio in quella zona erano putride e l'aria irrespirabile a causa degli sversamenti di lavorazione delle concerie di pellame che sorgevano numerose lì intorno.
Aldo ci saluta con una stretta di mano che definire vigorosa risulterebbe un eufemismo e con il sole alle spalle che allunga le nostre ombre sull'asfalto della ciclabile ci dirigiamo soddisfatti alla macchina.
Per chiudere nel migliore dei modi la giornata evitando qualsiasi lamentela per il ritorno non mancherò di imboccare l'autostrada.

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