Il parco delle Groane, il Marco e le endorfine

Forse tutto è iniziato da quell'occhiata di velato disprezzo. Nemmeno troppo velato quello sguardo, a voler essere pignoli: sufficiente a trasmettermi un leggero imbarazzo senza concedermi il pretesto per controbattere. Bisogna ammettere che in questo genere di cose Marco è un maestro.

Come da programma, alle nove in punto di una domenica mattina che reclamava l’arrivo di una primavera riluttante, mi ero presentato davanti al cancello della casa di Marco con la mia tuta da ginnastica nuova e la mia fida bicicletta da passeggio.
Marco, a cavallo della sua mountain-bike superaccessoriata, inguainato in un tecnologico abbigliamento da ciclista agonistico mi aveva guardato con l’espressione sconsolata dell’alpinista a cui tocca affrontare una scalata difficile con un compagno di cordata monco e in scarpette da ballo. Con l’esplicita dialettica che gli è propria mi aveva invitato ruvidamente ad abbandonare la mia modesta bicicletta e ad utilizzare quella di sua moglie.
“Te la presto perché mi vergogno di portarti in giro con quel cancello” Il Marco ha modi rudi ma in fondo è un bravo ragazzo.

Mi aveva telefonato qualche giorno prima “Niente di impegnativo" aveva detto "una pedalata tranquilla per buttare giù un po’ di pancetta”. Mi aveva promesso più di 25 km di piste ciclabili ben curate all’interno del parco delle Groane tra sterrati, campi, boschi e brughiere. Considerato che ci troviamo a ridosso dalla periferia di Milano mi era parsa una promessa azzardata.

Per meglio spiegare cosa sia il parco delle Groane prenderò a prestito le parole che si possono trovare nel sito ufficiale del parco: “Il Parco delle Groane è una area protetta regionale che si estende per oltre 3.400 ettari all'interno della grande metropoli nord milanese. Tra case, palazzi e industrie sopravvivono, protetti, gli ultimi boschi di grandi querce e svettanti pini silvestri; vaste lande di brughiera si colorano dell'intensa fioritura della calluna a fine estate; vecchie rovine di fornaci segnano il paesaggio con il loro muri i mattoni; antiche ville patrizie segnano con i loro giardini il paesaggio di un tempo che fu. Il Parco Regionale è stato istituito nel 1976, per forte volontà dei Comuni e della Regione Lombardia, e dal 1984 dispone di un piano territoriale che disciplina l'uso delle aree, in armonia fra conservazione della natura, agricoltura e turismo. Le riserve naturali che vi sono incluse rappresentano siti di interesse comunitario. In questo ambiente scampato alla urbanizzazione, il Consorzio Parco Groane ha realizzato una rete di piste ciclabili, che consentono di immergersi nel verde, senza allontanarsi dalla città. (www.parcogroane.it/).

A cavallo della bici presa in prestito mi sono incollato alla ruota di Marco, partito con una andatura che temevo di non essere in grado di reggere per molto. Abbiamo imboccato la pista che, attraverso i campi, costeggia il viale dei leoni di pietra, lo scenografico accesso al "Castellazzo", la villa Arconati-Crivelli, che in passato per la sua importanza era chiamata "la piccola Versailles lombarda" e che ora è lasciata al suo triste destino di abbandono e incuria.
Pedaliamo in direzione nord , incrociando il canale Villoresi e la ciclovia che la costeggia per la quasi totalità dei suo 86 chilometri, lungo sterrati costeggiati da quercete di farnie e roveri, a cui si alternano betulle, aceri, carpini bianchi e frassini.
Passiamo la riserva naturale Ca’ del Re, l’ex polveriera militare con le sue spettrali altane in cemento a fare da guardia ad un passato che si sgretola, sottopassiamo la ferrovia Saronno-Bergamo e rrespiriamo i boschi di Misinto e di Lazzate.
Eleggiamo a traguardo finale un bar con pergolato affacciato su un allevamento di capre e ci concediamo una meritata tazza di thé caldo.

“Perché non facciamo più spesso delle pedalate come questa?” ho chiesto a Marco in un impeto di euforia mentre spingevo con soddisfazione i pedali lungo la strada del ritorno. Ero stupito e orgoglioso di essere riuscito a mantenere l'andatura senza cedimenti.
Mi ero reso conto che il gesto che stavamo compiendo era un gesto di cui avevo bisogno.
Avevo bisogno di sentire i muscoli in movimento, avevo bisogno di sentire i polmoni che reclamano aria.
Mi rendevo conto di come la spinta costante sui pedali stesse generando endorfine benefiche e euforizzanti.

“Dobbiamo fare ancora altre pedalate, dobbiamo farle insieme” ho insistito prima di accomiatarmi “mi conosco, da solo non ne sarei capace, sono troppo pigro. Ho bisogno di qualcuno che mi sproni, di qualcuno con cui condividere gli sforzi”.
Mi sono congedato da Marco con queste parole che più che una richiesta di sostegno suonavano come una supplica.
Il Marco ha abbozzato un gesto di assenso mentre si richiudeva il cancello alle spalle.
In quel momento, mentre fissavo sconsolato il cancello chiuso, ho avuto il timore che il suo fosse stato un gesto poco convinto.
Ma il mio si è rivelato un timore infondato.
Devo dargli atto, a distanza di anni, che ha mantenuto fede a quel gesto di assenso.
Abbiamo condiviso parecchi chilometri insieme, devo persino rendergli merito di avermi introdotto alle gioie, tendenzialmente masochistiche, delle scalate in montagna. Ma di questo avrò modo di raccontare in una prossima occasione.


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