giovedì 24 ottobre 2013

Il mal di schiena, la bicicletta e la camminata nordica. parte terza

Il gesto di pedalare e quello di camminare mi sembrano due gesti affini. Non per niente il buon vecchio Karl Christian Ludwig Drais von Sauerbronn, l’inventore della draisina (l'antenato ottocentesco della bicicletta, un attrezzo sterzante senza pedali e senza freni sul quale si stava a cavallo di un’asse poggiata su due ruote e si spingeva con i piedi) considerava la propria invenzione "la maniera migliore per camminare".  Studi scientifici hanno individuato numerose analogie tra queste due attività fisiche, potrei parlare della soglia anaerobica comune, del comune rilascio di endorfine benefiche, del ben distribuito carico di sforzo ma, diciamo la verità, non so nemmeno di cosa sto parlando, si tratta di nozioni tecniche che non sono assolutamente alla mia portata.
Mi limiterò a dire che pedalare e camminare aiutano a lavare i pensieri. Per lo meno questo è quello che succede a me. Mentre pedalo o cammino i pensieri mettono in ordine le priorità, filtrano il superfluo, non si lasciano fuorviare dalle sovrastrutture e dalle pippe mentali. Forse questo accade perché il corpo è concentrato sul proprio movimento naturale,  sullo sviluppo di gesti primari e istintivi e la mente si mette al passo focalizzando l'essenziale.

Camminare è un esercizio spirituale ha detto qualcuno. Non sono ben sicuro di avere capito cosa significhi questa affermazione ma quando l'ho sentita per la prima volta mi si è affacciata alla mente l'immagine della scuola peripatetica di Aristotele, degli allievi che passeggiavano al fianco del loro maestro e delle lezioni che legavano la capacità di comprensione al movimento.
Secondo me anche pedalare è un esercizio spirituale e per meglio dirlo prendo in prestito le parole di un romanzo che mi è caro: “Le parole si accordano al ritmo della pedalata, a quello del suo respiro. Soffio e suono, cadenza, battito e rumore, attesa sospesa e ripartenza. Il ritmo, il ritmo si lega al suono, il ritmo, Andrea lo avverte, riconosce questi segnali, la testa è sgombra e lucida, preparata ad accogliere, cassa di risonanza, corda tesa pronta a vibrare. Cosi il miracolo si compie: la musica torna a visitarlo”.

Considerate le affinità tra il pedalare e il camminare ho pensato che non sarebbe stato un tradimento trascurare per un po' la mia ciclofilosofia e la mia amata bicicletta (che Marco ultimamente ha definita termosifone) per dedicarmi alla Camminata Nordica o come dicono quelli più cosmopoliti Nordik Walking. Non mi aspettavo però che da questa decisione derivassero dei fastidiosi problemi di adattamento. Non mi aspettavo che camminare con le bacchette da montagna lungo le pianeggianti campestri dell'hinterland Milanese potesse apparire tanto bizzarro agli occhi disincantati della gente di pianura. Credevo che alla mia rispettabile età avessi ormai imparato ad infischiarmene dei giudizi degli estranei ma, a quanto pare, non ho imparato a sufficienza.
Non è facile sopportare gli sguardi ironici delle persone che ti incrociano. E' necessaria una tempra forte e una buona dose di fiducia in se stessi per incassare le loro occhiate ironiche. Di solito incollano lo sguardo sulle bacchette, in viso gli si dipinge una espressione di ilare compatimento mentre nella mente gli affiorano spiritose domande del tipo: ma questo da dove arriva? Sta cercando funghi o non trova l'ingresso dello skylift. Ad alcuni questi interrogativi si possono leggere in faccia mentre altri, evidentemente più espansivi e spiritosi, non si fanno scrupolo di chiedere direttamente. In questo caso devo ammettere che si tratta di una buona opportunità per fare quattro chiacchiere con dei perfetti sconosciuti e per accumulare una buona dose di battute.
Poi ci sono quelli come il Gianni che con la sua aria da uomo di mondo e il suo clamoroso accento da bauscia milanese mi ha detto “capisco quelli che sbacchettano sui sentieri di montagna ma qua in pianura fanno proprio la figura dei pirla”. E' sempre bello ricevere l'incoraggiamento degli amici veri. Io gli ho risposto con una semplice domanda: “Perchè?”. Lui da principio ha tentato di arrampicarsi sui vetri nel vano tentativo di trovare una risposta razionale ma non riuscendo neppure a convincere se stesso ha chiosato con un lapidario: “alla fine comunque sei pirla lo stesso”. Grande capacità di sintesi la sua.
Alla fine dei conti una risposta convincente e razionale, non legata alle suggestioni o alle convenzioni, non l'ho ancora ricevuta da nessuno. Aspetto contributi alla discussione.
Da parte mia, per dare risposte a chi mi domanda a cosa servano le bacchette quando cammino, ripeto a memoria la definizione di Nordik Walking che ho trovato su wikipedia: ”Rispetto alla normale camminata, questa richiede l’applicazione di una forza ai bastoni a ogni passo. Ciò implica l’uso dell’intero corpo (con maggiore intensità) e determina il coinvolgimento di gruppi muscolari del torace, dorsali, tricipiti, bicipiti, spalle, addominali e spinali, assente nella normale camminata.
L'attività può generare un incremento fino al 46% nel consumo di energia rispetto alla camminata senza bastoni. È stato anche dimostrato l’aumento di resistenza della muscolatura del tronco superiore fino al 38% in sole dodici settimane. Il coinvolgimento forzato della muscolatura genera effetti superiori a quanto ottenibile con una normale camminata con gli stessi ritmi, come ad esempio: aumento generalizzato della forza e resistenza nei muscoli principali e nel tronco superiore, aumento significativo della frequenza del battito cardiaco a parità di ritmo, miglioramento delle vie vascolari ed efficienza dell’apporto di ossigeno, consumo di maggior quantità di calorie rispetto alla normale camminata, miglioramento di equilibrio e stabilità, alleggerimento significativo degli sforzi su anca, ginocchio e caviglie, riduzione degli sforzi sulla struttura ossea, maggior facilità nella risalita di pendii”. Con buona pace di quello che pensa il Gianni direi che a parte l'ultima annotazione tutte le altre sono valide in pianura quanto in montagna

Per concludere, durante le mie prime uscite con le bacchette provavo un certo imbarazzo, quasi una sorta di vergogna. Avevo il timore di apparire ridicolo e le occhiate ironiche non facevano altro che confermare il mio timore. Poi poco per volta ho preso coscienza del fatto che non avevo nulla di cui vergognarmi: non facevo nulla di illegale ne di scandaloso, facevo una cosa legittima, che mi dava soddisfazione e che, sopratutto, alleviava il mio dolore alla schiena. Mi sono guardato intorno e ho pensato che non potevo risultare più ridicolo dei tanti che caracollavano con la lingua penzoloni nel tentativo, spesso vano, di perdere una fetta del loro peso in eccesso. A ben guardare non potevo risultare più ridicolo nemmeno dei tanti jogger in splendida forma accessoriati delle loro braghette aderenti, dei loro Ipod sparati a palla nelle orecchie e dei loro cardiofrequenzimetri legati al braccio e nemmeno degli ansimanti cicloagonisti in trance agonistica inguainati nelle loro tutine multicolori a cavallo delle loro tecnologissime biciclette progettate per precipitarsi giù da ripidissime mulattiere di montagna.
Mi sono chiesto: perchè a queste figure è tranquillamente concessa la dignità di mostrare il proprio sudore e il proprio abbigliamento folkloristico lungo il domestico percorso ciclopedonale del canale Villoresi mentre le mie bacchette risultano bizzarre? Chi decide cosa è ridicolo e cosa non lo è se non le convenzioni e le abitudini in voga in un dato contesto storico? Le mie innocue bacchettine risultano bizzarre semplicemente perchè non ci sono altri Nordik Walker lungo il Villoresi in questo periodo storico. “E ci sarà pure un motivo perchè non ci sono 'sti Nordik Walker” potrebbe rispondere qualche fine umorista. Touchè.
Comunque ciò che oggi viene considerato strano non è detto che lo sia anche domani e quando ci saranno tanti altri camminatori di pianura le bacchette non risulteranno più tanto strane. Io per ora faccio da apripista. Certo che se l'apripista non viene seguito da altri camminatori rischia di fare proprio la figura dello scemo del villaggio o, nella migliore delle ipotesi, la figura del pirla. Speriamo che il Gianni non abbia ragione anche questa volta.

giovedì 10 ottobre 2013

Il mal di schiena, la bicicletta e la camminata nordica. parte seconda

La risposta alla domanda di Giovanni non l'ho trovata. In realtà neppure mi sono dato la pena di cercarla perché una volta chiusa alle spalle la porta della mansarda avevo già deciso di non farvi ritorno.
Io sono incuriosito e attirato da quelle pratiche, in sospetto odore di new age, che basano le proprie teorie sullo sviluppo delle energie individuali e sugli equilibri di corpo, mente e volontà, ma i modi da stregone di Giovanni mi avevano lasciato perplesso. Anche perché sono convinto che il confine tra queste pratiche e la cialtroneria sia talmente sottile che ci vuole poco a mettere i piedi  sia da una parte che dall'altra.
Questo è un mio punto di vista ed è certamente opinabile, ciò che non era opinabile era il fatto che dopo due sedute di manipolazioni il mio mal di schiena non era diminuito affatto ne era diminuita l'innaturale inclinazione della mia povera colonna vertebrale. E' questo il motivo principale che mi ha spinto a non fare più ritorno alla mansarda, indipendentemente dalle domande di Giovanni, profonde o cialtronesche che fossero.

Di Paola mi è rimasta in mente sopratutto una affermazione. L'aveva infilata tra uno scambio di banali frasi di circostanza mentre con mani esperte era intenta a sfibrare ogni singolo muscolo del mio corpo (mi rendo conto che qualsiasi cosa io scriva a riguardo dei massaggi scivola nella terra dei doppi sensi maliziosi, ma vi assicuro che non è mia intenzione). Paola aveva detto “pedalare è di sicuro un gesto salutare, ma non è propriamente naturale. E' un gesto che ha bisogno di un mezzo meccanico per prodursi, è un gesto ripetitivo che si protrae per lungo tempo in una posizione non naturale”. Per lei era logico e conseguente che se non ci si posiziona perfettamente sulla bicicletta a lungo andare si può essere soggetti a problemi fisici. Voleva forse dare ad intendere che il mio mal di schiena era causato da una scorretta posizione sulla sella?
Io, dalla mia scomoda posizione sottomessa, (ci risiamo con i doppi sensi) le avevo risposto che non ero d'accordo, non penso però che le mie improvvisate argomentazioni siano risultate convincenti. Un po' perché, sebbene dissentissi, avevo il dubbio che la sua affermazione avesse un fondo di verità, e un po' perché nelle mie condizioni disastrate ero poco credibile come testimonial degli effetti benefici della bicicletta.
A posteriori, guardando le cose con maggior lucidità mentre scrivo queste righe, mi sento di escludere che il mio mal di schiena fosse causato da una ipotetica postura sbagliata sulla bicicletta perché, tra il pessimo tempo dei mesi precedenti e un fastidiosissimo problema intestinale che mi affliggeva da tempo, in pratica avevo pedalato pochissimo in quel periodo. Anzi potrei persino avanzare l'ipotesi che fosse stata l'astinenza da bicicletta ad avere provocato il cedimento strutturale delle mie fragili vertebre.

Comunque a parte le teorie esoteriche, le domande imbarazzanti e le supposizioni sul mio stare in sella l'unico dato certo era che, malgrado le cure farmacologiche e le sedute di massaggi, mi trovavo ancora con la schiena dolorante. A ben guardare esisteva un altro dato certo: camminare lentamente mi dava sollievo.
“Il nostro corpo funziona in linea generale come quello di tutti gli altri esseri umani ma gli acciacchi, le posture, le peculiarità lo rendono particolare, solo nostro. Quindi chi meglio di noi con un po' di  attenzione, può capirlo. Esistono comportamenti atteggiamenti e reazioni comuni ma esistono anche dinamiche e modalità che sono solo nostre e che quindi dovremmo essere capaci di riconoscere, valutare e gestire.” Copio di sana pianta da un manuale di ginnastica posturale che ho preso in biblioteca e di cui ho letto solo l'introduzione. Con in mente queste parole, con la convinzione che fossero legge e con la consapevolezza che camminare poteva essere un rimedio ai miei problemi ho deciso che potevo aiutarmi da solo.
Camminando.
Ho comprato un paio di bacchetta da camminata nordica e sono partito come fossi Forrest Gump, solo molto più lento.

continua nella prossima puntata con la difficile esistenza del camminatore nordico da pianure

giovedì 3 ottobre 2013

Il mal di schiena, la bicicletta e la camminata nordica

“Ma lei cosa ha paura di perdere?”  mi ha domandato a bruciapelo, fissandomi dritto negli occhi, l'uomo in t-shirt bianca che mi era stato presentato non più di due minuti prima. 
"Glielo chiedo soprattutto in relazione ai figli. Ci pensi, faccia questo lavoro di analisi e mi risponderà la prossima volta che ci vediamo"
Nei due minuti che avevano preceduto la formulazione di quella imbarazzante domanda l'uomo in t-shirt bianca aveva controllato la mia colonna vertebrale franata verso sinistra, mi aveva fatto chiudere gli occhi, aveva imposto la sua mano destra sulla mia testa e aveva scandagliato con l'altra mano il mio addome imbarazzato sentenziando che avevo qualche problema al rene. Oppure al fegato adesso non ricordo con precisione, perdonatemi ma quel suo modo di fare assertivo e inquisitorio mi aveva un poco confuso.
Non che fossi completamente lucido anche prima, avevo appena terminato una seduta di fisioterapia sotto le mani energiche di Paola, (niente doppi sensi per favore) la socia dell'uomo dalle domande a bruciapelo, che di nome fa Giovanni e di professione fa l’osteopata.

Mi trovavo lì in quella mansarda inondata dal sole e riadattata ad ambulatorio perché cercavo qualcuno in grado di stabilizzare la mia schiena instabile. E' da qualche anno che periodicamente la mia schiena cede, senza un apparente motivo scatenante. Frana su se stessa bloccandosi dolorosamente. 
In realtà nelle ultime due occasioni non ho provato un forte dolore, la schiena si è indolenzita e si è accasciata sul lato sinistro “alla ricerca di una posizione antalgica” come ha sentenziato la mia dottoressa che, referti alla mano, mi ha diagnosticato una "anterolistesi di L5 su S1 per costituzionale ipoplasia del muro posteriore di L5". Tradotto in linguaggio più comprensibile: il congenito scivolamento anteriore di una vertebra su quella di sotto. In pratica un disturbo con cui dovrò abituarmi a convivere. Per contrastarne l'effetto destabilizzante la terapia migliore è tentare di irrobustire i muscoli dorsali e addominali in modo che aiutino a sorreggere la mia traballante impalcature di vertebre difettose.

Ho letto da qualche parte questa frase: “Il corpo si abitua a tutto, è capace, a lungo andare di sopportare e di convivere con i propri disturbi”. E leggendola mi è tornata alla mente  l'immagine di  zia Serafina, che mi faceva da balia da bambino. Sono ricordi lontani, offuscati dal tempo e dalla mia labile memoria. Ricordo però con chiarezza che la zia Serafina non riusciva a stare in piedi diritta, camminava piegata in avanti e leggermente piegata su un lato. Eredità di una vita faticosa e di qualche forma artritica poco curabile ai suoi tempi. Io la ricordo solo così, rattrappita e sorridente. Non ricordo di averla mai sentita lamentarsi. 
Magari si lamentava dei dolori e della fatica ma se lo faceva non lo faceva davanti al suo nipotino sensibile e delicato, che sarei io da piccolo. Oppure io, nipotino delicato e sensibile ma proiettato solo verso me stesso, egocentrico come ogni bambino, non badavo ai problemi altrui, anche a quelli di una zia a cui volevo tanto bene. Ad ogni modo, si lamentasse o meno , lei con i suoi problemi fisici ci conviveva, facevano parte, per lo meno ai miei occhi di nipotino, della normalità. Zia Serafina  aveva trovato la postura, l'angolazione che gli permetteva di continuare ad agire senza avvertire dolore.
Ma perché mi è tornata alla mente l'immagine rattrappita di zia Serafina?
Perché sono paranoico. Me ne frego se il corpo è comunque in grado di convivere con i propri acciacchi, io ho paura: sarò destinato alla medesima sorte di zia quando diventerò anziano? 
Non posso accettarlo, con tutti gli sforzi che faccio per mantenere un minimo di forma fisica e per tentare di resistere alla decadenza degli anni. Adesso che la vedo scritta la parola “sforzi” mi appare esagerata, caratterialmente non è che io sia proprio portato a sopportare grossi sforzi o sacrifici particolari, sono costituzionalmente pigro. Potrei azzardarmi a dire che mi impegno, ma se voglio essere sincero anche la parola impegno risulta un tantino esagerata nel mio caso. Insomma, indipendentemente dai termini corretti o meno, qualche attività fisica la svolgo eppure non soltanto non riesco a mantenermi in forma ma addirittura sono pieno di acciacchi.

Come al solito divago troppo e rischio di perdere il filo del discorso, quindi ricapitoliamo e torniamo a quella mansarda inondata dal sole con Giovanni dalle domande imbarazzanti e Paola dalle dita d'acciaio.

Ma ci torniamo nella prossima puntata

Viale Rembrandt